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Club Alpino Accademico Italiano

ALPINISMO IN APPENNINO CENTRALE - Il Gran Sasso Parte Terza - Dalla seconda metà degli anni 70 ad oggi

Martedì, 27 Giugno 2023 12:20

                                           

IL NUOVO MATTINO APPENNINICO

Dalla seconda metà degli anni 70 ad oggi

di Massimo Marcheggiani

Le foto, salvo diversa indicazione, sono dell’autore

Le realizzazioni degli anni passati hanno lasciato il segno nella comunità alpinistica che orbita sulla montagna più intrigante dell'intero Appennino Centrale. Il Gran Sasso, a differenza di qualsiasi altro massiccio appenninico, si dimostra montagna dalle mille sfaccettature e potenzialità. La qualità della roccia, soprattutto al Corno Piccolo, non trova alcuna concorrenza in nessuna altra montagna o parete al di sotto del Po. La prima metà degli anni 70, al di là dell'apertura dei nuovi itinerari, vede una intraprendenza generale nei più giovani che si avvicinano all'alpinismo e che si confrontano con le salite più all'avanguardia del momento compiendo prime ripetizioni e un maggiore interesse verso la pratica invernale messa in atto non più sui tradizionali canali o poco più, ma rivolta ad affrontare la verticalità e la difficoltà tecnica delle salite, segno evidente e chiarissimo di una crescita a tutto tondo della maturità alpinistica in centro Italia.

1Monte Morra. Massimo Risi a metà anni 70

2Palestra di Ciampino (Roma) P.L. Bini a metà anni 70

 

3P. L. Bini sulla via del Vecchiaccio, 1977

 

A Roma il CAI e la SUCAI stanno vivendo un periodo molto intenso sotto la vivace presidenza dell'Accademico Franco Alletto. La scuola di alpinismo intitolata a Paolo Consiglio, prematuramente morto di malattia in Himalaya, tiene costantemente corsi di roccia da cui escono più o meno bravi scalatori. Intorno al CAI intanto orbitano anche “cani sciolti” a volte irriverenti verso il sodalizio nel quale non si riconoscono.

Chi scrive, tutt'altro che irriverente, non sapeva neanche dell'esistenza del Club Alpino e fu testimone oculare della ventata straordinaria che aleggiava nell'aria.

Nel 1976 ero vestito rigorosamente da “alpinista” con pantaloni alla zuava e maglione rosso, tutto fatto da mia madre (che se avesse saputo cosa andavo a fare tutte le sante domeniche mattina uscendo all'alba, col cavolo me li avrebbe fatti...) e per la prima volta mi approcciai alla palestra di roccia del Monte Morra con il mio amico Massimo Risi. Cielo grigio e minaccioso ma attaccammo lo stesso la via “Marino” di 3° grado e da bravi autodidatti, passamontagna calato sulla testa, con i piedi in grossi scarponi rimediati e la nostra corda bianca da ferramenta, scalammo per una trentina di metri impiegando molto tempo. Iniziò una leggerissima pioggerellina e ci spaventò. Non conoscendo la tecnica della corda doppia riscendemmo in arrampicata, prima l'altro Massimo e poi io che ero un po’ più bravo. Impiegammo tempi biblici e nel frattempo oltre ad essersi aperto un po’ di cielo, erano arrivate frotte intere di romani. Risate e tanto vociare ci crearono un po’ di imbarazzo e vergogna, ma quando uno dei tanti ci passò accanto, arrampicando in tuta da ginnastica, scarpe Superga ai piedi e per di più slegato, ci saremmo sotterrati perché ci chiese se eravamo degli speleologi. Ce ne andammo con diversi interrogativi, guardando decine di cordate arrampicare con scioltezza, velocità e allegria e vestiti tutt'altro che da “alpinisti”.

Si! Qualcosa di grosso stava succedendo e noi ci sentimmo medioevali.

 

Possiamo anche usare il termine Nuovo Mattino, ma in realtà era l'inizio di una vera e propria Nuova Era.

5Le spalle del Corno Piccolo da Ovest

4Da sinistra V. Plumari, M. Marcheggiani, G.P. Picone

 

8M. Marcheggiani sul tiro di 7° del “Vecchiaccio” - Ph C. Crisafulli

5ALa parete Nord del Corno Piccolo - Ph Damiano Fagiolo

6ARif. Franchetti e parete Est del Corno Piccolo

In centro Italia il fulcro del rinnovamento veniva senza dubbio da Roma. Il numeroso ambiente giovanile soprattutto universitario e in parte di provenienza sinistro/borghese faceva riferimento alla SUCAI della sezione capitolina. All'interno del nutrito gruppo dove cominciava a comparire qualche rara presenza femminile, diversi scalatori si facevano già notare ma al Monte Morra, che era il riferimento primario per chiunque scalava a Roma e provincia, viaggiava come una meteora un ragazzino di 17 anni: era normale restare basiti e a volte sgomenti nel vedere “sto tipo” che con scarpe da tennis Superga ai piedi e tuta ginnica saliva e scendeva, saliva e scendeva, saliva e scendeva in velocità ed eleganza fuori da ogni canonico schema tecnico. Quasi sempre rigorosamente slegato riusciva a coprire anche 2000 metri di dislivello in una manciata di ore. Si chiamava e si chiama Pierluigi Bini, e la sua straordinaria attività, pure concentrata in soli 4/5 anni, rivoluzionò però e rese moderno l'alpinismo anche in centro Italia quando già in Dolomiti si vedevano realizzazioni e personaggi assolutamente all'avanguardia. Uno per tutti Enzo Cozzolino (a cui Bini fu paragonato) il fuoriclasse triestino che sbalordiva con le sue ancora oggi memorabili scalate.

43Vito Plumari e P.L. Bini in Dolomiti nel 1977 Bini era un fuoco d'artificio; in Dolomiti ripete in velocità moltissimi itinerari, realizza prime ripetizioni e prime solitarie (Gogna in Marmolada, Fachiri alla Scotoni e tante altre) molto spesso in gran parte slegato.

Al Gran Sasso mette in ombra chiunque con le sue ripetizioni in tempi sbalorditivi e i numerosi concatenamenti sulla magnifica roccia del Corno Piccolo, ma quello che lo distingue è la sua visione “oltre”. Riesce a vedere quello che non era mai stato visto e così è il primo ad avventurarsi su placche mai percorse prima e con protezioni rarissime. Non possedeva friends, dotato di qualche nuts, martello e una manciata di chiodi si avventurava su terreni ritenuti allora “impossibili” e nel frattempo realizzava anche molte prime solitarie. Bini era quasi sempre in compagnia di un personaggio a dir poco “caratteristico”. Un uomo piccolo e magro di quasi sessanta anni, vestito in modo vetusto e sdrucito con dei baffi un pò ingialliti e capelli lunghi impomatati. Indossava un vecchio casco da motociclista e ai piedi anche lui calza le scarpe da tennis Superga. Vito Plumari, questo è il suo nome ed è un bidello ormai in pensione. Possiede due moto BMW e una Opel Manta con cui scorrazza il suo amico Bini e qualche altro raro amico senza automobile (compreso chi scrive) verso le pareti. Un leggero morbo di Parkinson gli muove costantemente la testa e parla, parla, parla ininterrottamente in un siculo-italiano a volte incomprensibile. Scala quasi sempre da secondo con Bini spesso richiamando l'attenzione altrui urlando esclamazioni divertenti e goliardiche.

6BRif. Franchetti e parete Est del Corno Piccolo

6CParete Est del Corno Piccolo

7M. Marcheggiani sul tiro di 7° del “Vecchiaccio” - Ph C. Crisafulli

 

 

9Il Paretone del Gran Sasso

11I pilastri del Paretone - Ph Igor Brutti

12La parete Est dell'Anticima Orientale - Ph E. Pontecorvo

E' l'estate del 1977 quando Bini in compagnia dell'inseparabile bidello e di chi scrive, alle primissime armi, apre la sua prima via al Gran Sasso introducendo per la prima volta il 7° grado in Centro Italia: pochi metri sull'ultimo improteggibile tiro di corda, con difficoltà però mai viste fino ad allora. La via, chiamata il giorno stesso “via del Vecchiaccio” in onore dell'improbabile compagno di avventure Vito, diventerà la via più ripetuta dell'intera montagna. Il difficile tiro (quasi sempre evitato dai più) con il suo tratto estremo a 10 metri dalla sosta sarà il “test” di coraggio per anni per numerosi scalatori. Oggi, l'abuso degli spit ha snaturato questo e diverse altre sezioni di parete relegandolo a un normale tiro come tanti altri.

Dopo il “Vecchiaccio” Bini apre soltanto altre quattro/cinque vie che per qualche anno resteranno lo spauracchio per molti scalatori. Nel '79 mette piede per la prima e unica volta sul Paretone del Gran Sasso mentre la sua attività è concentrata principalmente al Corno Piccolo. Apre (in parte) uno degli itinerari più difficili del momento: è il “Diedro di Mefisto”, che supera l'angusto antro tra il quarto e il terzo Pilastro del Paretone. La paternità di questa salita, che ancora oggi è una via temuta, in realtà dovrebbe essere attribuita agli ascolani Antonio Mari e suo fratello Dario. Durante la prima ascensione, infatti, Bini e Gianpaolo Picone dovettero rinunciare poco oltre metà via a causa di una caduta di Picone che riportò la frattura di una caviglia e dovettero rinunciare scendendo in corda doppia fino alla base. I fratelli Mari ripeterono sì la parte più difficile già percorsa, ma furono loro in pratica i primi salitori, visto che la parte superiore di oltre duecento metri è una sezione ancora difficile e con una uscita piuttosto friabile.

                               Il difficile diedro di Orient Express - Ph Arch. Marcheggiani

                               L'improteggibile ultimo tiro di Orient Express - Ph Arch M. Marcheggiani

 

25Caruso e Marcheggiani in apertura su Cavalcare la tigre - Ph Arch M. Marcheggiani

                               La parete Est di Pizzo Intermesoli

14Gli strapiombi della Farfalla - Ph Igor Brutti

16Il Paretone da Sud

 

18Torrione Cambi, parete Sud

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19La parete Nord del M. Camicia d'inverno

26Caruso in apertura sul traverso di Cavalcare la tigre Se Bini avesse continuato ad arrampicare sicuramente avrebbe potuto firmare altre notevoli aperture ma così non è stato; ciò non toglie però che aveva messo un marcato punto al tradizionale alpinismo e spalancato ulteriori porte a nuovi orizzonti. Era quindi nell'aria un testimone da raccogliere! Non sarebbero stati i romani della SUCAI o gli istruttori della ormai consolidata scuola di alpinismo che era stata intitolata al grande Paolo Consiglio a raccogliere l'ipotetico testimone, fu invece uno sparuto gruppetto di ragazzini romani, bravissimi, disinibiti che sulle orme di Bini cominciarono a ripetere le sue vie e ad aprirne numerose altre di elevata difficoltà. Luca Grazzini, Maurizio Tacchi, Marco Forcatura, Giuseppe e Roberto Barberi, Luca Bucciarelli sono solo alcuni dei nomi di una generazione di intraprendenti scalatori che aprono decine e decine di importantissimi itinerari oltre a ripetizioni di alto livello non solo sulla montagna di casa ma anche in Dolomiti. Il Gran Sasso si rivelava una miniera aperta ma ancora da scoprire! La mentalità acquisita e dimostrata attecchiva ormai in tutti gli ambienti orbitanti intorno a questa grande montagna.

Contemporaneamente a Bini compare sulla scena un altro importante protagonista: Giampiero Di Federico, abruzzese di Chieti e un pò meno giovane di Bini, praticava un alpinismo più tradizionale ma alzava anche lui la sua asticella delle difficoltà. Giampiero diventa Guida Alpina ed esce alla ribalta per alcune sue prime invernali di cui parleremo in altro capitolo, ma contemporaneamente ripete e apre itinerari di grande classe. E' il primo a ripetere in solitaria la via “Mario-Caruso”del '59 al 4° Pilastro del Paretone, poi apre con Giustino Zuccarini la “via Rossana” sulla parete Est del Corno Piccolo superando difficoltà molto elevate su fessure aggettanti. Successivamente apre la strapiombante “via del Trapezio” con Pasquale Iannetti superando difficili sezioni in artificiale dove fanno uso di enormi cunei di legno appositamente preparati. Gli Aquilotti del Gran Sasso non stanno certamente con le mani in mano sulla loro montagna: aprono a ritmo quasi annuale vie nuove, cominciando dal “Gran Diedro” e la “Aquilotti 79” al quarto Pilastro del Paretone e lo “Spigolo delle Guide” alla prima spalla del Corno Piccolo con la costante presenza di Lino D'Angelo ed Enrico De Luca, ambedue Guide Alpine e indiscussi leader nel gruppo degli Aquilotti.

 

21L'altipiano di Campo Imperatore

27Una cordata sulla bellissima Icosaedro

 

                               Daniele Marcheggiani sulla via Amore-Gambini alla seconda spalla

31Dopo il lungo traverso della Aquilotti 75, 2° spalla

32Emilio Onidi sulla Aquilotti 75, seconda spalla

33Ultimo splendido tiro su Aquilotti 72, seconda spalla

34ATipica arrampicata del Gran Sasso

 

34BMatteo e Loretta su Zarathustra, 1° spalla

I DIECI ANNI CHE CAMBIANO L'ALPINISMO AL GRAN SASSO

E' in atto un'accelerazione quasi spasmodica nella ricerca e apertura di nuove vie, anche se il bello deve ancora venire. Iniziano gli anni 80, e sulla grande montagna appenninica c'è un fermento che non si era mai visto prima. Fabio Delisi, Massimo Marcheggiani e Giampaolo Picone compiono la probabile prima ripetizione del primo Pilastro al Paretone che è il più facile dei quattro ma il più lontano da raggiungere; Fabio Delisi e suo fratello Cristiano, ambedue Guide Alpine, mettono piede per la prima volta dopo oltre 20 anni sulla repulsiva parete Est dell'Anticima Nord della Vetta Orientale ed aprono una misteriosa seconda via sulla parete, la via “Paola Banissoni” che non risulta quasi mai ripetuta se non dallo stesso Fabio Delisi in solitaria.

35Matteo e Loretta su Zarathustra, 1° spalla

40Anna Perone sul traverso de L'Arco, parete Nord C. Piccolo

 

36M. Marcheggiani su un improteggibile traverso inventato, 1° spalla - Ph S. D'Annibale

37AG. Santangeli sull'ultimo tiro della Aquilotti 72

                               R. Lancissi sulla via Agnelli-Leone alla Vetta Occidentale

          Torrione Cambi. A. Caramoni sulla via Asterix - Ph Giulia Ferri Di Federico ed Enrico De Luca nel frattempo compongono una cordata forte ed affiatata. Aprono una intelligente e bellissima via sul “monolitico” Monolito completamente in libera; Massimo Marcheggiani compie la prima solitaria e forse prima ripetizione della via “Aquilotti 79” al quarto Pilastro del Paretone e pochi giorni dopo apre una via nuova (Naudanda) completamente senza corda nè altro sulla parete Est del Corno Piccolo. Sul quasi dimenticato Torrione Cambi i giovanissimi fratelli Barberi con Stefano Finocchi aprono “Asterix” con un bellissimo ed esposto traverso dichiarato di 7° grado con protezioni classiche.

Qualcuno si accorge finalmente che esiste, nella vicina e bellissima valle Maone, la parete Est del Pizzo Intermesoli. Questa montagna presenta una grande bastionata di roccia eccellente, con l'unico neo che questa si interrompe su dei prati ripidissimi, quindi senza una vetta vera e propria e dalla quale scendere su ripidissimi prati non proprio con le mani in tasca. Dopo le sporadiche sortite degli ascolani Bachetti, Fanesi e pochi altri ora è il romano Donatello Amore a ri-scoprire e aprire diversi itinerari molto logici, eleganti e difficili come la “via Simona” al terzo Pilastro, la “Direttissima” al secondo Pilastro che è il più maestoso e inoltre la “Torre Nascosta” al quarto Pilastro. E' proprio sul secondo Pilastro di Intermesoli che Gianpiero Di Federico con Enrico De Luca apre una delle salite ancora oggi più impegnative dell'intero massiccio usando solo protezioni tradizionali: dichiarano per la prima volta nella storia del Gran sasso l'8° grado nella sezione più complessa. Di Federico dopo un primo tentativo fallito si allenò specificatamente a secco per risolvere il passaggio chiave. Siamo ormai nella proficua estate del 1982: Maurizio Tacchi e Paolo Abbate, fattisi le ossa sulle difficili placche aperte da Bini, aprono due magnifici itinerari: la “via Zarathustra” e la “via Ichosaedro” sulle perfette placche e fessure della prima e seconda Spalla del Corno Piccolo. Nel mese di Luglio il clou viene però raggiunto da Paolo Caruso e Massimo Marcheggiani con l'apertura in due tempi di “Cavalcare la Tigre”: modernissima e all'avanguardia questa via supera in arrampicata mista artificiale e libera estrema un enorme pancione monolitico in piena parete Est del Corno Piccolo, prosegue poi su un lungo ed espostissimo traverso protetto da un unico spit e un paio di chiodi.

44Vito Plumari, alias “il Vecchiaccio"

 

46Gianpiero Di Federico - Ph Arch. Di Federico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

47Antonio Mari - Ph Arch. CAI Ascoli Piceno

 

48Cristiano Delisi in apertura su Aficionados, prima Spalla - Ph Filippo Iacoacci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

49Fabio Deisi

 

50Tiziano Cantalamessa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con le corde degli anni 80 era pressoché impossibile una eventuale ritirata dopo superata la volta strapiombante. Cavalcare la Tigre insieme a poche altre sarà e ancora oggi è un banco di prova assoluto. Due mesi dopo Fabio Delisi con Giovanni Bassanini e Simone Gozzano apre la “Via dei Poeti”, probabilmente più difficile della vicina Tigre, superando tetti e strapiombi ma chissà perché quasi mai ripetuta, forse perché la spettacolarità di Cavalcare la tigre è assolutamente unica.

Sulla parete Est della vetta Occidentale del Corno Grande momentaneamente dimenticata, Giuseppe e Roberto Barberi (soprannominati “i vermi”) con Stefano Finocchi e Paolo Abbate aprono la strapiombante ed atletica via “Beppe Aldinio”.

Nell'estate del 1983 sulle lontane propaggini est del Gran Sasso, Massimo Marcheggiani e l'ascolano Marco Florio aprono una friabilissima via sulla parete nord ovest del Dente del Lupo (pericolosa; da non ripetere) e solo un mese dopo lo stesso Marcheggiani apre con Paola Ade una seconda via di 500 metri nel settore alto/sinistro della grande parete del Camicia dove la friabile roccia della parte bassa lascia poi, con meraviglia, spazio a roccia levigata e compattissima. Nella stessa estate anche due alpinisti del piccolo paese di Castelli, situato ai piedi del Monte Camicia si cimentano con le friabili rocce della montagna: Enrico Faiani e Francesco Di Simone aprono due distinte vie; una sul Dente del Lupo e una seconda nella parte più alta della grande parete Nord. La caratteristica che accomuna quasi tutte le vie del Camicia non è altro che la pessima qualità della roccia: da friabile a molto friabile ad esclusione della parte molto in alto, ma nonostante ciò ogni tanto avvengono rare ripetizioni.

54Roberto Iannilli - Ph Patrizia PerilliSul Gran Sasso intanto comincia a farsi vivo Tiziano Cantalamessa, autentico fuoriclasse di cui si parlerà molto più avanti nel capitolo “alpinismo invernale”. Cantalamessa è persona da raccontare: nasce ad Ascoli Piceno da una famiglia poco abbiente, smette gli studi per necessità economiche e fa l'operaio metalmeccanico portando soldi in famiglia. Si fa notare subito per la sua intraprendenza quando a 17 anni con Stefano Pagnini e poco dopo essere usciti dal corso di roccia del CAI di Ascoli Piceno, compiono la terza o quarta ripetizione della via “Marsili Panza” al Monte Camicia uscendo in vetta tra pioggia e fulmini. A soli 21 anni una brutta caduta lo inchioda a letto per mesi per una compressione toracica, lesioni alle vertebre e la frattura del polso, ma grazie a una volontà d'acciaio e una grande determinazione torna ad arrampicare con il polso ancora ingessato. Tiziano ha aspettative dalla vita che vanno al di là di uno stipendio più o meno garantito. Si licenzia, si sposa con Renata e facendo salti mortali acquistano insieme un terreno con casolare e si improvvisano allevatori. Diverse mucche da latte diventano l'impegno quotidiano, con pioggia, neve o sole le mucche sono da mungere sempre, tutti i santi giorni. Tiziano è strafelice, non smette un momento di scalare nonostante l'impegno con le bestie e il terreno da coltivare. Diventa sempre più bravo e negli anni matura la convinzione di poter vivere di montagna; si allena moltissimo, diventa Guida Alpina e in centro Italia non c'è stato professionista che abbia lavorato quanto lui, soprattutto su grandi itinerari, invernali e spedizioni. Ha lavoro in grande quantità al punto che torna a vivere ad Ascoli Piceno chiudendo l'attività di allevatore. E' persona affascinante, allegro, coinvolgente e amato. Muore prematuramente a 43 anni sconvolgendo l'intera comunità alpinistica.  

Torniamo indietro, agli inizi anni 80. Ristabilitosi dal grave incidente Cantalamessa apre due lunghissimi itinerari sul Paretone, non sui Pilastri ma sul remoto e isolatissimo fianco sinistro: la prima con Bruno Tosti superando sezioni di parete non particolarmente difficili ma con uno sviluppo di oltre 1500 metri dal forte carattere esplorativo. Nel 1983 apre con Alberico Alesi una seconda via, la “Martina” dedicata alla figlia morta prematuramente a pochissimi mesi dalla nascita. La via supera grandi e compatte placconate, strapiombi e diedri a sinistra della Farfalla, con difficoltà di 6° superiore e con uno sviluppo di 1600 metri in un ambiente che più isolato e ostile non può essere. Cantalamessa sarà indiscutibilmente il grande protagonista degli anni 80 e 90 sopratutto nelle sue performance invernali.

La stessa estate Massimo Marcheggiani e Fabio Delisi aprono una spettacolare via sulla repulsiva parete Est dell'anticima Orientale. La grande parete è percorsa soltanto da due vie che tendono a svicolare rispetto alla linea di vetta: è il 14 Maggio quando i due tracciano “Orient Express” raggiungendo la vetta per via diretta con grande intuito e logica, superando alte difficoltà con solo uso di chiodi. Una via di 650 metri che vede l'ultimo tiro di 40 metri (oggi dato di 6A) senza nessuna possibile protezione e con una esposizione inquietante. Cantalamessa ne compirà la prima ripetizione pochi giorni dopo l'apertura con il fratello Roberto e Riccardo Bessio e per circa 20 anni la via non verrà mai più ripetuta. Neanche un mese dopo Cantalamessa con Marcello Ceci apre sulla stessa parete “La riforma agraria”, una via non facile da seguire e dalla chiodatura difficile di cui Marcheggiani fa la prima ripetizione e prima solitaria due anni dopo, non avendo però certezza di aver seguito fedelmente la via nella sua seconda metà, piuttosto complessa da decifrare. Sul Torrione Cambi ancora Fabio Delisi e Marcheggiani aprono “Les freak sont chic” con un passo in placca molto duro e protetto da uno strano chiodo a pressione.

Cantalamessa e Marcheggiani di nuovo sull'Anticima del Paretone aprono “Le nebbie del Paretone”. Questa sezione della montagna, per le sue caratteristiche di grande complessità generale, vedrà praticamente sempre gli stessi, pochi protagonisti che negli anni seguenti si distingueranno anche per eccellenti realizzazioni extraeuropee (Caruso sale in invernale il Cerro Torre; Marcheggiani e Cantalamessa salgono il Fitz Roy in 26 ore no-stop, la inviolata vetta del Baghirati Karak (6702m) nel Garwal e fanno un tentativo alla via polacca alla parete Rupal del Nanga Parbat; Di Federico in Pakistan sale l'inviolato Sia Sish e apre una via nuova in solitaria sull'Hidden Peak; lo stesso Marcheggiani salirà in seguito 7 difficili vette inviolate in Himalaya).

51Da sin. G. Gianni, B. Vitale, A. di Bari, L. Bucciarelli, G. Barberi, S. Finocchi, F. Pennisi, R. Barberi alla cava di Ciampino (Roma) - Ph Foto Arch. B. Vitale

 

52Luca Bucciarelli - Ph Arch L. Bucciarelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il dimenticato Pizzo Intermesoli viene scoperto come una ulteriore miniera di possibilità per i fortissimi ormai ex ragazzini romani: Maurizio Tacchi, i fratelli Barberi, Luca Grazzini, Paolo Abbate, Angelo Monti e altri ancora aprono itinerari sempre più difficili dimostrando grandi doti tecniche e intuito. “Ombromanto”, “Silmarillon” “Cosi è se vi Pare” sono solo alcune delle belle e difficili vie inventate sulla eccellente roccia dell'Intermesoli. Va detto che il comodissimo accesso a queste pareti e la relativa facilità di rientro sono elementi molto invitanti per gli Alpinisti/Climber.

Nelle strutture secondarie e più basse di Intermesoli in seguito numerose vie vengono aperte in chiave sportiva, quindi sistematicità di spit e relative doppie attrezzate.

53Germana Maiolatesi Ph Arch G. MaiolatesiTornando sulla spettacolare roccia delle Spalle del Corno Piccolo, Cristiano Delisi e Luca Bucciarelli (Guide Alpine) aprono “Aficionados”, itinerario di grande difficoltà, facendo un uso molto parsimonioso di spit. Questa difficile via vedrà la prima ripetizione da parte di Germana Maiolatesi, fortissima alpinista e sci alpinista umbra, che compirà da capo cordata numerose grandi ascensioni (il Pilone Centrale tra le tante altre).

Sulle Alpi in quegli stessi anni vediamo diventare quasi una gara il concatenamento di grandi itinerari. Christophe Profit ne è stato la massima espressione, compiendo memorabili imprese di velocità. E' il 1985 quando anche sul “piccolo” Gran Sasso una vera e propria performance viene messa in atto: Luca Grazzini e Alessandro Jolly Lamberti in mezza giornata superano di fila le vie Alletto-Cravino sulla Ovest della vetta Orientale, dalla vetta scendono circa 500 metri della via Jannetta e poi scalano la via Mario-Caruso al 4° Pilastro: usciti in vetta scendono di nuovo la Jannetta e di gran carriera salgono la diretta Alessandri al 3° Pilastro, anticipando di un anno l'ancora più spettacolare concatenamento di G. Di Federico che in giornata scalerà tutti e quattro i pilastri del Paretone pur avendo scalato il giorno prima una isolata parete nella vicina Majella.

Cantalamessa e Marcheggiani successivamente salgono in 6 ore quattro differenti vie su altrettante pareti del Corno Piccolo.

I fratelli Barberi con Paolo Abbate aprono “Star Trek” a sinistra del pancione di Cavalcare la tigre, via molto logica, superando strapiombi esclusivamente in arrampicata libera e senza spit. E' un periodo davvero esaltante; non passa week end che al Gran Sasso non si parli di vie nuove, di cui ovviamente la stragrande maggioranza sul Corno Piccolo. La vecchia e nuova guardia della SUCAI di Roma è sempre meno presente mentre i giovani romani sopra citati, oltre a Germana Maiolatesi, Roberto Ciato, Romolo Vallesi, Guglielmo Fornari e non molti altri, si “sfidano” in aperture e prime ripetizioni cercando spazi tra le vie già esistenti. Nascono così “M.G. Mondanelli”, “Incontro con Camelia”, “Il filo di Arianna” e la difficile “Narciso e Placcad'oro” di Roberto Rosica che sono solo alcune tra le tante e più moderne. Ovviamente le difficoltà salgono, come sale le quantità di spit utilizzati.

Sul Paretone nel 1987 M. Marcheggiani con Lorenzo Brunelli apre “Fulmini e Saette” sulla parete Est dell'Anticima non intersecando, come sua etica, nessuna altra via preesistente, cosa che ormai quasi sistematicamente succedeva. La via supera i 650 metri di parete con difficoltà di 7° (oggi data 6B+) con solo uso di chiodi e nuts. (Il nome della via rimanda alle condizioni meteo in cui venne superata la parte alta della via).

Tiziano Cantalamessa intanto infila numerose prime ripetizioni di vie principalmente sul Paretone, dove negli anni a seguire supererà le cento ascensioni compiute anche per lavoro come professionista. P. Caruso, dopo l'apertura a spit di quattro difficili vie molto simili tra loro sullo scudo del Monolito, fa la sua ultima comparsa al Gran Sasso con l'apertura della via “Il Nagual e la farfalla”: questa supera nel punto di minor resistenza gli strapiombi de “La Farfalla” posta al di sotto dei quattro Pilastri del Paretone. Caruso, con G. Baciocco e A. Sarchi, risolve i 270 metri della via impiegando 8 (otto) giorni non consecutivi. L'impegnativa salita, risolta in arrampicata mista, ha fatto uso di spit, ancorette, copperhead e tratti in libera ed ovviamente corde fisse. Una via senz'altro impegnativa ma curiosa, che si interrompe infatti al termine degli strapiombi della Farfalla quando per logica sarebbe potuta continuare fino in vetta. Invece, da qui, i primi salitori attrezzate le doppie, ridiscesero. Una performance di ben altro spessore fu invece la prima ripetizione della via da parte del discreto e fortissimo Luca Grazzini che con Alfredo Massini superarò la via in giornata e senza la presenza di corde fisse.

55Emanuele Pontecorvo - Ph Arch Pontecorvo

A passo neanche tanto lento la “cultura” dello spit si fa largo nelle nuove realizzazioni, il che è chiaramente logico quando non c'è alternativa alcuna, ma evidentemente per alcuni apritori mettere uno o più spit equivale a marcare un territorio. La dimostrazione palese è davanti agli occhi di chiunque frequenta le pareti del Corno Piccolo: dozzine di spit a fianco di perfette, e dico “perfette”, fessure ben proteggibili diversamente e soste con catene Raumer, riducendo sezioni di montagna a mera falesia. Per cronaca va detto che diverse di queste catene negli anni sono magicamente sparite, segno evidente di un palese dissenso all'addomesticamento indiscriminato dell'alpinismo a cui mi associo senza nessuna remora. E' un discorso che chiaramente non vale per tutti: Roberto Ciato con Paolo Rocca infatti apre due notevoli itinerari sul grande Secondo Pilastro di Intermesoli con molta parsimonia di spit; “Blu Rondò a la turche” e successivamente “Blu tramonto” sono scalate molto difficili e Ciato dimostra grande capacità tecnica, mente salda ed etica indiscutibile. Sullo stesso pilastro non manca certo spazio per nuovi e intraprendenti assalti: la tendenza è ormai la ricerca delle difficoltà pure e Maurizio Tacchi, i fratelli Barberi e P. Abbate aprono dopo diversi tentativi “Terminesoli” con un solo spit nel tratto chiave. Cristiano Delisi e Luca Bucciarelli aprono invece “Forza 17” spettacolare e molto dura con misto spit e tradizionali, mentre ancora sullo stesso pilastro i due fratelli Barberi aprono “Ungoliant” in stile più che pulito. Parliamo di itinerari con difficoltà costanti, spesso di settimo grado e qualcosa di più, a conferma di un livello tecnico raggiunto e consolidato. Sulla parete Sud della Prima Spalla del Corno piccolo Roberto Rosica con F. Gianpietro e M. D'Armenio alza ancora di più l'asticella delle difficoltà con un ottavo grado su placche formidabili e spit molto lontani, dimostrando un sangue freddo non indifferente. A onor del vero però non dobbiamo dimenticare l'ottavo grado di Di Federico e De Luca aperto quasi 10 anni prima e con solo protezioni tradizionali.

Gli anni ottanta erano stati entusiasmanti, ricchi di novità e soprattutto avevano portato alla luce sempre nuovi talenti!                                    

                                                 

GLI ANNI NOVANTA

ovvero “aperture a tutti i costi”

Se qualcuno aveva vagamente pensato che ormai al Gran Sasso “tutto era stato fatto” beh, doveva ricredersi e di parecchio. Uno di questi qualcuno ero proprio io, che nella mia limitata immaginazione pensavo proprio che i giochi più importanti erano ormai agli sgoccioli.

Una difficilissima via viene aperta sul secondo Pilastro di Intermesoli ad opera dei forti fuoriclasse romani Sebastiano Labozzetta e Luca Grazzini: “Di notte la luna”, questo il nome della via, che presenta passaggi fino al 7b, rarissimi spit e un’ arrampicata molto sostenuta.

   Gli infaticabili ex ragazzini (il tempo passa per tutti!) Giuseppe e Roberto Barberi continuano la loro ricerca di spazi vergini dove inventare ancora nuove vie così come Grazzini, Abbate, Maurizio Tacchi e svariati loro compagni. Inventano “In vino Veritas”, “King Cong's crak” sui pilastri di Intermesoli, oppure “Kaisentlaia”, “Gargamella” sulle Spalle del Corno Piccolo sempre con difficoltà elevate e con spit praticamente assenti.

56Da sin. E. Pontecorvo, D. De Patre, L. Angelozzi - Ph Arch Angelozzi

Già sul finire degli anni 80 era comparso al Gran Sasso Roberto Iannilli che aveva posato occhi curiosi sulla assolata parete Est della vetta Occidentale trovando spazi ancora liberi e aprendo “Tempi postmoderni” e “Far finta di essere sani”. Iannilli vive sul mare, a Ladispoli e sembra scatenato. Trova spazi vuoti in maniera quasi spasmodica. Apre ancora “Intifada” poi “L'isola non trovata” e ancora “Il vento dell'Est”, “Demetrio Stratos”, “Senza orario e senza bandiera”, tutte sulla relativamente grande stessa parete Est, infilandosi tra una via preesistente e l'altra ma intersecandone per forza di cose diverse altre. Sul vicino Torrione Cambi non sfuggono a Iannilli altri potenziali spazi liberi; sulla assolata parete Sud apre in due giorni diversi e con Andrea Imbrosciano “Musica nova”, protetta a spit con passaggi dichiarati di 8° grado. Sempre in due giorni diversi apre “Farabundo Martì”, con Imbrosciano e Patrizia Perilli, ricorrendo anche qui a protezioni anche a spit. Sulla estrema destra della stessa parete i sempre presenti fratelli Barberi con Paolo Abbate aprono con solo chiodi e friends la bellissima e difficile “Thorin scudo di quercia”.

Agli inizi degli anni 90 la presenza femminile sui grandi itinerari era ancora una rarità, soprattutto nella conduzione delle cordate. Le rare ragazze in parete erano spesso mogli o fidanzate, che al seguito di “bravi” maschi salivano svariati itinerari ma rigorosamente da gregarie. Non era così per la già citata Germana Maiolatesi che compie un'infinità di ripetizioni importanti come Orient Express, Star Trek, Demetrio Stratos, Fulmini e saette, Il Vento dell'est rigorosamente da capocordata o a comando alternato. Germana compirà anche diverse salite invernali e difficili discese estreme con gli sci e ad oggi la sua attività al femminile non ha confronti.

Lo scatenato Roberto Iannilli, con compagni diversi apre vie su vie su qualsiasi parete della grande montagna. Sulla Est del Corno Piccolo, sulle tre Spalle, alle Fiamme di Pietra, al Pizzo Intermesoli, sulla vetta Occidentale, al Torrione Cambi, sulla vetta Centrale... ovunque Iannilli si infila tra una via e l'altra, spesso intersecandone più di una e ricorrendo con relativa parsimonia agli spit e alla scalata artificiale. In una forma quasi antagonista anche Fabio Lattavo, spesso con la compagna Luana Villani, va alla ricerca di spazi tra una via e l'altra usando anche egli spit senza tanti scrupoli. Va detto che l'avvento dell'arrampicata sportiva induce all'ingaggio sulla ottima roccia del Gran Sasso, dove ormai il concetto esplorativo è praticamente messo da parte o addirittura dimenticato.

Una meteora di nome Marco Sordini compare aprendo in uno stile encomiabile due bellissime vie; “Viaggiatore incantato” e “La forza dell'amore” sono le sue due uniche firme sulla montagna. nella seconda, con difficoltà fino al 6b+, non fa assolutamente uso di spit. Marco Sordini ci sgomenta quando, giovanissimo, si toglie la vita.

57Da sin. L. Angelozzi, A, Di Pascasio, D. De Patre - Ph Arch. Angelozzi

Mi rendo conto che a questo punto della relativa storia del Gran Sasso rischierei di fare un fac-simile di un elenco telefonico se mi mettessi a riportare la enorme quantità di vie aperte. Cercherò di filtrare a mio giudizio le salite che possano aver avuto una certa importanza sia per la ricerca esplorativa che per la difficoltà. Molte delle vie aperte, incastrate tra una via e l'altra e spesso poco o per niente d'avventura, dal punto di vista storico-evolutivo non hanno grande storia. L'ormai diffuso uso di spit e le relative doppie attrezzate che evitano astutamente il prosieguo verso un fine parete con relativa discesa, rendono queste scalate simili alle multi-pitch di falesia, sempre meno identificabili nel termine “alpinismo”.

Cerchiamo ora delle eccezioni.

Luca Grazzini e Alfredo Massini concatenano velocemente quattro vie tra le più difficili del Monolito impiegando appena mezza giornata. Come già accennato poco sopra, gli stessi avevano compiuto la prima ripetizione del “Nagual e la farfalla” in giornata (Caruso e C. avevano impiegato 8 giorni non consecutivi e corde fisse)

Roberto Iannilli nel frattempo sembra non trovare pace: scala con un ritmo serrato cercando continuamente spazi vuoti da riempire (un capitolo di un suo libro non a caso è : “Sindrome dell'apritore di vie”!) ma non trascura nel frattempo di compiere anche diverse salite in solitaria. Sulla grande parete Nord del monte Camicia Roberto sale inizialmente un pilastro situato nella parte alta della parete calandosi dall'alto e aprendo la via “Nirvana” ma quella che invece è una bella realizzazione da grande alpinismo è l'apertura di “Vacanze romane”. Insieme a Ezio Bartolomei sale dal basso la grande, friabile e a tratti erbosa parete in due giorni. Ancora Roberto, sempre con Ezio Bartolomei, ripete la via di Caruso sulla Farfalla, ma a differenza di altri ripetitori non scende in corda doppia bensì trova una continuità verso l'alto. Con difficoltà decisamente più facili dà finalmente un senso compiuto alla salita di Caruso. Roberto apre ancora vie su vie; diversi anni dopo (nel 2016) nella sua continua esasperata ricerca di spazi torna sulla parete del Camicia con Luca D'Andrea. Purtroppo vengono trovati ambedue ai piedi della parete dopo una fatale caduta. Sul monte Camicia la possibilità di alzare l'asticella delle difficoltà è un azzardo decisamente troppo elevato.

Sempre nella seconda metà degli anni 90 Massimo Marcheggiani apre due vie sul versante Sud del Paretone, a sinistra della via di Consiglio e Alletto del '57. Un accesso molto complicato e totalmente isolato porta ad uno scudo di roccia di 350 metri ancora mai salito: Marcheggiani con Gino Martorelli apre inizialmente “Capo Horn”, ripetuta una sola volta da Leone Di Vincenzo e Marco Sprecacenere, successivamente con Alberto Miele apre “I muscoli del Capitano” con difficoltà massime fino al 6° grado, protezioni veloci e senza intersecare nessun altro itinerario. La via al momento non risulta ripetuta.

Il giovanissimo teramano Lorenzo Angelozzi compie la prima solitaria di “Orient Express.

Due non proprio ragazzini, Luciano Mastracci e Marco Marziale, si dedicano quasi esclusivamente a ripetizioni estive ed invernali di alto livello e in pochi anni arricchiscono come pochi il proprio carnet. Tiziano Cantalamessa si dedica intanto esclusivamente alla professione di Guida Alpina, oltre a realizzare grandi scalate invernali per il proprio diletto. Lavora in tutte le stagioni e non solo nei fine settimana. Io stesso, frequentando il Gran Sasso in qualsiasi giorno della settimana, lo incontravo spessissimo, in parete o al piazzale di Prati di Tivo con clienti. Non c'è stata Guida che abbia lavorato con un ritmo equiparabile al suo; la peculiarità di Cantalamessa era non solo “portare” clienti, ma spesso “insegnare” ai clienti come fare alpinismo. Formava cordate che scalavano, con la sua supervisione, ma in autonomia. Bastava la sua presenza per dare imput positivi a chi cresceva alpinisticamente. Dopo oltre dieci anni di professione ad alti livelli, con salite anche in Himalaya, in Africa o in Cile, una drammatica casualità interrompe tutto. Durante la salita del Canale Jannetta a fine aprile del 1998, una imprevedibile slavina uccide tre componenti del corso che Tiziano stava tenendo. La magistratura così come i periti di parte non trovano colpe di nessun genere verso il suo operato ma è lo stesso Cantalamessa però a non assolversi e a “condannarsi”. Abbandona immediatamente la professione e l'alpinismo. Trova lavoro con il fratello Roberto nella ditta di consolidamento di pareti rocciose e qui, per un banale errore, Tiziano trova la morte e noi perdiamo un grande grande uomo e alpinista.    

Come non ricordare poi il bravissimo Stefano Zavka con il suo stile elegante e veloce? Stefano, prima guida alpina umbra, in silenzio meraviglia tutti noi quando compie la prima solitaria del “Nagual e la farfalla” il giorno del suo compleanno. Compie altre belle ripetizioni ma un tragico destino lo vede scomparire tragicamente mentre scende dalla vetta del K2.

Il Gran Sasso, ma principalmente il Corno Piccolo, nelle assolate domeniche estive di questi ultimi anni brulica di decine e decine di scalatori intenti a ripetere le ormai centinaia di vie. La maggiore frequentazione la si ha ovviamente sulle vie più garantite. Molte vie “plaisir” sono state aperte sulle pareti più comode da diversi scalatori. La presenza degli spit è chiaramente un incentivo per chi non si sente “avventuriero” e per questo a volte sulle vie più gettonate si creano ingorghi umani ma scalare al Gran Sasso è sempre fortemente appagante.

Nel frattempo nuove generazioni ogni tanto sfornano grandi scalatori che amano mettersi in gioco: uno in particolare (ma che tanto giovane non è) è il francese Bertrand Lemaire. Vero talento importato nella capitale, Bertrand nel 2008 apre con Roberto Rosica l'itinerario più duro dell'intero Appennino Centrale. “L'erba del diavolo” sul secondo Pilastro di Intermesoli aperta con pochissimi spit, chiodi e friends. Non è stata gradata. Lemaire e Rosica raccomandano a eventuali ripetitori di sapersi muovere con fermezza e a vista sul 7b, soprattutto nel tiro chiave dove una caduta potrebbe avere gravi conseguenze. La via è stata ripetuta da tre autentici e giovanissimi portenti che stanno silenziosamente portando avanti un alpinismo di grande qualità: anche Lorenzo Angelozzi, Daniele De Patre ed Emanuele Pontecorvo dopo la prima ripetizione, quasi esclusivamente in libera dell' ”Erba del Diavolo” non hanno voluto dare un grado di difficoltà.

Pontecorvo, in grande forma, nell'estate 2014 apre una nuova via sulla parete Est dell'anticima Orientale: insieme con Marco Cristell si insinua con grande astuzia tra “Fulmini e Saette” e la “Paola Banissoni” con un tracciato diretto, autonomo e molto difficile intersecando, forse, la Banissoni soltanto nei pressi della vetta. La via viene chiamata “Generazione P” (P sta per precari...?) ed è, tra la valanga di vie spesso scontate aperte sul Corno Piccolo o Intermesoli, una scossa alla staticità della ricerca e avventura ormai sopita. Soltanto Pontecorvo e una manciata di altri ragazzi oggi hanno queste qualità. Infatti, tra i pochissimi, ci sono guarda caso Lemaire e Cristell che aprono sul fianco destro della Farfalla un itinerario difficilissimo nello stile “Lemaire” che richiede loro due puntate di due giorni ciascuna per venire a capo di “Little wing”. Tra i pochissimi ritroviamo anche, e sempre non a caso, Lorenzo Angelozzi, Daniele De Patre e l'ormai veterano Andrea di Pascasio che rispondono alla chiamata aprendo, a quasi cento anni dalla prima salita del Paretone (1922), la loro via “Stesso identico umore” senza l'ombra di uno spit nonostante la elevata difficoltà della nuova via.

Dove? Sul Paretone della Vetta Orientale del Corno Grande, ovviamente!

 

Termino con queste pagine la parziale storia alpinistica della montagna più intrigante dell'intero Appennino Centrale.

Colgo l'occasione per invitare i cari colleghi accademici a visitare il Gran Sasso, sono certo che non ne resteranno assolutamente delusi.

Il mio prossimo e ultimo articolo sarà quello sull'alpinismo invernale, che ha una intrigante storia tutta sua.

  

Massimo Marcheggiani

59L'autore dell'articolo M. Marcheggiani - Ph F. Camilucci

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