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LA LIBERTA’ IN MONTAGNA - Rischio, libertà, responsabilità e business al tempo dell’alpinismo di massa

Lunedì, 03 Giugno 2024 21:39

LA LIBERTA’ IN MONTAGNA

Rischio, libertà, responsabilità e business al tempo dell’alpinismo di massa

Testo e foto di Alberto Rampini snds

Il concetto di libertà, già di per sé estremamente complesso e sfaccettato sotto il profilo generale ed astratto, diviene se possibile ancora più complesso e difficile se lo si considera con riferimento all'esercizio delle attività legate alla montagna.

Ne è prova anche il fatto che, dopo anni di elaborazioni concettuali, non ha mai acquisito strutturazione concreta il progetto, condiviso con il CAI centrale, per la creazione di un Osservatorio per la libertà in montagna.

Traendo spunto da queste premesse vorrei cercare di impostare qui solamente i punti cardine che stanno alla base del problema. E questo a prescindere, per il momento, da eventuali limiti che possano essere posti dall'esterno all'attività in montagna.

La libertà del se e come frequentare la montagna nasce da un complesso di fattori che vanno dal grado di inclusione fino al grado di responsabilità.

La libertà di accesso viene normalmente, ma erroneamente, considerata un diritto e per di più un diritto assoluto. In realtà i diritti delle persone sono assoluti solo quando assolvono al compito primario della sopravvivenza e in questo senso si esprime in linea di principio anche il diritto.

Ma veniamo alla libertà e al diritto dei singoli, accorpandoli per semplicità in alcune categorie emblematiche.

          Incanto dell'ambiente montano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il diritto degli alpinisti e degli scalatori

Quando i primi esploratori e i primi alpinisti si affacciarono nelle vallate alpine, Ie sole problematiche presenti riguardavano l’individuazione dei percorsi, la stima delle difficoltà, la forza, affidabilità e capacità degli accompagnatori locali ingaggiati per guidare le comitive. Certamente queste presenze portarono un pò di scompiglio nel mondo chiuso delle comunità montane, ma a nessuno passò per la mente l’idea di mettere in dubbio il diritto di questi signori di salire le montagne, anche se si trattava di una cosa incomprensibile agli occhi dei locali. E anche gli alpinisti sicuramente non pensavano che si trattasse dell’esercizio di un diritto, ma semplicemente andavano perchè le montagne erano là e rappresentavano un’attrazione irresistibile.

Le cose non cambiarono per lungo tempo, diciamo per un paio di secoli, se vogliamo far iniziare la storia dell’Alpinismo dalla conquista del Monte Bianco, ma certamente possiamo andare anche più indietro nella storia dei tentativi e del quasi alpinismo.

Fino a tutto il periodo del Sesto Grado, il dopoguerra e l’era del Nuovo Mattino con la nascita dell’arrampicata, gli alpinisti vissero in una sorta di realtà separata, nella quale le regole della società civile sembravano non valere, tanto erano lontane anche idealmente, e vigevano solo regole interne, di carattere “etico”, riservate al piccolo manipolo dei praticanti. Numeri esigui, quindi, e personaggi sempre fortemente motivati, spinti da aneliti profondi e convinzioni che erano irrimediabilmente in conflitto con il sentire e le regole del mondo civile.

Quando l’incanto si è rotto e la società civile si è accorta di questa frangia di uomini liberi e senza legge?

L’informazione da un lato e l’affermarsi di un sentire ambientalista dall’altro sono stati gli elementi scatenanti del tentativo di sottomettere anche gli alpinisti (e i neonati arrampicatori) alle imposizioni e ai divieti che si venivano statuendo per i cittadini in generale e poi via via sempre più frequentemente per gli alpinisti in modo specifico.

La nascita delle prime riviste di Alpinismo destinate anche al pubblico generico (in Italia La Rivista della Montagna nel 1970 e poi ALP nel 1985) testimoniò alla società civile che esisteva un piccolo mondo a parte, ai margini, con propri concetti, rituali e regole. Certo, la diffusione delle riviste era ancora limitata, ma si ponevano le basi per un confronto tra alpinismo e società, o meglio tra alpinisti e cittadini qualunque. Anche in passato alcuni eventi alpinistici di rilievo particolare venivano portati a conoscenza del pubblico dalla stampa generalista, ma si trattava sempre di piccole finestre che si aprivano e subito si richiudevano su un mondo che era talmente lontano dal sentire medio della gente da apparire quasi fiabesco o diabolico a seconda dell’evento, ma comunque sempre molto molto lontano.

Contemporaneamente, una maggiore sensibilità ambientalista (anche specifica, ricordiamo la nascita di Mountain Wilderness nel 1987) portò all’attenzione del mondo alpinistico la necessità di definire strategie di contrasto al progressivo degrado delle montagne del mondo e per la tutela degli ultimi grandi spazi wilderness. Cominciarono a farsi strada, a livello locale, regolamentazioni e divieti per la tutela di specie animali, soprattutto volatili, che si contendevano con gli arrampicatori le pareti di bassa e media montagna, dove la nascente arrampicata trovava il terreno ideale per esprimersi. Furono questi i primi divieti effettivi che gli arrampicatori si trovarono a dover digerire, sebbene limitati e spesso anche eludibili con un buon senso superiore a quello di certe ordinanze comunali.

Ma il vero punto di svolta e l’aprirsi di una conflittualità diffusa e pesante tra gli alpinisti/arrampicatori, la società e le Istituzioni si ha con l’avvento del web e infine, moltiplicato all’ennesima potenza, con la diffusione dei social, strumenti potenti di diffusione di idee e di spinta verso la montagna per masse di cittadini fino ad allora non interessati a questo tipo di esperienze. Web e Social innescano una analoga spinta nei confronti del turismo alpino che, se non presenta gli aspetti di conflittualità emersi in campo alpinistico, determina tuttavia conseguenze ambientali decisamente più preoccupanti.

Nel Parco del Gran ParadisojpgNel Parco del Gran Paradiso

 

Il diritto dei turisti

Già negli ultimi decenni del Novecento l’affermarsi della società del benessere aveva creato una corrente di frequentatori abituali della montagna intesa come luogo di vacanza. Questi frequentatori abituali provenivano in maggioranza dalla piccola borghesia e le valli alpine erano meta delle vacanze estive o della “settimana bianca” nelle stazioni sciistiche allora esistenti.

Per la grande maggioranza delle famiglie la vacanza marina rimaneva l’opzione preferita.

Le famiglie, al di fuori di questi periodi di vacanze, si spostavano poco: I tempi non erano ancora maturi per la puntata veloce, per il weekend allungato.

I grandi mutamenti nel mondo del lavoro e una struttura sociale e familiare più “liquida” hanno in seguito reso meno standardizzato il modo di fruire del tempo libero, inteso non più solo come vacanza annuale della famiglia, ma anche come ricerca di occupazioni ludiche per tutte le occasioni di tempo libero dal lavoro. Si spostano non più solo le famiglie, ma anche i singoli soggetti o aggregati diversi accomunati da passioni condivise. Alla vacanza “di riposo” si affiancano sempre di più quella “di scopo” e il viaggio finalizzato.

Si aprono potenzialità nuove che vengono colte prontamente, e a volte addirittura anticipate, dall’industria del turismo, che propone pacchetti e mete alternative, indirizzando sempre più gente nelle Valli Alpine, dove nel frattempo le strutture ricettive si incrementano. E la tranquillità delle Valli alpine, il contatto con la natura e un mondo ormai irrimediabilmente perduto nelle pianure rappresentano un’attrattiva potente.

Questa crescita enorme del turismo montano porta ad una urbanizzazione non coerente con la conservazione delle caratteristiche proprie dei fondovalle alpini e anche le quote più elevate non sfuggono alla realizzazione di strutture invasive e di impatto ambientale pesante.

Una volta avviato, questo processo non può che portare ad un progressivo trasferimento all’ambito montano dei modi di pensare e di agire propri della società urbana di pianura.

Attirati in montagna in massa e senza preparazione, I turisti cercano in montagna quello a cui sono abituati in pianura, i servizi, le comodità, le strade che portano sempre più in alto, le strutture per il divertimento.

Alla fine la montagna diviene affollata e strutturata come una dependance della città, attrezzata di tutto punto per accogliere per alcuni mesi all’anno i grandi numeri del turismo.

E a questo punto i turisti reclamano il loro diritto di muoversi in libertà e senza vincoli nei luoghi nei quali sono approdati. Le amministrazioni locali e gli enti preposti sono consapevoli che le limitazioni possono incidere fortemente nell’immediato sui numeri delle presenze e quindi i timidi e un pò improvvisati tentativi di regolamentare gli accessi, come quello al Passo Sella dell’estate 2018, non hanno seguito.

Un paesaggio di altri tempiUn paesaggio di altri tempi

Code allEverest da il messaggeroAlpinismo commerciale - Code all'Everest - da Il Messaggero

 

Il diritto del business

In tutto questo discorso un ruolo importante viene recitato dalle iniziative commerciali che traggono vantaggio dalla marea di persone che si riversa in montagna. La scoperta del turismo di massa ha creato l’illusione che si possa vendere sempre di più e all’infinito, mentre sappiamo ormai per certo che le potenzialità di appeal di una località sono governate da fattori complessi, che vanno dalla bellezza dei luoghi alla loro conservazione, dal mantenimento di caratteristiche individuali precise al loro uso parsimonioso.

La naturalezza dei luoghi è soggetta a rapida usura e ogni presenza contribuisce al suo degrado. E una volta che la naturalezza è stata intaccata un luogo perde le sue peculiarità più preziose e diviene un ambiente generico privo di attrattive o in grado tutt’al più di attirare ancora un pubblico sempre meno consapevole.

Di questo però non sembra preoccuparsi chi organizza strutture ed eventi di massa in montagna. Purtroppo infatti anche associazioni alpinistiche e Sezioni, nel loro piccolo, contribuiscono con gite e corsi di varia natura a portare in montagna sempre più persone e spesso concentrate in modo non idoneo.

Certo, la funzione educativa è importante ma a patto che non travalichi in un proselitismo che sembra del tutto fuori luogo: la passione vera per la montagna nasce in modo naturale da una scintilla che scatta non certo dall’adesione ad un programma promozionale. Tutti coloro che gestiscono business o si occupano professionalmente o meno di attività in montagna dovrebbero avere la consapevolezza assoluta che i numeri che la montagna può tollerare senza danno sono limitati. Sempre più limitati.

Questa consapevolezza manca chiaramente non solo sulle Alpi ma in generale in tante le zone del mondo dove l’afflusso di massa crea business. Basta pensare ai danni inferti all’ambiente e all’immagine stessa dell’Alpinismo dal proliferare delle spedizioni commerciali soprattutto in Himalaya. E la particolare concentrazione delle presenze in alcune zone (Everest per tutte) sembra non avere più alcun riferimento alpinistico effettivo, ma rappresenta un trofeo personale, ambito sempre più spesso da individui che si improvvisano alpinisti per l’occasione. O che si improvvisano scalatori di Ottomila grazie all’abbattimento virtuale di quota prodotto dall’uso dell’ossigeno, dalla preparazione del terreno e dall’assistenza logistica dei team commerciali. Per non parlare dei sempre più frequenti pacchetti che offrono avvicinamento in elicottero ai campi.

Quiete e serenitàQuiete e serenità

 Gli altri attori sulla scena

Alpinisti, escursionisti, turisti ed operatori commerciali non sono però i soli attori sulla scena di questo assalto alla montagna.

Gli abitanti delle Valli direttamente o indirettamente legati al business turistico sono sicuramente una maggioranza. Questa vivacità imprenditoriale o comunque lavorativa ha consentito nel tempo un miglioramento straordinario delle condizioni economiche delle popolazioni locali, ma ha portato anche un consumo del territorio a volte senza controllo e uno sfruttamento intensivo delle risorse. Questo consumo e sfruttamento, se non governati in un’ottica ampia, rischiano di privare le Valli della loro principale attrattiva. E bisogna considerare anche che le spinte allo sfruttamento intensivo provengono a volte dall’esterno e drenano ricchezza verso l’esterno.

Ne sono un esempio gli impianti e i complessi sciistici ancora oggi progettati e realizzati con danni ambientali incalcolabili sia nella fase realizzativa che in quella di esercizio e con prospettive di utilizzo sempre più ridotte nel tempo a causa dei mutamenti climatici, mentre nel breve contribuiscono fortemente ad un sovraccarico ambientale concentrato in periodi ristretti.

Altri attori importanti sono gli Enti locali, i Consorzi, le Associazioni di promozione. Qui subentra un fattore politico e promettere benessere e sviluppo immediato, senza chiedersi cosa succederà domani, alla fine premia in tema di consensi e di popolarità. L’aver fatto poco per la tutela effettiva degli ormai esigui margini di wilderness e il non impegnarsi per promuovere un accesso consapevole e, se necessario, anche regolamentato nelle aree a maggiore criticità, rappresenta una situazione generale che registra poche eccezioni.

Facciamo l’esempio delle Dolomiti. Sono passati più di 10 anni dall’ottenimento del label Unesco “Patrimonio dell’Umanità” e la situazione in diverse zone è prossima al collasso. Probabilmente anche questo riconoscimento ha contribuito ad alimentare flussi di frequentazione, anche organizzata, superiori alla capacità di assorbimento dell’ambiente. Come CAAI e come Mountain Wilderness abbiamo patrocinato a suo tempo il progetto Unesco che forse ingenuamente speravamo portasse ad una maggiore sensibilità sul tema ambientale e ci troviamo invece oggi a fare i conti con un meccanismo moltiplicatore di presenze che inizia a creare seri problemi.

Il diritto dell’ambiente

L’unica entità depositaria del diritto originario e supremo alla propria conservazione è l’ambiente naturale. E’ però un’entità priva di voce propria e necessita di persone sensibili e lungimiranti che ne abbraccino la causa nell’interesse di tutti.

                               La mano dell'uomo - Gruppo del Sassolungo

 

                               Indichiamo una strada giusta e sostenibile

 

Quale futuro?

I livelli attuali di frequentazione della montagna, esplosi negli ultimi anni sotto la spinta delle iniziative promozionali e della rete, rappresentano un rischio effettivo per la conservazione dell’ambiente montano come tutti noi continuiamo ad immaginarlo, come oasi di tranquillità e di vita ancora legata ad un ambiente naturale sopravvissuto alla rivoluzione industriale. Un ambiente che dovrebbe imboccare strade di sviluppo ben diverse da quelle della pianura, se si vuole evitare che ne diventi una replica alla lunga poco interessante e tolga gran parte del suo valore all’esperienza alpinistica. Così come occorre mettere un freno alle devastazioni ambientali ad uso turistico e ripensare i criteri di sviluppo delle aree montane, occorre recuperare il concetto e il valore originario dell’alpinismo, come esplorazione, scoperta e sfida leale con la montagna e le pareti, individuando chiaramente il limite che separa lo sport arrampicata dall’alpinismo.

Il primo, a diffusione ormai di massa, necessita di strutture artificiali omologate che meglio si collocano in contesti urbani o di prossimità, mentre il secondo dovrebbe basarsi su un uso parsimonioso e del tutto soggettivo dei mezzi artificiali e quindi con impatto ambientale ridotto.

E l’impatto ambientale ridotto deriva poi soprattutto dal naturale ridimensionamento del numero dei frequentatori. Le vie alpinistiche, anche di media difficoltà, richiedono impegno diverso rispetto alle vie sportive e rimangono meta di alpinisti convinti e preparati, anche culturalmente.

Oggi ogni rifugio che ha una qualche balza rocciosa nelle vicinanze crea vie sportive per attirare clienti, e questo si può comprendere, ma il problema è che si tratta spesso del primo passo per portare sempre più in alto l’addomesticamento alpinistico delle pareti.    

L’elevato afflusso turistico e arrampicatorio sicuramente in futuro creerà la necessità di provvedimenti limitativi e a farne le spese saranno soprattutto le minoranze, quelle che economicamente contano meno, come gli alpinisti. I nuovi arrampicatori (parliamo sempre della massa che passa dalla resina alla roccia) troveranno sempre linee attrezzate alla portata (una parete vale l’altra, visto che la cima spesso non c’è), mentre gli alpinisti da una banale regolamentazione possono vedersi precluse salite non rimpiazzabili.

La migliore salvaguardia per l’alpinismo e la libertà di praticarlo passa attraverso il contenimento del numero dei praticanti con la limitazione dell’attività di proselitismo da parte delle associazioni alpinistiche.

Più che organizzare eventi promozionali e attività formative per chi vuole provare un’esperienza nuova occorre cercare di educare quelli che già per vocazione propria vi si avvicinano, con gradualità e passione.

Non possiamo escludere altri modi di vedere le cose, ma ognuno di noi ha l’obbligo morale di impegnarsi e lottare con coerenza e decisione per portare avanti le idee che riteniamo migliori.

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