Contributi Storici

Club Alpino Accademico Italiano
Sabato, 07 Febbraio 2026 20:40

Free K2 - Baltoro Survey 2025

di Umberto Villotta

La missione di sorveglianza delle condizioni in cui si trova attualmente il Baltoro, indirizzata a identificare le prospettive per un’efficace gestione del flusso dei visitatori, si è svolta nell’ultima parte dell’estate 2025, dal 20 di agosto al 15 di settembre.

Su mandato di Carlo Alberto Pinelli (Presidente onorario di Mountain Wilderness International e Accademico del CAI) e di Mauro Penasa (Presidente Generale del CAAI), il 21 agosto sono atterrato a Islamabad, ad attendermi il compagno di avventura di questo viaggio, Afzel Scherazi (Presidente di Mountain Wilderness Pakistan). Chiaro l’obiettivo: monitorare con attenzione la gestione dello smaltimento dei rifiuti prodotti nel Central Karakoum National Park, nel corso della stagione turistica, dalla notevole frequentazione di alpinisti, trekker, guide, cuochi, assistenti vari, portatori e animali da soma. Chiara anche la necessità di prendere contatto coi principali attori impegnati nella conduzione del Parco e nelle operazioni sul terreno, e al contempo l’opportunità di registrare opinioni, idee, problematiche e suggerimenti di quanti avremmo potuto incontrare durante l’avvicinamento al CB del K2 ed il successivo rientro. Un bell’impegno, non c’è che dire…

Il secondo giorno a Islamabad abbiamo incontrato l’Ambasciatrice Italiana Marilina Armellin che ci ha ricevuti insieme al Dottor Francesco Zatta, responsabile della Agenzia Italiana Cooperazione e Sviluppo (AICS) per Pakistan e Afghanistan.

Dopo le presentazioni, l’Ambasciatrice ha puntualizzato le problematiche del Gilgit–Baltistan, un territorio conteso tra India e Pakistan che non è considerato provincia pakistana ma solo un territorio amministrato. Questo contrasto alimenta una guerra a bassa intensità che dura dal 1947 e il Baltoro, vicino al confine, è una zona fortemente militarizzata.

Ha poi sottolineato le difficoltà esistenti nella gestione di programmi a medio termine e Zatta ha aggiunto che se si vuole portare avanti un progetto è indispensabile la presenza in Pakistan di almeno un coordinatore. Ci hanno pertanto consigliato tener in considerazione la collaborazione con EvK2-CNR, fondazione presente in Pakistan da circa 20 anni e molto ben introdotta, conosciuta e presente sul territorio, in stretto contatto con le amministrazioni locali e col CKNP (per il quale ha sviluppato il piano di gestione approvato una decina di anni fa).

La complessa situazione socio-economica attuale rischia di penalizzare i finanziamenti dedicati alle tematiche ambientali, in Pakistan come nel resto del mondo. Peraltro, la ricaduta d’una virtuosa gestione del Parco sulla frequentazione turistica (internazionale o domestica) è di grande rilievo per tutti gli organismi coinvolti, la cui sopravvivenza è legata dall’inizio al turismo. Ci è stato quindi consigliato di contattare la direzione del CKNP, che è in grado di dare tutte le informazioni ed evidenziare le problematiche ufficiali di gestione. Sarà poi importante un contatto con l’Amministrazione del Gilgit–Baltistan, con l’Environmental Agency, e con EvK2-CNR.

1 Askole ingresso CKNPAlla stazione di ingresso al Central Karakorum National Park - Askole (Foto Umberto Villotta)

 Askole

Il trekking è cominciato il 24 agosto ad Askole (3000 m), raggiunta in fuoristrada da Skardu con un viaggio di 5 ore su strade alquanto disastrate, con ben 3 interruzioni dovute a recenti frane (non è stata un’annata clemente, con gravi alluvioni nella prima fascia montuosa, tra Punjab e Swat).

Askole è l’ultimo villaggio prima di entrare nel CKNP, con una scuola primaria e un dispensario medico, intitolato a Lorenzo Mazzoleni, deceduto sul K2 nel 1996, che versa in condizioni pietose. Appena fuori dall’abitato c’è invece una costruzione nuovissima, si tratta di un ospedale edificato con fondi tedeschi raccolti da Thomas Huber, ma la struttura non è ancora funzionante.

Il giorno dopo partiamo con una guida locale, Basharat Shigri, un cuoco, un aiuto cuoco, 3 portatori e 3 muli con 2 conducenti. La mediazione della guida nei rapporti con la comunità locale e le autorità ci sarà di grande aiuto. Tappa obbligata, la registrazione per entrare nel Parco, ma poco prima visitiamo la discarica per i rifiuti raccolti nei vari campi intermedi sul percorso per il K2. Si tratta di un deposito a cielo aperto dove alcune persone, dalla apparenza molto misera, recuperano a fatica qualche oggetto da rivendere. Annessi alla discarica troviamo un compattatore per la plastica (dimensioni ridotte, come quello dei nostri supermercati), una capanna chiusa a chiave, deposito delle balle di plastica e delle bombole metalliche, e un piccolo inceneritore.

Intervistiamo il guardiaparco, molto gentile, che viene raggiunto dal suo superiore e da un altro collega. Ci vengono forniti i dati principali sulla frequentazione del Parco nel 2025, relativi a questo ingresso (che peraltro è il principale): Trekker 445, Alpinisti 375. Non c’è un numero ufficiale complessivo di quanti risalgono il ghiacciaio, ma ognuno degli ingressi per trekking si porta dietro circa 5 portatori, mentre il numero aumenta fino a 10 per gli alpinisti che rimangono sul Baltoro a lungo e che hanno molto più materiale. Si tratta complessivamente di almeno 6000 portatori, dei quali quelli con licenza ufficiale, registrati in ingresso, sono stati 780.

Alla fine della stagione alpinistica 2025, che si è conclusa da poco, è stata effettuata una operazione di pulizia (Clean-up Campaign) con portatori d’alta quota sul K2 (fin sotto il C4) e sul Broad Peak, con i seguenti risultati:

Concordia: raccolti 3000 kg di rifiuti

Broad Peak (CB e primi campi): 3400 kg

K2 (Campo Base): 3500 kg

K2 (Campi ABC-C1-C2-C3): 800 kg (1100 da info successive da CKNP).

I rifiuti dai campi alti (principalmente corde fisse, e bombole di ossigeno) sono chiusi a chiave in un edificio per evitare che siano asportati.

Il trasporto dei rifiuti a valle viene effettuato da muli caricati con sacchi di iuta, definiti come poco pratici, e le operazioni di raccolta e trasporto si svolgono senza alcun controllo da parte dei guardaparco, che presidiano solamente la stazione di ingresso.

Successivamente il portatore d’alta quota, Ghulam Mehdi, che ha partecipato alla pulizia dei campi alti del K2, ci racconterà di aver trovato condizioni molto “secche” sulla montagna, con rocce e oggetti affioranti dalla neve, tra i quali anche bombole di ossigeno che potrebbero appartenere addirittura alla spedizione Desio (Mehdi è un veterano sul K2).

2 Askole scuolaLa Scuola Superiore di Askole (Foto Umberto Villotta)

5 Askole inceneritoreAskole - La stazione di incenerimento (Foto U. Villotta)

4 Askole compattatoreAskole - Il compattatore delle plastiche (Foto U. Villotta)

Trekking

Il 2025 non ha fatto eccezione alla tendenza degli ultimi anni. K2 e Broad Peak hanno visto una forte presenza di agenzie commerciali che si appoggiano a Sherpa nepalesi: anche qui si sta esportando il metodo “via Normale all’Everest” con attrezzatura sistematica con corde fisse da inizio stagione, dal Campo Base Avanzato (ABC) fino alla vetta, sia sullo Sperone Abruzzi che sulla adiacente via Cesen. Qualcuno sostiene non serva più neanche la piccozza per salire il K2! Ma sia ben chiaro, questa montagna non sarà mai frequentata come l’Everest, è molto più ripida e difficile e oggettivamente gli spazi per piantare le tende ai campi alti sono davvero esigui e incompatibili con numeri maggiori degli attuali.

Comunque, questo approccio alla fine paga: nel 2025 una quarantina di persone ha salito il K2, peraltro in un periodo insolito, intorno al 10 di agosto, una decina di giorni in ritardo rispetto al solito, quando la maggior parte dei gruppi aveva già levato le tende e sembrava proprio si dovesse trattare di un anno senza cima. Ebbene, tutti gli alpinisti sulla vetta appartenevano a spedizioni commerciali.

Se si considera che dal 1954 (con una seconda salita solo nel 1977) all’inizio del 2021 si sono registrate meno di 400 salite, mentre dal 2021 al 2025 ce ne sono state altrettante, è evidente che si tratta di una scelta vincente. Il mercato dell’alta quota si alimenta di questo impressionante aumento delle percentuali di successo, possibile solo grazie al completo attrezzaggio della salita. In seguito, ci capiterà di vedere la pubblicità del team pakistano che ha attrezzato la normale del Laila Peak (6096 m) con 1500m di corde fisse.

Nei giorni successivi visitiamo i campi lungo il percorso del trekking fino al Campo Base del K2. Il nostro programma prevede tappe a Jola, Paiju, Khoburtse, Urdukas, Goro e Concordia. Si tratta di campi frequentati in maniera differente, ciascuno con le proprie caratteristiche, dove riscontriamo varie criticità.

KOROFONG: molto sporco sul terreno nonostante i bidoni del CKNP, presenti le tipiche costruzioni in pietra, diroccate, senza tetto e non utilizzate, vegetazione scarsa e rada; spesso si realizzano ripari, utilizzando come tetto teli in plastica e come sostegno pali di legno di pioppo, salice e tamarisco, nonostante tutti i divieti di prelievo.

JOLA (3200 m): storicamente famoso per l’affollamento e la sporcizia. A inizio agosto una colata di fango di medie dimensioni ha seppellito gran parte del campo, e in particolare tutti i bidoni per rifiuti e i WC del CKNP; per fortuna l’evento è accaduto di giorno e non ci sono stati feriti. La colata sembra essere stata causata dalla tracimazione di un lago glaciale, ma manca una perizia geologica in merito. I rifiuti vengono ora buttati in una buca scavata all’occorrenza e in seguito bruciati. Anche qui la vegetazione è quasi assente, mentre sono presenti un paio di costruzioni della comunità locale Testey, in buono stato ma molto sporche.

11 Frana a Jula

 

FOTO 11 FRANA A Jula

BARDUMAL (3300 m): è un campo usato poco ma pulito, con sorgente e 2 capanne, gestito dalla comunità locale, ma la vegetazione è quasi nulla. Presenti bidoni rifiuti del CKNP.

PAJU (3500 m): gestito dalla locale comunità Testey, è molto grande, affollato e sporco: nonostante ciò, si tratta del campo in cui molte agenzie scelgono di far tappa per un giorno di riposo/acclimatamento, e forse la frequentazione è motivo delle difficoltà a mantenerlo pulito. E’ un campo alberato e fresco (rimboschimento di salici e pioppi effettuato da giapponesi, inizio anni ’90), ma alcuni alberi sono abbattuti o danneggiati. C’è una decina di toilette semidistrutte, 2 box docce improbabili (senz’acqua, con secchio), un inceneritore inutilizzabile vicino a una buca dove viene depositata parte dei rifiuti (al nostro ritorno erano stati bruciati). Per la raccolta vengono usati bidoni blu (drum) o bidoni in legno artigianali.

Le piazzole tenda sono pericolosamente delimitate con filo spinato. E’ presente un paio di capanne abitate, in buono stato.

Intervistiamo il capo villaggio (che è uno studente universitario), molto critico sul Parco, ma con idee alquanto confuse su come gestire i rifiuti.

7 Il Paiju Peak

9 Paiju scavo per rifiuti

10 Paiju inceneritore

8 ll campo di Paiju

FOTO 7   PAIU

FOTO 9   PAIU SCAVO

FOTO 10   PAIU INCENERITORE

FOTO 8   CAMPO PAIU PEAK

LILIGO (3700 m): è un campo attualmente poco utilizzato dopo che una frana ha distrutto il vecchio campo (c’è una parete di conglomerato giusto sopra!!!). Qui sono presenti sia bidoni blu (drum) che bidoni CKNP per la raccolta dei rifiuti. Il campo risulta abbastanza pulito, ma appena al di fuori, sotto un masso, un gran cumulo di rifiuti, alcuni dentro sacchi, altri sparpagliati. Ricordo questo campo nelle foto di Galen Rowell (1980 circa), era la zona più elevata con alberi, ora del tutto priva di vegetazione.

KHOBURTSE (4000 m): campo grande, molto affollato, abbastanza sporco, con 2 tende toilette che scaricano direttamente nella morena, 3 capanne (una occupata da militari), gestito dalla comunità locale Testey, con bidoni blu (drum) per la raccolta rifiuti. La quota non consente lo sviluppo di vegetazione arborea.

11 sotto Khoburtse

13 Khoburtse

 

FOTO   11 SOTTO KOBOURITSE FOTO VILLOTTA

FOTO 13 KOBOURTSE FOTO PENASA

URDUKAS (4200 m): campo grande, affollato, con mucchi di rifiuti nascosti sotto i massi, pochi bidoni, lavabi rotti e inservibili, molte toilette ma semidistrutte, le uniche disponibili scaricano direttamente nel ghiacciaio. Sotto il campo un deposito militare di taniche di plastica per kerosene, con un contingente di soldati. Gestito dalla comunità Testey.

13 Urdukas

14 Ancora Urdukas

 

FOTO 13 URDUKAS

FOTO 14 ANCORA URDUKAS

GORO1: campo sul ghiacciaio, usato poco, con una tenda ricovero per portatori, un paio di bidoni del CKNP (pieni). In linea di massima un campo abbastanza pulito.

12 Goro 1

 

FOTO 12 goro 1

 

GORO2 (4300 m): campo sul ghiacciaio, bidoni del CKNP vuoti, ma nessuna toilette agibile, abbastanza sporco.

Tra Goro2 e Concordia si passa in una discarica prodotta da un accampamento del Pakistan Army: mucchi di scatolette arrugginite e taniche per carburante in metallo.

5 tra Urdukas e Goro 1

6 Biarchedi Peak

 

FOTO 5 TRA Urdukas e goro PENASA

Foto 6 biarchedi Peak PENASA

CONCORDIA (4650 m.): grande campo su ghiacciaio, molti bidoni CKNP appena svuotati, un paio di toilette sopraelevate (alquanto scomode) con scarico dentro bidoni blu, qualche rifiuto sul terreno e bidoni blu e metallici all’apparenza abbandonati, un paio di tende per i portatori. C’è un nuovo presidio medico, con medico militare che abbiamo conosciuto, in un piccolo prefabbricato stile “bivacco”. Oltre un grande crepaccio c’è il presidio militare con un prefabbricato ed alcune tende.

16 verso Concordia

3 GIV da Concordia

FOTO 16 VERSO CONCORDIA

FOTO 3 G IV DA CONCORDIA   FOTO PENASA

 

BROAD PEAK BASE CAMP (4865 m): sostanzialmente pulito, bidoni del CKNP svuotati, ma nessuna toilette.

Tra i due Base Camp ho scovato un bidone blu e un sacco, entrambi pieni di rifiuti, abbandonati, probabilmente persi durante il clean-up di due settimane prima.

K2 BASE CAMP (5000m): campo con bidoni CKNP vuoti, una toilette sopraelevata rovesciata, 7/8 bidoni blu abbandonati (uno era quello per le deiezioni della toilette).

Al K2 BC finisce il nostro trekking sul Baltoro. La nostra intenzione di ritornare attraverso il Gundogoro-La per la valle di Hushey è stata frustrata dalle recenti precipitazioni: il passo è alto, non transitabile dai muli e non frequentato in questa stagione. Alla fine, è giocoforza ripercorrere la via seguita in salita, opzione favorita dalla nostra agenzia di trekking, Trango Adventures (della quale dobbiamo ringraziare l’impeccabile organizzazione).

2 K2 da Broad Peak F. Cazzanelli

15 Contrafforti del Trango

 

FOTO 2   K2 DA Broad Pek foto penasa

FOTO 15 - I contrafforti delle Torri del Trango, un vero oceano di roccia, visti dal campo di Urdukas. Sulla sinistra la Torre Uli Biaho (foto Umberto Villotta)

Considerazioni finali

L’obiettivo di questo viaggio era ottenere un’immagine accurata e attuale della situazione sul Baltoro e sulle sue montagne più visitate (il K2), a conclusione del ciclo turistico stagionale, per identificare le necessità e i possibili aspetti su cui è opportuno o indispensabile discutere una eventuale proposta di intervento.

A grandi linee, ad oggi l’alta montagna è minacciata dalla frequentazione umana da un lato e dal riscaldamento globale dall’altro. Il ghiacciaio del Baltoro non fa eccezione: il confronto tra le immagini rilevate nei primi decenni del ‘900 e quelle attuali testimoniano un’evidente riduzione dei ghiacciai laterali. Anche il flusso principale, dopo un paio di decenni in cui si è osservata una sua relativa stabilità fino a ipotizzarne una robustezza caratteristica, comincia oggi a far trasparire gli effetti legati all’innalzamento delle temperature ed alle variazioni del clima.

Su questa cosa il mondo dell’alpinismo e dell’escursionismo può fare ben poco, ma per l’impatto creato sul territorio dai grandi numeri si tratta di una responsabilità diretta che non può non accollarsi.

E’ apprezzabile il lavoro che è stato fatto dal CKNP e da quanti hanno collaborato alla sua organizzazione.

La gestione ambientale del Parco è oggi un ingranaggio ben concepito, che appare autosufficiente e coinvolge in modo diretto tutti gli attori che si muovono sul territorio, distribuendo loro compiti e riconoscimenti, in particolare finanziamenti. Tutte le problematiche sono state identificate, analizzate e in qualche modo affrontate, pertanto la situazione che si può trovare sul terreno è molto migliore di come potesse essere 10-15 anni fa.

Detto ciò è giocoforza osservare come la gestione rifiuti sia per alcuni versi approssimativa e soprattutto che il suo controllo di dettaglio sia ancora molto carente.

Forse il risultato attuale è quanto di meglio si possa fare con i fondi disponibili, ma il margine di miglioramento è sicuramente importante.

Ci si trova quindi in una situazione lontana dal disastro ecologico, pur sempre dietro l’angolo, a cui sembra sempre gridare una parte del mondo ambientalista, ma anche distanti da quanti sostengono che tutto è sotto controllo e che va tutto bene.

La conflittualità esistente tra la comunità locale e l’amministrazione del parco è di certo controproducente, e non solo per la gestione rifiuti. E’ indispensabile che si avvii una forma di comunicazione più efficace per arrivare a una sintesi (che sia un accordo di tipo politico e/o commerciale), anche perché, da sole, le Comunità non hanno le necessarie capacità organizzative e imprenditoriali per gestire la problematica rifiuti.

L’obiettivo è far funzionare meglio un sistema, ma il fine ultimo è una miglior protezione delle risorse del parco a lungo termine, un interesse di tutti.

E’ quindi indispensabile una continua sensibilizzazione delle Comunità locali e dei visitatori sull'importanza del parco, della biodiversità e della natura selvaggia ad esso associata. Nella veste di Parco Nazionale, il CKNP dovrebbe non solo provvedere alla conservazione e protezione della wilderness ma soprattutto educare i visitatori, in particolare quelli delle nuove generazioni, al rispetto della natura. A questo proposito manca un programma di formazione scolastica, per assenza di stanziamenti dedicati, essenziale per formare i giovani ed accrescerne la consapevolezza sui temi critici della protezione ambientale in rapporto ai mutamenti climatici e socio-economici.

17 Concordia il K2

 

FOTO 17 - Da Concordia, la visione del K2, non più molto distante (Foto Umberto Villotta)

Il CKNP provvede allo smaltimento dei rifiuti raccolti nei suoi bidoni e per quanto si riesce anche dai campi alti sulle montagne principali (K2, Broad Peak). Questa operazione è fatta attraverso l’impiego di personale appartenente alla Comunità locale, che si occupa di raccogliere, differenziare, bruciare o trasportare a valle i rifiuti dai campi di competenza, ma l’impressione di una certa disorganizzazione è inevitabile.

A fronte di una indubbia carenza di formazione sulla gestione dei rifiuti si osserva la mancanza di attrezzature da campo d'alta quota per il personale che svolge le proprie mansioni nei campi. E’ indispensabile che chi lavora sul territorio si senta motivato eticamente verso una mansione in fondo poco simpatica. Per questo è indispensabile una fase formativa ma anche la dotazione di materiali adeguati alla lunga permanenza sui ghiacciai, di una buona alimentazione e di kit dedicati alla salute e all’igiene.

Del resto, le condizioni di gran parte dei campi sono alquanto scadenti.

E’ evidente la necessità di migliorare le aree per il lavaggio, con attenzione particolare alla gestione delle acque reflue ed all'approvvigionamento idrico. Installare più cestini per i rifiuti del CKNP negli accampamenti e lungo i percorsi di trekking è importante, ma inutile senza lo sviluppo di un meccanismo efficiente per il loro svuotamento e manutenzione. In realtà i cestini per rifiuti non dovrebbero neanche esistere, facendo affidamento sulla preparazione ecologica dei visitatori, ma si sa che sui grandi numeri l’impatto di pochi ha effetti importanti. Una segnaletica di avvertimento e istruzione su cosa fare e cosa non fare diventa allora non trascurabile. Si tratta però di oggetti che vanno gestiti e mantenuti nel tempo: trasferendo l’impressione di un’efficiente gestione sono in grado di alimentare il sentimento ecologico ma, se trascurati, possono altresì dare l’idea di disaffezione e abbandono.

Diversamente da un tempo, da Askole fino a Concordia l’impatto di muli e cavalli, o meglio del loro sterco, è altissimo: non occorre conoscere il percorso, basta seguire la traccia delle deiezioni! Notevole anche l’impatto sulla vegetazione di basso fusto della quale gli animali si nutrono e delle condizioni igieniche nei campi, dove è presente molto sterco. Anche l’Esercito Pakistano li usa in modo massiccio: ogni giorno abbiamo incontrato convogli di 10/12 muli che trasportavano per conto dei militari carburante e viveri sul ghiacciaio.

L’Esercito Pakistano è a tutti gli effetti un attore di gran peso, produce molti rifiuti ma potrebbe ricoprire un importante ruolo nella pulizia avendo a disposizione sia uomini che mezzi per effettuarla. Questo sarà possibile solo attraverso un franco confronto tra il Parco e l’Esercito, che dovrebbe portare ad una situazione migliore per entrambi.

Come detto, l’impatto degli animali è grande sulla pulizia, ma soprattutto sulla vegetazione. Su questa anche l’abitudine al fuoco di legna, che è una tradizione dei portatori, dovrebbe essere contrastata: esiste il divieto di raccolta ma dovrebbe estendersi all’utilizzo. L’uso dei fornelli a gas, utilizzati dai gruppi di trekkers, non ha mai preso piede presso i locali. Occorrerebbe maggior formazione su questo punto: tradizioni e cultura di un popolo sono punti importanti nel mantenere l’unità nelle varie Comunità, ma l’attenzione agli aspetti di protezione ambientale merita di avere un ruolo nell’evoluzione socio-culturale (ad esempio, in Nepal, nei villaggi al di sopra di una certa quota, non si può bruciare legna).

Come già osservato, il CKNP ha fatto notevoli progressi in questi ultimi anni, anche grazie a finanziamenti, sia governativi sia esterni, tanto che il metodo di raccolta e smaltimento dei rifiuti qui sviluppato e testato verrà in questi anni esportato e riproposto in altre aree che ora ne sono sprovviste, come l’altopiano del Deosai.

E’ però abbastanza evidente che manchi un meccanismo di controllo diretto su quanto succede nei vari campi e sullo smaltimento dei rifiuti. Ciò è in parte dovuto a problemi di carenza di personale: trattandosi di un'area remota con condizioni meteorologiche estreme, è necessario un impiego maggiore di risorse umane e finanziarie per una gestione sostenibile, risorse che oggi sembrano non esserci: gli impiegati di staff sono pochi e dislocati agli ingressi, e i quattro ispettori sono degli stagionali, quindi neanche dipendenti fissi del Parco. E’ difficile, in questa situazione “precaria”, pretendere una rigorosa applicazione di norme e regolamenti che caratterizzano un Parco Nazionale, per controllare l’abbandono e la dispersione di rifiuti, il disturbo della fauna selvatica e l'inquinamento.

Certamente si tratta anche di formazione spesso insufficiente del personale stagionale. Ma anche motivare, attraverso corsi e riunioni, gli operatori turistici, le guide, i sardar, i cuochi, giù fino ai portatori e mulattieri, a collaborare alla pulizia del Parco durante le escursioni e le scalate, dovrebbe garantire buoni risultati.

La pulizia e le questioni correlate devono anche essere incluse nelle sessioni informative per i gruppi di trekking e alpinismo tenute dal Dipartimento del Turismo. Per esperienza gli alpinisti non sono frequentatori illuminati della montagna, non appena pensano che l’avversario su cui si muovono stia facendo troppa resistenza si dimenticano in fretta della propria educazione, e la parte ambientale è la prima a soffrirne. In realtà il recupero e trasporto dei rifiuti ha un impatto più psicologico che reale sul costo di una spedizione, ma la percezione di aver fatto una spesa extra rende spesso meno attenti a gestire il problema in modo diretto e attento. Lasciar fare al personale di una agenzia senza alcuna partecipazione è un modo alquanto discutibile di lavarsene le mani.

C’è quindi la necessità di ideare e implementare un meccanismo per controllare i bagagli delle spedizioni e dei gruppi di trekking prima della partenza ed al ritorno presso i Centri di Informazione e Registrazione dei Visitatori e imporre sanzioni se un determinato volume di rifiuti viene abbandonato nelle aree ghiacciate.

Infine, per le montagne di confine è indispensabile un ufficiale di collegamento, oggi tornato ad essere un militare. Sarebbe di grande utilità proporre agli alpinisti operazioni di recupero di rifiuti in alta quota, durante le tornate di acclimatamento. Se al CB gli ufficiali di collegamento, dopo adeguata formazione, spingessero questa operazione con gli alpinisti della propria squadra, dovrebbe essere possibile una rimozione efficiente (nonchè misurabile) di parte dei rifiuti solidi presenti da tempo ai campi alti (ed affioranti dal ghiaccio nei periodi più caldi e secchi), e questo a costi quasi irrisori.

18 Campo Base K2

 

FOTO 18 - Umberto al Campo Base del K2, nelle nubi sullo sfondo (Foto Umberto Villotta)

Nota personale

Come alpinista sono sconcertato dal fatto che montagne iconiche come K2, Broad Peak, Gasherbrum siano state ridotte a “beni di consumo” e svendute a turisti dell’alta quota, che risalgono una sequenza ininterrotta di corde fisse installate dalle varie agenzie turistiche (anche nepalesi) fin da inizio stagione, togliendo ad altri la possibilità di salire le vie normali in modalità pulita, “by fair means”.

Mi rendo però conto che per le popolazioni locali è un modo per sopravvivere e/o prosperare ed anche che queste modalità consumistiche, in ambienti naturali, provengono e sono tipiche dell’Occidente (vedi i “Luna Park” che abbiamo costruito sulle nostre Alpi!) ma è triste vedere tutto ciò riproposto ancora una volta, su questi splendidi giganti.

Prendiamo allora quest’occasione per occuparci con consapevolezza di una gestione moderna ed efficace dell’impatto umano su questi fragili ambienti. Nonché sull’alpinismo, in fondo non meno fragile.

Ringraziamenti

Questa missione, portata avanti nell’ottica di un futuro Convegno Internazionale sul tema K2, è stata interamente finanziata dal Gruppo Sella, a cui va tutta la riconoscenza del CAAI e di MW.

logo MW

 logo CAAI

 logo Sella BLU

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Central Karakorum National Park  

a cura di Mauro Penasa

Il Parco Nazionale del Karakorum Centrale (CKNP), situato nel distretto di Skardu del Gilgit-Baltistan, è il Parco Nazionale più alto del mondo e la più grande area protetta del Pakistan. Si estende per circa 10.557 km² nella catena montuosa del Karakorum Centrale. La sua altitudine varia dai 2.000 metri sul livello del mare alla cima del Chogori, il K2, la seconda montagna del mondo con i suoi 8.611 metri, di cui i pakistani vanno molto orgogliosi. Ci sono nel Parco altre tre cime al di sopra degli 8.000m, il Gasherbrum I (8.068m), il Gasherbrum II (8.035m) e il Phalchanri o Broad Peak (8.051m), insieme ad altre sessanta montagne la cui quota è al di sopra dei 7.000 metri. Il Parco comprende i ghiacciai Baltoro, Panmah, Biafo e Hispar, e i loro numerosi tributari ed è rinomato a livello internazionale per le opportunità di trekking, alpinismo e arrampicata che offre ai visitatori.

Il parco è stato inserito nella Lista Propositiva del Patrimonio Mondiale UNESCO nel 2016.

1 Il CKNP

 

FOTO 1     La mappa del Central Karakorum National Park

Il CKNP fu istituito nel 1993, ma per un lungo periodo la sua gestione è stata un po’ improvvisata e approssimativa, senza un vero e proprio piano organico. Al momento della creazione furono fornite soltanto alcune coordinate per delineare i confini del Parco. L'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) nel 1994 ha presentato una proposta di piano di gestione, che però non è stata approvata all'epoca.

Un piano di gestione dovrebbe coprire tutti gli aspetti del parco: la silvicoltura e i pascoli, le risorse naturali con l'attività mineraria, il turismo e la gestione dei rifiuti. Senza un piano adeguato, il parco non può essere amministrato correttamente. Infatti nel 2013 è stato da più parti sottolineato come neanche gli obiettivi esatti del Parco fossero chiari, perché, a vent'anni dalla sua creazione, non esisteva ancora un piano di gestione. Nel febbraio 2015, dopo un anno di consultazione con le diverse parti interessate e le comunità locali, un piano ragionevole e condiviso è stato finalmente elaborato, a coprire dieci settori: fauna selvatica, vegetazione, piante aromatiche/medicinali e prodotti forestali non legnosi, pascoli e allevamento, agricoltura, attività minerarie, risorse idriche, turismo, coinvolgimento delle comunità locali e ricerca.

Questo ritardo di due decenni dice quante difficoltà si siano incontrate nell’organizzazione, nella gestione del Parco e nei rapporti spesso conflittuali con le comunità locali. La comunità Testey (dal nome del villaggio) è la proprietaria degli alpeggi del Baltoro, i capifamiglia eleggono 3 fiduciari che poi rappresentano e decidono per la comunità intera.

Il Parco è diviso in due zone. La zona centrale comprende le cime montuose, i ghiacciai e le zone di alta quota. Con una superficie di circa 7.600 km², mira a preservare un ecosistema unico, rappresentativo dell'area del CKNP. È popolata da specie importanti, la cui conservazione e salvaguardia a lungo termine devono essere garantite. Da un lato, quest'area è impressionante sia per la flora che per la fauna, dall'altro, la presenza di un numero rilevante di alte vette e di ghiacciai che coprono circa il 38% dell’intera superficie del Parco, attrae un numero considerevole di visitatori. Per preservare l'integrità della natura, il Parco ha designato specifici corridoi accessibili ai turisti, dotati di servizi essenziali per ridurre il più possibile il loro impatto su questa zona fragile, ma di grande valore.

C’è poi la zona cuscinetto che comprende circa 3.000 km² di aree in prevalenza più basse attorno agli insediamenti umani, dove si svolgono attività non sostenibili, ed una serie di corridoi che danno accesso a diverse parti della zona centrale. Qui si promuove un'interazione armoniosa tra la conservazione della natura e l'uso sostenibile delle risorse naturali rinnovabili. Ciò promuove la conservazione dei paesaggi, delle forme tradizionali di uso del suolo e delle caratteristiche sociali e culturali. Questa fascia non è continua all'interno del Parco, ma è presente solo dove gli insediamenti umani e le attività di sfruttamento rendono necessaria una zona di transizione.

Il parco presenta diverse zone ecologiche distinte, ciascuna con una propria vegetazione naturale strettamente correlata al clima e alla topografia; in generale, l'area è caratterizzata da scarse precipitazioni e venti umidi occidentali. I villaggi si trovano nei fondivalle, dove si coltivano grano, mais e patate, e prosperano melograni e albicocchi. I pendii più bassi sono costituiti da "steppe alpine secche". Hanno terreni ghiaiosi e morenici e ospitano erba e arbusti radi. La "zona di macchia subalpina" si trova lungo fiumi e torrenti, in canaloni e burroni. È composta da cespugli e piccoli albe-ri decidui e offre pascolo al bestiame e ungulati selvatici. Più in alto si trova la "zona di prati e macchia alpina", che comprende pascoli d'alta quota e foreste di conifere aperte ed è disponibile per il pascolo solo in estate. Al di sopra di questa si trovano nevai permanenti e aree desertiche fredde che occupano la zona da 4.200 a 5.100 m: qui ci sono solo macchie isolate di erba stentata e vegetazione bassa e resistente.

Uno degli obiettivi principali del parco è proteggere e gestire la flora e la fauna dell'area nel loro stato naturale, con una attenzione più che adeguata alla tutela delle specie selvatiche rare e in via di estinzione e al benessere socio-economico della popolazione residente, promuovendo l'ecoturismo nella zona.

Il Parco comprende uno dei più lunghi ghiacciai al mondo, il Baltoro Glacier, di circa 62 km. Questo, per ora, sembra essere poco influenzato dai fenomeni di riscaldamento globale, e non ha ad oggi subito evidenti arretramenti o perdite di massa glaciale, in un fenomeno chiamato “Karakorum Anomaly” (cit. Hewitt), ma solo contenute variazioni di superficie. Sono invece aumentate in modo considerevole le aree coperte di detriti nel bacino glaciale.

L’ingresso principale al Parco è la valle di Braldu che si trova nel distretto di Shigar, Baltistan, a 135 km dal capoluogo distrettuale di Skardu, accessibile per strada. In questa valle remota vivono circa 4400 persone, in poco più di 400 case, distribuite in dieci piccoli villaggi. Nella valle sono presenti 12 scuole, ma il tasso di alfabetizzazione è ancora molto basso.

Le principali fonti di reddito sono l'allevamento del bestiame (quasi 21000 capi nell’area), l'agricoltura su piccola scala e il turismo. Le principali attrazioni sono ovviamente i ghiacciai e le grandi pareti che si trovano lungo i percorsi da trekking, per arrivare alle cime più alte.

Specie faunistiche uniche della valle come il leopardo delle nevi e il Ladakh urial (un ovino che ricorda il muflone) sono al centro dell'attenzione di ricercatori, ambientalisti e fotografi. Anche lo stambecco dell'Himalaya è presente in buona quantità nel bacino idrografico della zona.

Le strutture turistiche disponibili includono il centro informazioni e registrazione visitatori del CKNP ad Askole Maidan, il museo di Askole, edifici religiosi storici, campeggi, portatori, guide e alcune attrezzature da arrampicata a noleggio.

Esiste un ingresso alternativo al Baltoro, la valle di Hushey che si trova all'estremo est del Parco Nazionale del Karakorum Centrale, a un'altitudine di 3050 m. La valle ospita un migliaio di persone che vivono in 150 famiglie. Si ritiene che l'attuale valle di Hushey sia popolata da nomadi provenienti dal territorio di Yarkand, nell'Asia centrale. Tuttavia, i nomi degli edifici storici sono in lingua balti, che indica il predominio della influenza tibetana. Hushey è una meta turistica di grande interesse, la valle offre trekking verso diverse vette, pascoli e ghiacciai. I servizi a Hushey non sono molti, ma più che sufficienti. Anche se gran parte della popolazione locale è legata al turismo, l'allevamento del bestiame ricopre un ruolo centrale nelle attività economiche. La valle è collegata al ghiacciaio del Baltoro attraverso il Gandogoro-La.

Zameer Abbas, Segretario a Turismo, Sport, Cultura, Archeologia e Musei del Gilgit–Baltistan, intervistato da Umberto Villotta, ha confermato che il turismo nella provincia è in crescita. Per i tre quarti si tratta di turismo internazionale, ma il resto è turismo domestico caratterizzato da molte gite turistiche, ma anche da tanti appassionati di trekking e alpinismo.

L’amministrazione è favorevole all’ecoturismo, ma non può regolare/limitare la circolazione turistica (con tasse speciali), per lo status di territorio conteso amministrato, quindi i benefici per l'area in termini di introiti sono limitati, mentre le problematiche di gestione aumentano con l'incremento dei visitatori. Abbas fa inoltre notare che il grosso del turismo è concentrato in tre mesi.

Anche nel CKNP le attività turistiche, dedicate soprattutto ad alpinismo e trekking, si concentrano nel periodo maggio-settembre. Ogni anno questo afflusso stagionale genera dietro di sé enormi volumi di rifiuti. Una delle attività più importanti riguarda quindi i campi e la gestione di questi scarti. A tal fine, squadre stagionali e personale del Parco sono impegnate a raccogliere e differenziare i rifiuti solidi all'interno e nei dintorni dei campi e a mantenere strutture e servizi (servizi igienici, piazzole). I rifiuti sono poi trasportati nei campi principali di smaltimento e qui in parte bruciati ed in parte inviati al riciclo.

Le problematiche nella gestione dei rifiuti sono una conseguenza di problemi più ampi legati alle strutture legali, alle normative inadeguate e alla mancanza di una vera integrazione tra sviluppo economico e benefici sociali che dovrebbero raggiungere le Comunità locali grazie ad una gestione oculata ed alla tutela delle risorse naturali. C’è stato un coinvolgimento diretto delle Comunità, chiamate a fornire la maggior parte del personale stagionale (operatori e ispettori), e alle quali è riconosciuta una parte importante degli introiti del Parco, ma ovviamente il bilancio è delicato e le rivendicazioni sempre presenti. Per quanto importante e adeguato ad una dignitosa sopravvivenza, il bilancio del Parco sembra non concedere la possibilità di investimenti straordinari. Quelli esistenti sono quindi legati a collaborazioni non governative su temi scientifici o umanitari di carattere specifico. E’ evidente che alcune frizioni tra Parco e Comunità locali sono legate a disponibilità finanziarie. Una collaborazione efficace è peraltro fondamentale per la protezione di questo ambiente magico.

4 Torre di Trango

 

FOTO   4   Trango Monk, Nameless Tower e Grande Torre di Trango. Il regno dei giganti (foto Umberto Villotta)

 

 

Intervista a Raja Abid, Direttore del Central Karakorum National Park

Skardu, 8 settembre 2025

a cura di Umberto Villotta  

Presenti: Raja Abid, CKNP, Direttore

Sajjad Ahmad, Gilgit–Baltistan Wildlife Department, Assistente del Direttore,

Afzal Scherazi, MW Pak, Presidente

a cura di Umberto Villotta, CAAI e MW Italia

10 Villotta Scherazi e Abid Scherazi

 

FOTO 10   Nella sede del CKNP, Umberto Villotta e Afzel Scherazi col Direttore del Parco, Raja Abid (Foto Afzel Scherazi)

UV – Direttor Raja, intendete continuare anche nel prossimo anno la campagna di pulizia di K2 e Broad Peak?

Raja – Abbiamo lanciato la campagna di pulizia nei mesi di luglio e agosto. Il team era composto di 12 persone, tutti alpinisti.

Si sono organizzate due squadre distinte, una dedicata al K2 ed una al Broad Peak.

Complessivamente hanno passato quasi 45 giorni lassù, ed è un ottimo risultato.

Sono stati raccolti 1100 kg di rifiuti solidi sul K2, in buona parte bombole di ossigeno, pezzi di tende e oggetti di questo tipo. Sono saliti al Campo 3, e da qui quasi al campo 4, per controllare la situazione.

Sul Broad Peak sono invece stati recuperati 400 kg di materiale. Tutti questi rifiuti sono stati recuperati al di sopra del Campo Base. La campagna si è chiusa il 15 di agosto.

Al di sotto del Campo Base la gestione è differente. Fino al Campo Base del K2 e dei Gasherbrum ci sono 11 depositi per le nostre scorte, dove è possibile radunare i rifiuti al di sotto dei Campi Base. Durante questa stagione 24 tonnellate di rifiuti solidi sono state raccolte in questa area, mentre in tutto il parco la rimozione totale arriva a 29,3 tonnellate, raccolte da inizio giugno a fine agosto.

9 Clean up campaign 2025

 

FOTO 9     I partecipanti alla campagna di pulizia 2025, organizzata dal CKNP (Foto Villotta)

UV – Come pensate sia possibile migliorare la gestione dei rifiuti nel parco?

Raja – In sostanza si tratta di un processo, non di una semplice attività, che viene riproposto ogni anno.

Il Parco utilizza “operatori ecologici” e ispettori appartenenti alle comunità circostanti, su base stagionale, da maggio a ottobre, novembre. Li assumiamo e li destiniamo a diverse vallate e posti tappa (campi), ad esempio alla Valle di Hushe, alla valle del Braldu, al sito di Nagar. Distribuiamo questo personale, insieme a staff del parco che deve monitorarne il lavoro. In queste aree i rifiuti vengono raccolti e inseriti in sacchi per essere poi trasportati ad Askole Maidan. Là ci sono un inceneritore e un compattatore: gli scarti metallici vengono separati, il resto dei rifiuti viene diviso in organico, plastica, carta. L’organico viene interrato per favorire la fertilizzazione, la plastica viene bruciata nell’inceneritore, i metalli venduti. Questo è la sequenza di quanto facciamo nell’area.

UV – Quante persone sono coinvolte in questo processo? Si tratta di personale in staff o di lavoratori stagionali?

Raja – In totale il Parco impiega 36 operatori ecologici, a questi si aggiungono 4 ispettori, e nei vari distretti e Centri Visitatori abbiamo 10 persone di staff. I punti di ingresso/informazioni sono 4 con due impiegati ciascuno, mentre 2 persone sono dedicate all’inceneritore/compattatore.

Questo porta il totale a 50 persone sul campo, tra tutti i dipendenti arriviamo a 55. Ispettori e operatori sono personale stagionale, che viene assunto per un periodo di circa 5 mesi che va dalla fine di aprile o inizio maggio fino alla fine di settembre o inizio ottobre. Per il resto ci sono 15 impiegati a tempo indeterminato.

15 Concordia

FOTO 15   Nei pressi di Concordia, taniche e bidoni abbandonati (Foto Umberto Villotta)

UV – Qual è l’opinione delle comunità locali a questo programma?

Raja – Nel territorio originario del Parco ci sono 17 valli principali, agli sbocchi delle quali si trovano ben 150 villaggi. Si sono create 24 Organizzazioni di Comunità (CBO – Community Based Organisation), come il Comitato di Conservazione della Valle di Hushe (Hushe VCC), che collaborano col CKNP ma anche col Dipartimento della Fauna Selvatica (in tal caso per una serie di interventi quali il servizio di protezione dei selvatici o il programma di caccia e abbattimento, e tutto questo genere di cose). Nella Valle del Braldu è attiva l’Organizzazione di Supporto Locale (Braldu LSO) che rappresenta 5 borgate, alla quale abbiamo destinato l’anno passato 19.1 Ml di rupie (circa 60.000€), come contributo complessivo per la spettante quota di ingresso al parco e per la gestione dei rifiuti. Per ogni destinazione la somma è diversa, a seconda dell’affluenza di passaggio e della popolazione. Nello stesso periodo alla Valle di Hushe sono infatti andati solo 4.1 Ml di rupie (poco meno di 13.000€).

Queste somme sono versate ai fondi di comunità gestiti dalle associazioni locali, e da queste in parte utilizzati per la promozione ambientale, attraverso l’organizzazione di eventi, ad esempio il “Giorno della Montagna”, o in generale con l’appoggio ad associazioni che si occupano di salvaguardia ambientale. Col resto dei fondi il CKNP organizza eventi su base annua: stendiamo un programma e, dopo l’approvazione delle autorità competenti, lavoriamo a implementarlo.

UV – Le risorse allocate dal CKNP riescono a coprire i costi della gestione dei rifiuti, o c’è bisogno di ulteriori fondi?

Raja – Si è sviluppato un buon sistema, con cui si raccoglie un contributo dai turisti che visitano l’area. Della tassa pagata al momento dell’ingresso, l’80% va al parco, il restante 20% alle comunità. Una volta distribuito il dovuto ai territori, pianifichiamo l’attività in base a quanto disponibile. Si tratta di un processo sostenibile. In futuro il Governo vuole replicare questo sistema nell’organizzazione dei Parchi Nazionali del Deosai, nei pressi di Skardu, e del Khunjerab, nelle valli Hunza. Anche questi parchi sono importanti e ci sono ad oggi delle difficoltà a gestire i rifiuti.

UV – E gli altri Parchi Nazionali? Con quali organizzazioni il CKNP collabora?

Raja – Se pensiamo alle associazioni non governative, la nostra maggior collaborazione è con EVK2-CNR, che sta lavorando per la conservazione dei ghiacciai e delle altre risorse naturali ormai da 20-25 anni. Direi che si tratta del partner principale che abbiamo. Poi ci sono numerose altre organizzazioni come l’AKRSP (Aga Khan Rural Support Programme) Pakistan, un'organizzazione privata senza scopo di lucro fondata nel 1982 dalla Aga Khan Foundation per migliorare la qualità della vita delle comunità rurali in aree svantaggiate come Gilgit-Baltistan, Chitral e, più recentemente, Sindh, lavorando su infrastrutture, reddito, sviluppo e resilienza climatica. La Wildlife Conservation & Development Organization è un’altra piccola organizzazione locale che supporta il Parco, aiutata in questo dalla Snow Leopard Foundation e dal WWF Pakistan, in varie iniziative di protezione faunistica. Hanno lavorato molto in diverse zone e finanziato la costruzione di corral per il bestiame e diversi altri servizi per la fauna.

Come base si conducono due missioni per monitorare la situazione, una a inizio stagione in giugno, l’altra, invernale, a fine anno, dicembre o gennaio: tutte le organizzazioni indicate collaborano con noi, unitamente alla gente delle comunità locali, a portare a termine queste attività. In sostanza si tratta di una sorta di servizio cooperativo, occasione di raccogliere dati più completi.

UV – Che percentuale del vostro budget va alla gestione dei rifiuti?

Raja – Il Parco ha introiti in dipendenza del numero di visitatori e dei loro obiettivi (trekking o alpinismo).

Chi entra nel parco paga una quota di ingresso ed una tassa ambientale, indipendentemente dal tempo di permanenza nelle aree protette. Queste due quote sono sostanzialmente simili in valore, almeno per le zone ad accesso ristretto, e restano separate.

La quota di ingresso va per il 75% alle comunità, mentre il 25% è la frazione che resta al Parco. Della quota ambientale invece, l’80% rimane al CKNP, il resto va alle comunità. La quota incamerata dal Parco viene versata su un conto bancario separato, e con questo fondo vengono realizzate le attività di gestione dei rifiuti, che sono finanziate quindi da un introito definito e totalmente impiegato allo scopo.

Questo è un esempio di finanziamento sostenibile per le attività di gestione ambientale. Come detto c’è l’intenzione di applicare questo modello al Dosai NP ed in futuro anche al Punjab NP. Ad oggi nel loro caso il governo destina il 10% delle entrate a questo scopo.

Sajjad Ahmad (Gilgit–Baltistan Wildlife Department) – Nel Deosai NP, il governo ci ha chiesto di fare un progetto per il 20% della quota ingressi, dedicata alla gestione dei rifiuti. Si fa così in modo che i turisti paghino per rimuovere gli scarti prodotti.

Sono stati assegnati 4.7 Ml di rupie per un anno di attività, a coprire un periodo operativo che dura solo 6-7 mesi.

Noi raccogliamo i rifiuti, li raduniamo nei nostri campi per cinque, sei o sette giorni, poi li trasportiamo dal Deosai NP fino all’area municipale di Skardu. Questo processo è stato testato quest’anno per la prima volta, ora lo applicheremo ogni anno utilizzando il 20% della quota degli ingressi raccolta dalle autorità del Parco per la gestione dei rifiuti.

12 Khoburtse

 

FOTO 12   Portatori in relax al coperto, rifugio a Khoburtse (Foto Umberto Villotta)

Raja Abid – Aggiungo una cosa sulle nostre attività. Ci sono circa 50-60 sentieri nella zona centrale del CKNP. Alcuni sono affollati, altri sono percorsi molto raramente. Abbiamo fatto una mappa, con l’aiuto di EvK2-CNR, segnalando tutti i Campi importanti presenti nelle aree del Parco. Questo a dire che abbiamo altri aiuti fondamentali al di là degli introiti del Parco. Qui siamo in un museo di montagna realizzato da italiani, e questi fogli informativi sono stati forniti dalla cooperazione con gli italiani: si tratta di una mappa sulla biodiversità. Nel Parco abbiamo 14 grandi mammiferi, 90 specie di uccelli e 123 specie di piante, per la maggior parte medicinali e aromatiche.

UV – Già, le piante… abbiamo notato che sul Baltoro, nelle zone un po’ boscose molti alberi appaiono assai danneggiati dalla raccolta di combustibili. Pensate sia possibile un progetto per ripiantare delle aree, in particolare presso i villaggi e i primi campi, almeno fino a Payu?

Raja – Abbiamo fatto qualche tentativo, ma con scarsi risultati. Recentemente abbiamo piantato all’interno delle aree della VRC (Village Reconstruction Committee per il soccorso comunitario post inondazioni), in una zona priva di vegetazione, ma l’area sta vivendo una certa carenza idrica, e per questo non abbiamo potuto allargare la coltivazione. Un altro fattore critico per la vegetazione è il pascolo libero: considerate che ci sono almeno 500 muli in quel villaggio, ed in inverno l’unica possibilità utilizzabile è il pascolo libero, inoltre c’è anche l’abitudine di staccare la corteccia degli alberi.

Ma dentro i villaggi potrete osservare che abbiamo piantato circa 30.000 alberi, e 80.000 in 60 villaggi al di fuori del parco nella zona di buffer. Abbiamo lavorato in quelle aree. Aree più elevate sono problematiche. Non si possono piantumare alberi ad alto fusto sopra il campo di Paju, e comunque, al di sopra dei 3500 metri cresce solo qualche yola.

Il problema principale è però il pascolo libero, tanto più quanto ci si allontana dai villaggi e si sale di quota. Ma vicino ai villaggi stiamo fornendo piante alla gente del posto, è possibile piantare nei cortili e anche avvolgere gli alberi con tessuti di protezione. E poi pure il Ministero delle Foreste sta occupandosi della cosa, fornendo alberi all’interno di un progetto da 10 miliardi di rupie

Con un po’ di attenzione e buona volontà allora possiamo avere successo. C’è bisogno di legna da ardere, perché da ottobre ad aprile si usano tradizionali stufe a legna, dal momento che il GPL non ha avuto un grande successo nei villaggi. Persino a Skardu si usano stufe a legna. Vedete il foro sul tetto di questo edificio. E’ per la tradizionale stufa a legna. Ogni volta che un amico ti viene a trovare, tu metti un grosso ceppo ad ardere. E la legna diventa un bene insostituibile, a Skardu costa più che in Italia.

E’ importante però che vengano piantate solo specie locali, in Pakistan abbiamo già tante specie esotiche, pioppi dall’Italia, eucalipti dall’Australia. Nei villaggi si, ma nel Parco dobbiamo fare attenzione, c’è assoluto divieto.

Abbiamo fatto uno studio per evidenziare i cambiamenti climatici nei distretti minori del Gilgit–Baltistan, nella zona del lago Shandur, ai confini con l’Alto Chitral. E’ risultato chiaro che la fauna selvatica in quell’area si è ridotta. In parte ciò è forse dovuto al disturbo del transito veicolare, ma senz’altro si sono misurate condizioni climatiche più calde nella Leather Valley. In tutta la vallata si faceva un raccolto all’anno, ma oggi alcuni si sono convertiti ad un doppio raccolto. Significa che la temperatura è aumentata

C’è ancora un dato: la gente può testimoniare come le estati siano più calde, ma anche più corte, e che però abbiamo inverni più freddi e secchi. E’ il dato di questo studio che va indietro di 15 anni, più o meno a quando il cambiamento climatico è iniziato.

Noi raccontiamo alle persone locali del riscaldamento globale e di come stia mutando il clima. In pochi ci ascoltavano. Ma avete visto ora, le grosse frane al campo di Jula. Viene utilizzato da più di 35 anni, e mai ci si era avvicinati ad una simile rovina…

UV – Sono salito a cercare di capire dove sia partita la frana di Jula. Ma era sopra una parete e per trarne qualche conclusione ci sarebbe voluto un geologo.

6 Carovana fuori Askole

 

FOTO 6   Carovana fuori Askole (Foto Umberto Villotta)

Raja – Che situazione avete trovato sul Baltoro? In linea di massima il personale EvK2-CNR parla dell’anomalia del Karakorum e racconta che i ghiacciai dell’area non stanno retrocedendo. Ma non è proprio la nostra impressione. Qual è stata la vostra?

Afzel Sherazi – Questa è stata la mia quarta visita sul Baltoro. Ci sono andato per la prima volta nel 1994, poi nel 2004, nel 2010 ed ora. Posso quindi rispondere alla domanda con qualche impressione, in base alle immagini ed osservazioni dirette.

Se si parla di ridimensionamento del Baltoro penso proprio che in questi 30-35 anni sia enormemente collassato e abbia perso una quantità enorme di massa. Guardate quando occorre attraversare sull’altro lato del fiume da Payu verso Liligo. Si vede la differenza nel tempo. Ho osservato molti torrenti che nel passato non erano così pieni, neanche l’ultima volta, nel 2010, quando ero a capo di una spedizione proprio di EvK2-CNR al K2. Ero del Club Alpino Pakistano all’epoca, ora invece rappresento Mountain Wilderness International.

Verso Liligo il ghiacciaio ha iniziato a formare grandi laghi che raccolgono una notevole quantità di acqua. E talvolta questa si riversa a valle. Del resto, si può chiaramente vedere, salendo fino a Urdukas, che il ghiaccio si è abbassato in maniera netta rispetto alla linea di cresta delle morene. Ora potrò confrontare la situazione con le immagini del ‘94, ne ho scattate in questi giorni dagli stessi luoghi.

Ma da subito vi confermo che la vista del Liligo Peak, arrivando in prossimità di Khoburtse, è cambiata. Un tempo c’era un bianco ghiacciaio che si infilava nella vallata, e tutti i pinnacoli del Liligo erano completamente coperti di neve. Anche 15 anni fa era molto meglio di oggi. Oggi il ghiacciaio sta sparendo.

Devo concludere che tutti i ghiacciai della zona hanno perso una notevole quantità di ghiaccio in volume, anche se la loro estensione superficiale si è ridotta solo per i ghiacciai laterali. Quindi in qualche modo tutti sono minacciati.

Raja – Anche questo è un dato circostanziale. Si può chiaramente vedere che i ghiacciai si stanno ritirando. Credo che i dati riportati da EvK2-CNR siano invece provenienti dal satellite. Il loro campo è decisamente più vasto. Una zona ampia come il Baltoro appare molto piccola. Comunque, questi dati sembrano dire che le nostre montagne siano poco affette dal riscaldamento globale.

Ma se guardate bene le zone del Baltoro, la Valle di Hushe, e anche quella di Bagrot, il ghiacciaio si sta ritirando e ci sono tutti i segni. A Bagrot, appena a 40 km da Gilgit, si può osservare la perdita di spessore in diversi metri negli ultimi 10 anni.

UV – Avete programmi educativi nelle scuole?

Raja – In generale abbiamo organizzato club di protezione ambientale in almeno 15 scuole dell’area CKNP. E portiamo avanti piccoli eventi come la Giornata Mondiale dell’Ambiente, quella della Wildlife e altre cose del genere. Non abbiamo però un programma più vasto a livello scolastico, che invece sarebbe di grande importanza e non solo per l’area del nostro Parco. Ma ad oggi non c’è alcuna strategia né tantomeno fondi per rinforzare i nostri gruppi di difesa ambientale.

Ad un livello più basso stiamo comunque lavorando per aumentare la conoscenza di questi problemi. Del resto, qui tutti si sono ormai resi conto che l’ecosistema in cui viviamo è fragile: frane, alluvioni, crolli e cose del genere stanno diventando normalità. Qui ne siamo più consapevoli che non in Punjab, tanto per fare un esempio, poiché là le persone non devono fronteggiare questo genere di problemi ogni giorno. Quindi la gente di montagna è più consapevole, ma penso sarebbe opportuno un programma scolastico completo sulla conservazione dell’ambiente. Ormai 20 anni fa c’era un progetto ambientale delle Nazioni Unite, finanziato e gestito dalla IUCN (International Union for the Conservation of Nature). Nel 2005 hanno chiuso questo programma, che invece andrebbe continuamente riproposto, e non solo a livello di scuola. Anche il nostro staff e persone delle comunità locali potrebbero beneficiare di una formazione su temi specifici di interesse.

Ho avuto qualche occasione di collaborare con il WWF, sono stati portati avanti dei corsi sulla gestione dell’ospitalità, sulla pulizia, salute e igiene, o sulle tecniche sicure per lo scavo di materiali. Questi corsi sono essenziali per la nostra gente, ne abbiamo bisogno per rafforzarne le capacità, e in particolare per quanti vivono vicino al Baltoro ed a questi grandi ghiacciai. Questo sarebbe importante.

 

L’Anomalia del Karakorum

a cura di Mauro Penasa

Di “Anomalia del Karakorum” si inizia a parlare a livello scientifico nei primi anni Duemila. A Kenneth Hewitt, che ha coniato il termine, va il merito di aver notato il fenomeno già anni prima. Facendo rilievi sul terreno, alcuni ghiacciai apparivano qui più stabili rispetto a quanto accadeva nel resto del mondo, o addirittura in espansione. In un primo tempo si cercò una giustificazione del fenomeno soprattutto in aspetti geologici, morfologici, glaciologici, che restano pur sempre validi. Si ritiene che i ghiacciai abbiano un bilancio e un comportamento diverso, in quanto ghiacciai neri, coperti di detrito. Questi ghiacciai non si trovano solo in Karakorum, basti pensare, nel gruppo del Monte Bianco, al ghiacciaio del Miage. Una spessa copertura di detriti impedisce alla radiazione solare di fondere il ghiaccio, protetto da uno strato di rocce relativamente spesso, e così i ghiacciai neri si conservano meglio.

Un’altra possibile ragione è legata alla particolare forma di questi ghiacciai, rintanati in valli lunghe con pareti molto ripide, trappole per le precipitazioni nevose e dove il sole fatica a intervenire. E ancora una forte alimentazione da valanghe, in quanto su queste pareti scoscese la neve non si ferma. Si è ipotizzato poi, cosa oggi confermata, che l’anomalia fosse legata alla complessità dell’alimentazione dei ghiacciai. I nostri ghiacciai alpini hanno un bilancio che si basa in prevalenza su accumulo invernale e fusione estiva. In Himalaya, invece, c’è un’alimentazione estiva, legata al monsone che arriva da Sud. In tal caso le stagioni di accumulo e di ablazione coincidono. Nel caso del Karakorum le cose si fanno più complicate perché i ghiacciai hanno un po’ di alimentazione estiva, ma soprattutto una alimentazione invernale associata a venti che arrivano da occidente, dall’Oceano Indiano o addirittura dal Mediterraneo. La fusione resta un fatto estivo, ma l’accumulo è distribuito lungo tutto l’anno.

Ogni ghiacciaio nasce, vive e muore in rapporto al clima. E così si è iniziato a studiare le caratteristiche climatiche dell’area, studi complicati perché non sempre i dati sono validi e disponibili. Si è visto così che sono aumentate nel tempo le nevicate e sono scese le temperature estive. La portata estiva di alcuni fiumi monitorati è risultata lievemente inferiore. Ma, pur accettando tutto questo, in un secondo tempo si è cercato di analizzare meglio i fattori climatici. Si è così evidenziato un indebolimento del monsone, con aumento contemporaneo della forza delle correnti occidentali. Tale fenomeno sembrerebbe provocare la formazione di un “vortice del Karakorum”, a livello di troposfera, in grado di mantenere condizioni di freddo sull’area. Le analisi confermano per ora l’esistenza di questo fenomeno. Alcuni studi hanno chiamato anche in causa l’irrigazione, che aumenta l’umidità nell’aria e le possibilità di precipitazioni e riduce così l’irraggiamento solare.

Per capire meglio le cause è necessario disporre di modelli affidabili e pertinenti. Come detto, le osservazioni sul terreno in Karakorum sono complicate, ma i satelliti aiutano a fare misure sempre più precise.

Gli studi glaciologici si basano su raccolte dati da immagini satellitari che forniscono informazioni chiave sui ghiacciai, le loro caratteristiche e i loro cambiamenti. Periodicamente vengono redatti inventari glaciali multitemporali, essenziali per i modelli di studio delle variazioni di massa geodetiche. Fino a pochi anni fa non esisteva una simile raccolta di dati coerenti per l'intero Karakorum, con ripercussioni negative sul monitoraggio delle variazioni spazio-temporali dei suoi ghiacciai.

Dopo il 2020 finalmente è stato prodotto un inventario glaciale multitemporale del Karakorum (KGI) compilato a partire da immagini Landsat per gli anni '90, 2000, 2010 e 2020.

I ricercatori hanno calcolato più di 20 attributi per ciascun ghiacciaio, tra cui coordinate, area, area dei detriti sopraglaciali, informazioni sulla data e parametri topografici derivati dal modello digitale globale di elevazione.

Secondo KGI-2020, nell’intera regione circa 10.500 ghiacciai alpini (> 0,01 km² ciascuno) coprono un'area di 22.500 km², di cui poco più del 10% è coperto da detriti sopraglaciali.

Negli ultimi 3 decenni, i ghiacciai del Karakorum hanno subito una perdita di ghiaccio pulito e/o superficie nevosa, ma un aumento di aree coperte di detriti. La copertura di tali detriti è aumentata del 17,6% (circa 340 km²), mentre la superficie dei ghiacciai non coperti da detriti è diminuita dell'1,6% (anche qui intorno a 320 km²). L'area totale dei ghiacciai è rimasta relativamente stabile, mostrando solo un insignificante aumento: l'area dei ghiacciai è diminuita del 3,3% nel Karakorum orientale, è invece un po’ aumentata nel Karakorum centrale (0,7%) e occidentale (1,3%).

8 Baltoro va verso Concordia Thsulemani

 

FOTO   8 Il ghiacciaio Baltoro Superiore scorre verso Concordia (foto Thsulemani, 2012, Creative Commons)

Questi dati evidenziano che, a differenza di quanto si pensava 15 anni fa, l’anomalia non si può considerare uniforme. In alcune zone è più evidente, con ghiacciai che sono sembrati a lungo in espansione, in altri non rilevabile, in altri ancora sembra essere stata superata.

Da sottolineare come i detriti sopraglaciali siano aumentati in tutto il Karakorum, soprattutto nelle aree sopra i 4200 metri, con spostamento verso quote maggiori. I cambiamenti nell'area dei ghiacciai sono caratterizzati da forte eterogeneità spaziale, influenzata dai casi di aumento e avanzamento dei ghiacciai. Tuttavia, a causa del riscaldamento globale, i ghiacciai si stanno in media ritirando. Questo è particolarmente vero per i ghiacciai piccoli e privi di detriti. Se poi si fa riferimento a testimonianze sul campo che confrontano le situazioni con quelle di decenni fa, è evidente la situazione di sofferenza, magari sottostimata dalle misure satellitari. E' vero che le impressioni personali non sono numeri e quindi quantità, ma il confronto di immagini a distanza di anni, anche se solamente qualitativo, può essere illuminante.

In un’intervista del 2012 più volte ripresa il professor Claudio Smiraglia, glaciologo di fama internazionale, ammoniva così:

“Autori italiani e stranieri ritengono che, come conseguenza del surriscaldamento globale, l’anomalia potrebbe arrestarsi. La modellistica è certamente fondamentale, ma non si possono fare previsioni a medio e lungo termine. Si possono elaborare scenari, basati sulla modellistica, a loro volta basati su ipotesi. Ma se i condizionamenti climatici e antropici si manterranno come sono oggi, è del tutto probabile che l’anomalia non avrà la forza di mantenersi per molti decenni. E stiamo già vedendo dei segnali di allarme, in Karakorum come sulle Alpi.”

“Alcuni ghiacciai neri mostrano segni di crisi. Se osserviamo il Miage, questo ghiacciaio alpino ha iniziato a coprirsi di detrito a seguito di un aumento delle temperature tra fine Settecento e metà Ottocento. E fino agli anni Ottanta del secolo scorso appariva stabile, con scarse perdite in spessore, se non incrementi. Oggi invece, nonostante la sua superficie si mantenga costante, sta perdendo massa. Questo perché il deposito di detrito non è uniforme lungo tutto il ghiacciaio e basta una zona più sottile perché il sole possa risultare più efficace. Quando inizia a scoprirsi un piccolo lembo di ghiacciaio nero, i cosiddetti ice cliffs, ecco che il sole batte feroce e determina la formazione di laghi superficiali, che stanno diventando comuni anche in Karakorum. Inizia così la fase di rapida decadenza dei ghiacciai neri. Sulle Alpi è già ben evidente. Come conseguenza delle difficoltà di mantenimento dei vortici freddi, non è da escludere che anche in Karakorum i ghiacciai neri possano andare incontro allo stesso destino.”

Trent’anni sul ghiaccio: testimone dei mutamenti del Baltoro

Dalle spedizioni di pulizia alle cronache del clima: i miei 4 trekking al CB del K2

di Afzel Scherazi – Presidente di Mountain Wilderness Pakistan

Il Karakorum è stato il mio ufficio, il mio tempio e la mia ossessione per tre decenni. Il trekking al Campo Base del K2 attraverso il ghiacciaio Baltoro è un viaggio che ho fatto quattro volte: nel 1994, 2004, 2010 e di nuovo quest'anno, 2025. Ogni pellegrinaggio è stato intrapreso con uno scopo e, insieme, mi hanno fornito una cronologia unica e allarmante dei cambiamenti in uno degli ecosistemi più fragili del mondo. E non sono andato solo come escursionista; bensì come custode. Quest'anno il CAAI e MW International hanno deciso di inviare una piccola missione a valutare la situazione della pulizia nel Parco Nazionale del Karakorum Centrale. Il team era composto da me, in rappresentanza di Mountain Wilderness Pakistan, e da Umberto Villotta dall'Italia. Il Gruppo Sella ha generosamente finanziato il trekking, mentre la logistica sul campo è stata gestita da Trango Adventure, agenzia con sede a Skardu.

Prima che iniziassi a conoscere il sentiero Baltoro-K2, il veterano alpinista e ambientalista, Professor Carlo Alberto Pinelli, vincitore del Sitara-i-Imtiaz, introdusse un concetto rivoluzionario sul K2. Nel 1990, organizzò una spedizione intitolata Free K2, che non mirava a raggiungere la vetta, ma piuttosto a ripulire la montagna da vecchie corde, tende abbandonate e altri resti lasciati da spedizioni precedenti. Questa iniziativa fu probabilmente il primo esempio duraturo di bonifica ad alta quota.

14 K2 allalba Scherazi

 

FOTO 14   La mole impressionante del K2, alle prime luci del mattino (Foto Afzel Scherazi)

1994 – La mia prima bonifica

Da giovane, guidavo un team dell'Adventure Foundation of Pakistan con una missione chiara: ripulire i campi lungo il percorso verso il Campo Base del K2. Il sentiero era disseminato di resti: bombole di ossigeno vuote, tende a brandelli e taniche di carburante abbandonate. Riempivamo sacco dopo sacco con i detriti dell'avventura, convinti di star ripristinando l'incontaminata gloria della montagna. All'epoca, la minaccia più grande sembrava essere la negligenza umana, un problema che pensavamo di poter risolvere con determinazione e un numero sufficiente di sacchi della spazzatura.

2004 – Valutare la marea umana

Dieci anni dopo, sono tornato sul Baltoro in occasione del giubileo d'oro della prima scalata del K2. I festeggiamenti avevano portato un massiccio afflusso di alpinisti ed escursionisti. Su incarico di Mountain Wilderness International e del WWF Italia, mi è stato affidato il compito di valutare l'impatto ambientale di questa ondata di visitatori. I risultati sono stati sconvolgenti. Quello che un tempo era stato un problema di rifiuti sparsi si era evoluto in un problema più ampio che gravava sull'intero ecosistema. Era un segnale chiaro: con la crescente popolarità, il Baltoro richiedeva una gestione sostenibile, non solo occasionali interventi di pulizia.

2010 – Intensificare gli sforzi di pulizia

La nostra missione ha preso slancio. Come parte della spedizione "Keep K2 Clean" dell'Alpine Club of Pakistan, condotta in collaborazione con EvK2-CNR, ci siamo spinti oltre il campo base e abbiamo puntato allo Sperone Abruzzi, leggendaria via verso la vetta. Lì, il nostro team ha meticolosamente rimosso una gran mole di resti delle spedizioni passate dai fianchi della montagna. È stato un lavoro estenuante e pericoloso, un tentativo di cancellare le tracce persistenti delle precedenti scalate e restituire al K2 la riverenza che merita così profondamente.

2025 – Il cambiamento più drastico

Quest'anno sono tornato per valutare i progressi delle operazioni di pulizia. Ma il cambiamento più immediato, e più allarmante, non sono stati i rifiuti. È stato il ghiacciaio stesso: il Baltoro sta crollando.

La mia prospettiva trentennale non lascia spazio a dubbi. Il riscaldamento globale qui non è una teoria remota, è una realtà viscerale e drammatica.

Il vicino che scompare: a Khoburtse, il ghiacciaio del Liligo Peak, che nel 1994 era un fiero fiume bianco che si univa al Baltoro, è quasi del tutto scomparso. Dove un tempo c'era un'enorme colata di ghiaccio, ora rimangono solo morene sterili e resti sprofondati e sporchi, ricoperti di detriti, come le lapidi di un'era glaciale in declino.

Un ghiacciaio in ritirata: la traversata dalla lingua del Baltoro verso Liligo, Khoburtse e Urdukas rivela ora uno spettacolo terrificante. Il ghiacciaio si è ritirato così drasticamente da essersi staccato dalla cresta principale, esponendo terra cruda e scoperta che non vede il sole da migliaia di anni. Questo ritiro è accelerato dalla formazione e dalla successiva esondazione di laghi glaciali, che erodono e indeboliscono ulteriormente il ghiaccio.

Una cultura del sentiero in evoluzione

Anche la dimensione umana sta cambiando. I resilienti portatori, un tempo gli eroi misconosciuti del Karakorum, stanno diventando sempre più rari. Al loro posto, lunghe carovane di muli ora dominano il sentiero. Sono efficienti, ogni animale infatti trasporta fino a 100 chilogrammi di attrezzatura ma, purtroppo, contribuisce in modo significativo all'inquinamento del sentiero, a modo suo. L'essenza culturale del trekking sta cambiando, e non sempre in meglio.

Un invito all'azione: la posta in gioco non potrebbe essere più alta, si tratta dei ghiacciai del Pakistan.

Il CKNP, insieme alle organizzazioni scientifiche internazionali, deve agire con urgenza. Il tempo delle pulizie periodiche è finito. Ciò che serve ora è uno sforzo costante, scientifico e ben finanziato, incentrato sui seguenti punti.

Monitoraggio continuo: istituire stazioni di ricerca permanenti per monitorare il ritiro dei ghiacciai, lo scioglimento dei ghiacci e il flusso dell'acqua.

Sistemi di gestione dei rifiuti: implementare e far rispettare una rigorosa politica di "ritiro e smaltimento" per tutti i gruppi e le spedizioni, includendo i rifiuti umani, ben supportata da controlli e sanzioni.

Politiche sostenibili per i portatori: supportare la comunità dei portatori, stabilire linee guida per l'uso del bestiame al fine di minimizzarne l'impatto ambientale.

Testimonianza globale: utilizzare le prove innegabili della sofferenza della regione del Baltoro per raccontare al mondo la storia del ritiro dei ghiacciai: una crisi globale che si sta svolgendo alle porte di casa nostra, in Pakistan, e che potrà essere causa, in futuro, di enormi problemi legati all’approvvigionamento idrico.

Essere sul Baltoro oggi significa essere in prima linea contro il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici collegati.

La sala del trono degli dei della montagna sta subendo una violenta trasformazione. Il silenzio delle vette è ora rotto dal suono del ghiaccio che si scioglie e delle rocce che si muovono. Abbiamo operato per ripulire la montagna dai suoi rifiuti. Ora dobbiamo mobilitare ogni risorsa per proteggere il ghiaccio sottostante: la lezione degli ultimi trent’anni è dolorosamente chiara.

Se perdiamo questi ghiacciai, perdiamo molto più di un percorso di trekking, perdiamo una parte vitale dell’ecosistema del nostro pianeta, del nostro patrimonio e del nostro futuro.

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Martedì, 13 Gennaio 2026 20:54

La Nord, quale altra?

Storiografia semiseria delle salite invernali al Pizzo d'Uccello

di Matteo Faganello

La Nord, eh già, per chi abita tra La Spezia e Firenze la Nord è una sola, con buona pace di ben più paffutelle cugine alpine. La Nord è solo quella del Pizzo, d'Uccello beninteso. E se la sua bonaria parete rocciosa d'estate non provoca certo le smanie dei “climbers'', dopo qualche bella nevicata invernale la musica cambia. Il suo essere un po' appoggiata le permette infatti di raccogliere notevoli  quantità  di  neve,  lasciarla  scorrere  nei  suoi  camini  e  colatoi  e  trattenerla  lì,  a  uno  sputo dal mare. Un colpo di scirocco, una bella ``tirata'' ed ecco una delle più belle pareti di misto che abbia mai frequentato. Ecco quindi due righe che spero invoglino qualche ``foresto'' a visitare la Nord. Preparatevi quindi a tampinare di telefonate i locals (di cui vi fornirò volentieri telefono e mail, per la loro gioia), a lasciare nel bagagliaio della macchina le viti, a smettere di affilare le lame e ad aggiungere i buoni e vecchi chiodi alla bandoliera. Ma soprattutto preparatevi a una quota ragionevole, a godervi la vista del mare una volta in cima e a gustarvi una ventina di tiri di misto senza nemmeno 50m di pendio.

action 05Sulla Cantini-De Bertoldi...50 anni dopo ! Foto: M. Meucci.A dire il vero sono stato un po' ingrato nel presentarla come misconosciuta ai più: a corteggiare la Nord in inverno non sono stati solo i locals ma fior fiore di foresti. Primo fra tutti R. Sorgato che, in compagnia degli apuanissimi M. Rulli e P. Zaccaria si porta a casa la prima invernale della classica Oppio-Colnaghi. E poi G. Calcagno, per la prima invernale al Canale dei Genovesi ``passando dalla rampa'', in compagnia de ``i pisani'', M. De Bertoldi, A. Nerli e il fortissimo M. Piotti, quasi sempre in testa. Ed è forse con il Canale dei Genovesi che inizia la cronistoria ``mixed version'' del Pizzo d'Uccello. Le prime invernali alle due grandi vie di roccia della parete, Oppio-Colnaghi e Biagi-Nerli-Zucconi (in questo caso un ``affaire'' puramente toscano: G. Crescimbeni, G. Verbi e M. Verin), sono state infatti effettuate, per ammissione dei protagonisti, cercando le condizioni più secche possibili. Cosa alquanto ovvia pensando ai materiali della prima metà degli anni '60.

Ai Genovesi i pretendenti cercano invece la neve, cercano il misto. Per la prima invernale Giustino Crescimbeni (insieme a G. Banti e S. Trentarossi) si fa modificare la becca della piccozza dai fabbri dell'Agip a Livorno, e nell'altra mano impugna un lungo chiodo tubolare. Un mese dopo G. Calcagno e ``i pisani'' passano dalla rampa e finiscono per i Genovesi, con ancora più neve.

 Ma salire la Nord dai Genovesi, lo sanno tutti, è barare. La Nord, da che mondo è mondo, comincia a destra dei Genovesi. Ed è proprio sul suo bordo sinistro che nell'inverno del 1969 F. Cantini e M. De Bertoldi aprono il loro capolavoro, una via a torto rimasta in sordina e riscoperta solo nell'inverno 2008. Una via che, mare a parte, nulla ha da invidiare a una Sloveni alle Jorasses. Una via che, inconsapevolmente, ha segnato l'inizio della piolet-traction sulle Apuane (e non solo). Nel superare l'ultima ``colata strapiombante'' (in realtà a poco più di 80°, ma ''la paura fa 90'') M. De Bertoldi infatti si dimentica del ``credo ufficiale'' propagandato ai corsi e sale armato di due picche, la sua e quella di F. Cantini. Siamo nel 1969 e la cronistoria alpina cita la prima piolet-traction sul Grand Pilier D'Angle solo qualche anno più tardi. Ometto, per rispetto agli esimi storiografi, quello che gli scozzesi già facevano a casa loro e il WI6 salito in Nord America nel 1971!

Da allora le salite sono scarse, i Genovesi diventano una ``classica difficile'' e le rare invernali alla Oppio sono effettuate con la parete secca. Le parole di C. Barbolini lasciano intuire gli interessi di allora: ``alla Nord si andava se era secca, in genere d'inverno preferivamo fare sci di fondo e tenerci allenati per l'estate''. Una bella salita è sicuramente quella di U. Ghiandi, C. Malerba e L. Massei per quello che può essere considerato come il primo percorso su misto della Oppio-Colnaghi. Simpatico particolare, il trio pensava di trovare la parete ben più secca e al ``molto misto'' fu obbligato dalle condizioni. Le ``giusto sei ore'' preventivate divennero due giorni e una bella avventura. 

Negli ultimi anni il Pizzo d'Uccello ha visto una nuova schiera di alpinisti corteggiarlo e, complice qualche inverno particolarmente fortunato dal punto di vista nivologico, numerosi percorsi del Canalone dei Genovesi, varie prime invernali o ripetizioni su misto delle classiche e alcune vie nuove aperte sia nel settore dei Genovesi che in centro parete, insomma, sulla Nord!

In particolare il giovane quartetto composto da G. Betta, M. Meucci, E. Tomasin ed il sottoscritto è  stato particolarmente attivo in zona, provocando le ire di datori di lavoro, clienti, direttori di tesi e fidanzate varie. E portando avanti una sfida non dichiarata ma comunque sentita con il gruppo de ``i vecchiacci'', impersonato da A. Benassi e G.C. Polacci, culminata con lunghi inseguimenti in parete e una ``festosa salva di peti'' al rientro in valle, degna accoglienza per la totale e magnifica inutilità della nostra attività preferita.

          E. Tomasin tallona ''i vecchiacci'' sulla rampa superiore della Cantini-De Bertoldi, in una giornata tipicamente scozzese. Foto: G. C. Polacci.

          Magnifiche condizioni per A. Benassi su Seven-Up. Foto: G. C. Polacci.

 

 

action 07G. Betta sul tiro chiave de I Soliti Ignoti. Foto: M. Faganello.


In pratica

Nel seguito troverete una lista delle varie vie del Pizzo d'Uccello percorse in versione mista, e i loro tracciati. Le informazioni sono di prima mano (eccetto Filo Diretto con il Maestro e la Via di Sinistra del '66) e si riferiscono a condizioni di innevamento tali da permettere un'arrampicata mista e non puramente rocciosa. Le relazioni dettagliate (fin troppo, mea culpa) si trovano sulla guida ``Ghiaccio Salato’’ di S. Faggi, G. Betta e M. Faganello, Ed. Versante Sud. Informazioni sulle condizioni si possono trovare sui vari forum (in particolare alpiapuane.com, il fu attivo planetmountain.com non viene più frequentato), in genere molto ben aggiornati sulle condizioni delle Apuane, un po' meno della Nord. Per quanto riguarda la logistica consiglio vivamente l'esperienza ``attacco in tarda mattinata, bivacco e uscita con il sole l'indomani'' per godere pienamente del panorama dalla vetta. Non accade tutti i giorni di uscire da una nord su misto e vedere il mare. Ovviamente per le vie nel settore dei  Genovesi il problema non si pone, si percorrono tranquillamente in giornata.

Nota del 2025 : negli ultimi 10 anni le Alpi Apuane hanno subito in pieno il riscaldamento globale, con l’isoterma invernale spesso a livelli astrali. Se le pareti che iniziano a quote più elevate riescono ancora a offrire buone condizioni, la neve raggiunge raramente la base della parete del Pizzo d’Uccello. Ciò non toglie la possibilità d’avere un inverno fortunato...Carpe Diem.

Settore dei Genovesi

Canalone dei Genovesi

III/4+M, IV UIAA, 600m di dislivello, circa 850m di sviluppo.

Primi salitori: E. Stagno, A. Daglio, A. Frisoni e A. Sabbadini, 9/10/1927.

Prima invernale: G. Banti, G. Crescimbeni e S. Trentarossi, 5/1/1970.

La goulotte più classica del settore e la via più frequentata del Pizzo d'Uccello in inverno.

Facilmente in buone condizioni in tutti gli inverni nevosi. Evitare comunque le giornate calde (notevoli scariche sia dal canale superiore che dal canale posto a sinistra del Torrione di Capradossa. Una classica via ``alpina'', tranquillamente fattibile in giornata. Da non perdere!

 

 

action 08aCervelli in Fuga, sui tiri centrali. Foto: E. Tomasin.

 

action 09aCervelli in Fuga, verso il Gran Pilastro. Foto: E. Tomasin

 

Canale a Sinistra del Torrione di Capradossa

III/4M, 400m di dislivello, circa 600m di sviluppo, circa 300m indipendenti.

Primi salitori: A. Daglio, A. Frisoni e A. Sabbadini e E. Stagno, 5/10/1925.

Prima invernale: S. Bonelli e F. Codega, 23/3/1962.

Potremmo definire questa via ``la petite Genovesi'': una versione semplificata dei Genovesi. Niente problemi di traversi o doppie per aggirare il Torrione di Capradossa e 200m buoni di dislivello in meno. Comunque molto bello il canale-camino posto a sinistra del Torrione di Capradossa e ambiente sempre superlativo. Unico scotto da pagare: la via non esce in cima ma sul Ripiano di Capradossa. Per andare a vedere il mare è  sufficiente risalire il facile versante Est...

action 06Classico bivacco sulla Oppio-Colnaghi: pilastro, neve sopra e nanna coricati. Foto: G. Betta.

 

action 01M. Faganello sulle magnifiche ondone del tiro chiave di Cervelli in Fuga. Foto: E. Tomasin.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Canalone dei Genovesi per la Rampa

III/4+M, IV UIAA, 650m di dislivello, circa 950m di sviluppo.

Prima invernale: G. Calcagno, M. De Bertoldi, A. Nerli e M. Piotti, Gennaio 1970.

Combinazione tra la prima parte della parete principale (la Rampa) e la parte superiore della via dei Genovesi. Permette di raggiungere il canale superiore se la parte bassa dei Genovesi risultasse in cattive condizioni. Via storica affrontata prima dell'avvento della piolet-traction dai fuoriclasse Calcagno e Piotti, accompagnati dagli amici De Bertoldi e Nerli. Le principali difficoltà sono concentrate nella prima parte.

genovesi tracciatiTracciati delle vie al settore dei Genovesi: Canalone dei Genovesi (blu), Canale a Sinistra del Torrione di Capradossa (verde), Hotel Miramare (giallo) e Seven-Up (rosa). Sulla destra i primi quattro tiri della Oppio-Colnaghi (rosso).

 

 

 

 

Hotel Miramare

III/5, 600m di dislivello, circa 800m di sviluppo, circa 200m indipendenti.

Primi salitori: G. Betta e M. Faganello, 12/3/2006.

Hotel Miramare rappresenta l'attacco diretto del canale superiore dei Genovesi. La colata si forma su placche compatte per snow-drift, continua pioggia di neve (e sassolini!!). Un must della scalata su neve dura. Attaccare presto perché la parte alta del canale dei genovesi è esposta al sole del mattino.

Seven-Up

III/5RM, 400m di dislivello, 600m di sviluppo, circa 300m indipendenti.

Primi salitori: M. Faganello e L. Mussi, 20/12/2008.

Via evidente e logica che, dopo i primi 300m del Canalone dei Genovesi, risale interamente su ghiaccio la repulsiva parete Nord del Ripiano di Capradossa. Bella esposizione per una via di ghiaccio (neve dura su placche compatte). Soste buone.

Parete Principale

Oppio-Colnaghi

V/5M, V+ UIAA, 650m di dislivello, 850m di sviluppo.

Primi salitori: N. Oppio e S. Colnaghi, 2/10/1940

Prima invernale: M. Rulli, R. Sorgato e P. Zaccaria, inverno 1962.

Probabile prima invernale prevalentemente su ghiaccio e neve, con le varianti mediane: U. Ghiandi, C. Malerba, L. Massei, 23-24/2/1985.

La classica delle classiche. Frequentatissima in estate, su misto vede pochissime ripetizioni. La struttura a camini-colatoi e la neve trasformano completamente lo stile di salita e regalano una splendida ascensione principalmente in piolet-traction. Anche l'abbondante chiodatura estiva viene molto ridotta dal manto nevoso. Una metamorfosi completa!

pizzo tracciatiTracciati delle vie alla parete principale (esclusi i primi due tiri): Oppio-Colnaghi (rosso), Via di Sinistra del 1966 (giallo), Cantini-De Bertoldi (blu), Ratti-Guadagni (rosa), Filo Diretto col Maestro (nero), I Soliti Ignoti (arancio) e Cervelli in Fuga (verde).
Cantini-De Bertoldi

IV/4+M, IV UIAA, 650m di dislivello, 900m di sviluppo.

Primi salitori: F. Cantini e M. De Bertoldi, Marzo 1969.

Conosciuta anche come Via di Sinistra del 1969. Aperta in inverno prima dell'avvento della piolet-traction. Paragonabile come difficoltà e impegno alla combinazione dell'Eperon Croz e della Via Slovena alle Grandes Jorasses, in condizioni invernali. Una bella impresa, un notevole exploit per l'epoca a torto caduto in oblio. Ripresa in inverno solo nel 2007/2008 dalla cordata Faganello-Meucci, trovando condizioni mediocri (5+M). Divenuta quasi classica (due ripetizioni totali e due parziali!!) nel fantastico inverno 2008/2009.

Via di Sinistra del 1966

V/5M, IV UIAA, 650m di dislivello, circa 900m di sviluppo.

Primi salitori: E. Biagi, M. De Bertoldi, A. Nerli e F. Zucconi 1966

Prima invernale: la parte alta (al di sopra della Cengia Simonetti) il 14-15 Febbraio 2009 da G. Betta e L. Mussi provenendo da Filo Diretto col Maestro, la parte bassa il 21-22 Febbraio 2009 da G. Betta e F. Rubbiani con alcune varianti, uscendo poi per i camini della Oppio-Colnaghi.

Come la classica Oppio-Colnaghi, la Via di Sinistra del 1966 si trasforma, in inverno, in una magnifica

salita di misto. Se il primo pilastro sopra la rampa obbliga ad usare un po' le mani, le varianti mediane, inaugurate da Betta e Rubbiani, permettono di massimizzare la piolet-traction.

Filo Diretto col Maestro

V/5M, IV UIAA, 650m di dislivello, 900m di sviluppo, circa 200m indipendenti.

Primi salitori: G. Betta e L. Mussi 14-15/2/2009

Variante che permette di congiungere, salendo su ghiaccio, la parte bassa della Cantini-De Bertoldi con la parte alta della Via di Sinistra del 1966...chiacchierando la sera al telefono con ``Il Maestro''... 

action 02M. Meucci aggira il grosso bouchon che chiude i camini terminali della Oppio-Colnaghi. Foto: E. Tomasin.
I Soliti Ignoti

V/5R, IV UIAA, 650m di dislivello, circa 950m di sviluppo, circa 400m indipendenti.

Primi salitori: G. Betta e M. Faganello, 7-8/03/2009.

Bella serie di colate effimere che, dall'invaso di uscita della Cantini-De Bertoldi, scende fino sulla cima del caratteristico torrione della Via di Sinistra del 1966.

Cervelli in Fuga

V/5+, IV UIAA, 650m di dislivello, circa 900m di sviluppo, circa 350m indipendenti.

Primi salitori: M. Faganello ed E. Tomasin, 22/3/2009.

Stupenda serie di colate effimere che corre parallela alla classica Oppio-Colnaghi nel suo terzo superiore. Si stacca da questa poco prima della Fessura Diedrica e vi si ricongiunge in cima al Gran Pilastro.

``E la Biagi?'', direte voi. Ad oggi non si ha notizia di salite invernali della classica Biagi-Nerli-Zucconi effettuate principalmente su misto e non su roccia. Complice la maggior inclinazione della parete nella parte alta e un'esposizione maggiore alla tiepida aria della valle, la Biagi-Nerli-Zucconi e le vie alla sua destra non riescono, in genere, a mantenere l'innevamento sufficientemente a lungo per permettere all'escursione termica di consolidare la neve. Posso garantirvi che i ``locals'', di cui non faccio più parte dopo l'apertura di Cervelli in Fuga, attendono pazientemente l'inverno propizio che saprà regalare le buone condizioni per un percorso principalmente su misto.

Lunedì, 29 Dicembre 2025 22:18

Convegno Nazionale CAAI 2025

a cura di Serafino Ripamonti - Comunicazione CAAI

Hanno partecipato circa 250 persone al Convegno Nazionale del Club Alpino Accademico Italiano a Gressan, lo scorso 8 novembre, forse grazie alla nomea dei relatori e sicuramente in virtù del tema: il Monte Bianco.

20251108 145224Erri De Luca, nuovo socio onorarioAll’intervento di benvenuto di Mauro Penasa, presidente generale del Club Alpino Accademico Italiano, e di Fulvio Scotto, presidente del Gruppo Occidentale del CAAI - che ha curato l’organizzazione del Convegno Nazionale 2025 - sono seguiti i saluti delle autorità presenti in sala: il sindaco di Gressan René Cottino, il presidente del CAI Regionale Valle d’Aosta Marco Bonelli e il neoeletto presidente della Regione Valle d’Aosta Renzo Testolin. Tra gli ospiti illustri del convegno anche il Vicepresidente generale del CAI Giacomo Benedetti, il cui intervento ha chiuso la prima parte dei lavori, prima del coffee break.

Un momento di grande emozione per tutti è stato l’incontro con lo scrittore Erri De Luca, alpinista anch’egli e grande appassionato di montagna, che, proprio in occasione del convegno, è stato acclamato nuovo socio onorario dell’Accademico.

In un lungo pomeriggio d’autunno si sono succeduti sul palco numerosi protagonisti della storia alpinistica del tetto d’Europa, con una carrellata di parole e immagini che ha sicuramente confermato la tesi dell’incontro – il Monte Bianco come laboratorio di sperimentazione verticale – aggiungendo ipotesi e suggestioni a una materia amplissima.

Giovani e meno giovani hanno dimostrato, se ce n’era bisogno, che ogni nuovo sguardo porta un’inedita visione della scalata e che alcuni esperimenti riescono a bucare la consuetudine, aprendo nuove strade.

 

 

Nell’introduzione dedicata ai pionieri, Pietro Crivellaro ha posto l’accento sul ruolo dei cartografi militari, categoria trascurata nella ricostruzione dell’alpinismo. I militari si affiancano ai valligiani (i “carabiniers paysans”, pattuglie di cacciatori scelti, infallibili con la loro carabina, conoscitori di ogni punta di roccia e di ogni precipizio, capaci di guidare e portare in salvo reparti militari sorpresi dalla tempesta e dalle incognite dell’alta montagna, antesignani delle guide alpine) e, per molti aspetti, anticipano la frequentazione alpinistica delle montagne che la storiografia tradizionalmente fa risalire all’epoca illuministica e romantica. Le puntuali osservazioni di Crivellaro e i molti riscontri che altri storici come lui hanno messo in evidenza, mostrano l’urgenza di riesaminare le nostre convinzioni in merito all’origine dell’alpinismo.

Poi si è passati al convegno vero e proprio, che prendeva le mosse dall’eredità di Walter Bonatti e René Desmaison, grandi interpreti degli anni Cinquanta e Sessanta. Lo stesso Alessandro Gogna, che ha moderato l’incontro insieme a Enrico Camanni, ha testimoniato il clima del periodo, e di quello immediatamente successivo, ancora caratterizzato dalla corsa alle grandi invernali e alle prime solitarie, come lo sperone Walker delle Grandes Jorasses.

P1010483Pietro Crivellaro al centro, Anselmo Giolitti a sin, Enrico Camanni e Alessandro Gogna a des

 

P1010517Patrick Gabarrou

DSCF0004Monte Bianco - ph A. Rampini

P1010502Ugo Manera

 

Poi è stata la volta di Ugo Manera, ricercatore di vie nuove, che ha raccontato quanto ci fosse ancora di inesplorato sul Bianco degli anni Settanta e Ottanta per un cacciatore seriale di nuove vie su pareti ancora mai percorse, anche se le grandi pareti erano state scalate.

Dopo Manera è stato Patrick Gabarrou a raccontare, con la consueta poesia, la riscoperta del ghiaccio nella metà dei Settanta, in compagnia di personaggi mitici come Jean-Marc Boivin. Non tanto la tecnica, ma lo sguardo e il sentimento sono usciti dai ricordi di Patrick, un personaggio autorevole e apprezzato da tutti, che ha davvero catturato l’attenzione della sala.

20251108 151238

P1010527Anna Torretta

 

P1010525Ezio Marlier

 

 

          Il Dru, una delle più iconiche cime del massiccio del Monte Bianco - ph A. Rampini

E poi Marco Bernardi, fantastica meteora a cavallo tra il vecchio e il nuovo alpinismo e tra l’alpinismo e l’arrampicata sportiva, che ha raccontato con ironia le sue avventure, riflettendo sul senso del rischio e ricordando i compagni di cordata Gian Carlo Grassi e Gianni Comino.

Dopo il break sono saliti sul palco Ezio Marlier e Anna Torretta, guide alpine e protagonisti della seconda rivoluzione del ghiaccio tra gli ultimi anni del Novecento e i primi del nuovo secolo. Gli attrezzi arcuati e dentati e l’alta preparazione atletica hanno reso possibile la scalata delle cascate più difficili e anche dei tratti rocciosi con la tecnica del dry-tooling, aprendo nuove possibilità e prospettive.

Manlio Motto, apritore di vie iconiche su granito con Michel Piola e Romain Vogler, ha insistito sulla dimensione etica della scalata. Nella sua relazione, come anche in quella di Bernardi, è emersa con forza la tematica dell’utilità dell’alpinismo che, pur interpretandosi come “conquista dell’inutile”, rappresenta una preziosa pratica di esplorazione dei limiti e delle potenzialità umane, con ricadute molto pratiche su numerosi ambiti culturali, sociali ed economici, in particolare sulla sicurezza nel lavoro in quota.

È arrivato poi il momento di parlare dell’oggi e delle prospettive future. Ad assumersi questo compito, con grande sobrietà ed efficacia, sono stati alcuni giovani protagonisti dell’alpinismo contemporaneo.

P1010534Marco Ghisio

 

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brochure Convegno Nazionale CAAI 2025 page 0001

brochure Convegno Nazionale CAAI 2025 page 0002

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Marco Ghisio prima di tutti, con una puntuale panoramica sulle ultime realizzazioni, e poi Jerome Perruquet, François Cazzanelli e Giuseppe Vidoni, campioni della velocità ma anche esploratori del presente, come ha infine testimoniato il bel film “Bianco invisibile” con gli stessi Cazzanelli e Vidoni, impegnati nell’apertura di una via nuova sull’Aiguille Blanche de Peutérey.

Dalle loro testimonianze sono emersi tre “filoni evolutivi” tra loro correlati. Il primo è quello dell’arrampicata libera su altissime difficoltà in alta quota, trend ben esemplificato dalla libera della via Petit al Grand Capucin, realizzata da Alex Huber nel 2005 e dalla recentissima libera della via Lafaille al Dru, ad opera di Léo Billon e Enzo Oddo. Particolarmente interessante anche l’evoluzione del dry tooling sulle grandi pareti del Bianco: l’uso sistematico di ramponi e piccozze, anche sui tratti rocciosi, consente oggi di affrontare nella stagione più fredda quelle pareti e itinerari divenuti difficilmente percorribili in estate, a causa del cambiamento climatico.

20251108 190936Un terzo filone evolutivo è quello della velocità e della metodica preparazione atletica, non viste come obiettivi fine a se stessi, ma come precondizione per poter realizzare progetti sempre più ambiziosi, limitando l’esposizione ai rischi. Ne è un esempio la salita invernale in giornata, della Gousseaut-Desmaison, compiuta nel febbraio del 2023 da Benjamin Védrines e Léo Billon, oppure l’ascensione, sempre in giornata, di Divine Providence portata a termine nel luglio del 2024 da Cazzanelli e Vidoni.

Sicuramente il Monte Bianco non offre più spazi geografici inesplorati, ma, in fondo, questa è una condizione con cui gli scalatori fanno i conti già dalla fine dell’800. Come insegna Alessandro Gogna, l’alpinismo è soprattutto “visione”, il Tetto d’Europa continua ad essere ancora oggi il laboratorio nel quale nuove idee e nuovi orizzonti prendono forma e concretezza tra le rocce di rosso protogino e le linee effimere disegnate dalla neve e dal ghiaccio sulle sue grandi pareti.

Un particolare ringraziamento va a Grivel e DF Sport Specialist, gli sponsor che hanno sostenuto l’organizzazione dell’evento.

Si ringrazia inoltre Banca Sella, che da sempre appoggia le attività del Club Alpino Accademico.

Giovedì, 04 Dicembre 2025 21:44

L’evoluzione dell’Accademico attraverso i suoi Regolamenti

di Alberto Rampini

Guardare al futuro con grande consapevolezza del passato è sicuramente il modo migliore per compiere scelte coerenti e non avventate. Questa ricerca, basata su documenti storici reperiti negli archivi del CAI, fornirà sicuramente elementi di riflessione utili in questa fase di discussione e ridefinizione di alcuni punti qualificanti dello Statuto e Regolamento CAAI

Premessa

L’Accademico venne fondato nel 1904 e vanta quindi una tradizione ininterrotta di oltre 120 anni. Questa lunga storia, lineare nei suoi presupposti fondanti e nei valori fondamentali, passa attraverso fasi diverse e si articola nel tempo in modo differenziato. Si può individuare una linea evolutiva, ancor oggi in divenire, a volte condizionata da eventi e situazioni del mondo alpinistico e non alpinistico esterno, più spesso anticipatrice e propositrice di idee e valori da perseguire.

Tutto questo, ed altro ancora, emerge dall’analisi e dal confronto dei vari Regolamenti che si sono susseguiti nel tempo, o per meglio dire dei cambiamenti che sono stati via via apportati al Regolamento iniziale e che convenzionalmente fissiamo ad alcune date significative, precisando che i vari documenti che si sono susseguiti storicamente vengono definiti a volte “Statuto” e a volte “Regolamento”.

Il Regolamento pubblicato nel 1908 sul primo numero dell’Annuario CAAI è Il primo di cui si ha notizia certa. Ha struttura elementare, delinea in pochi punti l’articolazione organizzativa dell’associazione, dopo aver fissato all’Art 1 lo scopo sociale: “…si propone di coltivare e diffondere l’esercizio dell’Alpinismo, affiatare i soci fra di loro, unirne l’esperienza, le cognizioni ed i consigli per formare la sicura coscienza e l’abilità indispensabile a chi percorre i monti senza aiuto di guide”.

La sede sociale è fissata a Torino, i soci si distinguono in effettivi ed onorari. I soci effettivi possono essere residenti (se abitualmente residenti a Torino) e non residenti (se abitualmente residenti fuori Torino).

Possono essere ammessi a soci onorari gli alpinisti che hanno avuto meriti speciali nell’Alpinismo senza guide. Per l’ammissione è richiesta l’unanimità dei voti dell’Assemblea dei soci.

Esaminiamo ora le principali differenze fra questo Regolamento originario e i successivi, ponendo particolare attenzione alle differenze rispetto allo Statuto e Regolamento del 2014 oggi in vigore (ultima modifica apportata nel 2014).

1006 P.Aiguille Verte1 – SCOPO

Scopo e attività formativa

Regolamento 1908 - Lo scopo originario è quello di “coltivare e diffondere l’esercizio dell’Alpinismo” e formare “sicura coscienza ed abilità“ necessarie a chi va in montagna senza guida. Scopo primario e specifico dell’Accademico, quindi, al di là del generico “coltivare e diffondere l’esercizio dell’Alpinismo” che era comune anche al Club Alpino Italiano, era fare scuola e fare scuola nel senso più ampio, per incrementare “l’abilità”, quindi la preparazione tecnica dei soci ma anche, anzi in primis, la “sicura coscienza” che deriva da preparazione culturale, consapevolezza ambientale ed etica comportamentale, in modo che come scriveva nel 1908 Ettore Canzio “dovunque e comunque vadano poi, con o senza guide, riescano sempre compagni apprezzati e graditi”.

Regolamento 1931 – “Il CAAI si propone di coltivare e diffondere l’esercizio dell’Alpinismo di alta montagna, segnatamente fra la gioventù…con indirizzo accademico, ovverossia di scuola di alpinismo per ghiaccio, per roccia e per neve…”. Rimane quindi forte il richiamo all’attività didattica, indirizzata però precipuamente ai giovani, e questo rappresenta una novità. A fianco dell’attività formativa si introduce (Art. 2) lo scopo di studio: “Il CAAI si dedicherà in modo particolare allo studio di determinate regioni di alta montagna, specialmente delle parti più impervie”. Regolamenti 1908 e 1931 a confronto.

Regolamento 1977 – Scopo primario è confermato “coltivare e diffondere l’esercizio dell’Alpinismo di alta montagna” ma viene tolto il richiamo all’attività didattica e anche quello ai giovani.

Scompare quindi l’accenno esplicito all’attività formativa, verosimilmente a seguito della costituzione delle Scuole di Alpinismo del CAI e della Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo, alla nascita e allo sviluppo delle quali, come abbiamo visto, gli accademici diedero un contributo determinante. Il mancato richiamo diretto all’attività formativa rimane poi caratteristica dei regolamenti successivi, compreso quello attualmente in vigore, ma è chiaro che essa può essere implicitamente ricompresa nella promozione di “qualunque iniziativa atta a favorire la pratica” dell’Alpinismo. Anche se fare scuola non è più scopo statutario del CAAI, la presenza di soci nell’ambito delle strutture formative del CAI ha continuato e continua ad essere significativa anche oggi (dalle Scuole Sezionali alle Scuole Centrali). E’ venuto meno quindi solo l’esplicito riferimento ad attività formative da svolgere a livello istituzionale. Da notare comunque che, sia pur in modo non sistematico, il CAAI ha organizzato anche in tempi recenti corsi e stages di formazione nel campo dell’alpinismo trad.

Nel Regolamento 1977 si ampliano poi le finalità prevedendo attività esplorativa e la pubblicazione di “itinerari, guide, carte, opere sulla tecnica dell’alpinismo” ecc. Viene prevista tra le finalità anche la “costruzione e manutenzione di bivacchi fissi d’alta montagna”.

Regolamento 1984 – Scopo del CAAI è: “coltivare e promuovere l’Alpinismo di elevato livello di difficoltà mediante qualunque iniziativa atta a favorirne la pratica”. Anche nella nuova formulazione dell’Art. 2 non si fa cenno esplicito all’attività formativa, che rientra comunque sicuramente tra le “iniziative atte a favorire” la pratica dell’alpinismo (sempre di elevato livello di difficoltà).

Regolamento 2014 - Scopo del CAAI è: “coltivare e promuovere l’Alpinismo di elevato livello di difficoltà mediante qualunque iniziativa atta a favorirne la pratica su tutte le montagne del mondo”. Nulla di nuovo nel regolamento 2014, se non l’ampliamento dell’orizzonte territoriale a tutte le montagne del mondo.

                               Alpinismo o Alpinismo di elevata difficoltà? 

Regolamento 1908 - Nel regolamento del 1908 si parla semplicemente di “coltivare e diffondere l’esercizio dell’Alpinismo

Regolamento 1931 – Si parla di “coltivare e diffondere l’esercizio dell’alpinismo di alta montagna”, senza alcun cenno alla difficoltà. La difficoltà viene richiamata, invece, tra i requisiti che devono avere le salite inserite dai candidati soci nel loro curriculum (vedi punto successivo)

Regolamento 1977 – Si conferma quanto già previsto dal Regolamento 1931 (vedi sopra).

Regolamento 1984 – Scopo del CAAI è: “coltivare e promuovere l’Alpinismo di elevato livello di difficoltà mediante qualunque iniziativa atta a favorirne la pratica”. Per la prima volta si formalizza ufficialmente negli scopi il criterio della difficoltà, che rimarrà da allora fatto acquisito. Dalla finalità formativa originaria, passando attraverso un sempre maggiore rilievo dato al curriculum dei soci, si è passati alla formalizzazione di un Club di elite degli alpinisti di elevato livello. Il CAAI diventa quindi non più semplicemente un Club formato da alpinisti sempre più tecnicamente preparati, ma assume come proprio scopo primario, e formalmente unico, quello della “promozione dell’Alpinismo di elevato livello di difficoltà”. Questa mission viene confermata anche nel regolamento attuale (vedi sotto)

Regolamento 2014 -Nel regolamento attualmente in vigore l’Art. 2 fissa lo scopo come segue: ”coltivare e promuovere l’alpinismo di elevato livello di difficoltà mediante qualunque iniziativa atta a favorirne la pratica su tutte le montagne del mondo”. Invariato rispetto al 1984, ma con ampliamento dell’orizzonte territoriale a “tutte le montagne del mondo”.

2 – SOCI 

Rilevanza del curriculum e requisiti di ammissione

 

Regolamento 1908 - Nel regolamento del 1908 non si faceva alcun cenno esplicito al curriculum né alla difficoltà né alla durata dell’esperienza del socio, anche se una rilevanza del curriculum appare da altre fonti. Sappiamo ad esempio che, nella primissima fase di vita del CAAI, si era prevista la suddivisione dei soci in due categorie: “gli effettivi, come sarebbe a dire i maestri, e gli aggregati cioè gli scolari”. Questa distinzione tuttavia venne ben presto abbandonata in quanto antipatica per i giovani che entravano nell’associazione, e sostituita con una categorizzazione più oggettiva: gli “effettivi residenti” (a Torino) e gli “effettivi non residenti” (fuori Torino). Per i residenti, che per vicinanza territoriale potevano essere più facilmente seguiti e controllati dai promotori, si adottarono criteri di ingresso più larghi, mentre per i non residenti, in ragione della loro dispersione territoriale e minor occasione di formazione, si limitò l’accesso ai soli “alpinisti provetti”. Per l’ammissione era prevista la maggioranza dei tre quarti dei soci presenti in assemblea. Agli inizi, visto che il curriculum non era vincolante, non ne era previsto il vaglio e non esisteva la Commissione Tecnica.

Regolamento 1931 – Per essere ammessi “occorre avere compiuto ascensioni di roccia, ghiaccio o misto che presentino particolari difficoltà” e “prevalentemente da capocordata”. Inoltre deve risultare dal curriculum “un effettivo e progressivo miglioramento delle perizie alpinistiche…capacità tecnica… doti di iniziativa e di intuito alpinistico… in modo che il nuovo socio si riveli all’altezza del livello attualmente raggiunto dall’alpinismo accademico”. Il CAAI nei propri scopi statutari non menziona ancora “l’Alpinismo di alto livello di difficoltà” introducendolo tuttavia come requisito per l’ammissione.

L’alpinismo, come tutte le altre attività ritenute “sportive”, viene spronato dal regime al raggiungimento di prestazioni e all’innalzamento del livello di difficoltà, in chiara competizione con l’alpinismo d’oltralpe. Siamo nell’epoca d’oro dell’alpinismo eroico del sesto grado.

Viene delineato e raccomandato un curriculum poliedrico, in modo che il candidato “conosca e pratichi tutte le forme di alpinismo, da quello classico a tipo occidentale all’arrampicata di roccia pura a tipo dolomitico” ma viene riconosciuta la possibilità di ammissione anche dello “specialista di ghiaccio o di neve o l’arrampicatore puro”.

Si prescrive inoltre che “la capacità tecnica deve essere accompagnata da doti morali ineccepibili e da seria preparazione culturale”.

Il curriculum dei candidati viene approvato dall’Assemblea con maggioranza dei due terzi e l’ammissione richiede poi il voto all’unanimità del Consiglio Generale. L’ammissione del nuovo socio deve poi essere ratificata dal presidente generale del CAI.

                               Regolamento 1977 – Il socio deve aver svolto “attività alpinistica, non professionale, di particolare rilievo e per un periodo non inferiore ad anni cinque”. Meriti culturali, organizzativi od esplorativi possono integrare l’attività tecnica. “Se l’aspirante ha svolto solo attività tecnica, la medesima sarà valutata con riferimento al livello raggiunto dall’alpinismo nel periodo considerato”.

Per la prima volta viene specificato che l’attività deve essere “non professionale” (vedi più avanti il paragrafo “Rapporti con il professionismo”), ma soprattutto, nel Regolamento della neocostituita Commissione Tecnica Centrale, si introduce un concetto di diversificazione nella valutazione dei requisiti di ammissione, molto più precisa ed articolata rispetto a quella attuale. Sono previste in sostanza tre categorie: a) gli specialisti su roccia o ghiaccio o misto, che devono aver percorso da capocordata numerose salite estremamente difficili in numerosi Gruppi alpini b) gli alpinisti completi, che devono aver effettuato da capocordata ascensioni nei principali Gruppi delle Alpi Occidentali, Centrali ed Orientali con difficoltà non inferiori al V grado su roccia o corrispondenti su ghiaccio o misto c) candidati che abbiano eccezionali doti ed attività di carattere culturale, organizzativo ed esplorativo ed aver compiuto da capocordata salite con difficoltà non inferiori al IV grado o corrispondenti. Per tutti l’attività deve essere svolta in diversi Gruppi alpini e vengono poi considerate importanti nella valutazione le invernali, lo scialpinismo e l’apertura di vie nuove.

Il candidato deve essere approvato dall’Assemblea di Gruppo con i due terzi dei voti e poi dal Consiglio Generale sempre con i due terzi dei voti. Non è più prevista la ratifica da parte del presidente del CAI. Viene istituita, come detto sopra, la Commissione Tecnica Centrale, organo tecnico consultivo del CG, dotata di uno specifico Regolamento.

Regolamento 1984 – I candidati devono aver svolto “attività alpinistica non professionale di particolare rilevanza per almeno cinque anni” come in passato, ma si aggiunge “anche non consecutivi”. Viene stabilito che l’attività culturale, organizzativa ed esplorativa, se di particolare rilievo, integra il giudizio sul curriculum, che viene comunque sempre “valutato con riferimento al livello raggiunto dall’alpinismo nel periodo considerato”. I requisiti tecnici del curriculum, quindi, diventano da un lato meno circostanziati e, dall’altro, più uniformi e vincolati ad un alto livello tecnico. Invariato il ruolo della Commissione Tecnica, così come l’iter procedurale (Assemblea di gruppo e CG) e le maggioranze richieste.

Regolamento 2014 - Il regolamento attuale all’Art 4, in linea con quanto disposto dall’art 2 più sopra richiamato, prevede che: “Possono far parte del C.A.A.I. i soci maggiorenni del C.A.I. che abbiano svolto attività alpinistica di particolare rilievo per almeno cinque anni anche non consecutivi”. La norma conferma chiaramente, almeno dal punto di vista di principio, che la qualità di socio non può prescindere da un curriculum alpinistico rilevante e duraturo.

Viene confermato che l’attività culturale, organizzativa ed esplorativa, se di particolare rilievo, integra il giudizio sul curriculum. Nel Regolamento della CT si stabilisce che l’attività alpinistica, di particolare rilievo, deve essere stata compiuta da capo-cordata o a comando alternato, e deve corrispondere a una delle seguenti alternative:

1. numerose salite su ogni tipo di terreno con difficoltà di ordine superiore anche se non estreme;

2. numerose salite su roccia con difficoltà estreme;

3. numerose salite con difficoltà di poco inferiori a quelle di cui ai punti 1 e 2, purchè integrate dalle attività accessorie di cui sopra, sempre di particolare rilievo.

L’arrampicata sportiva a livello estremo, lo sci alpinismo di particolare rilievo e lo sci estremo possono rappresentare elementi di integrazione di un curriculum quasi sufficiente secondo i criteri sopra descritti.

Il quorum per l’ammissione è fissato nei due terzi dei voti dei presenti in Assemblea. Il curriculum dei candidati viene votato in Assemblea di Gruppo con la maggioranza dei due terzi, poi esaminato dalla Commissione Tecnica Centrale, che fornisce un parere consultivo al Consiglio Generale, e infine viene votato in via definitiva dal Consiglio Generale.

VARAPPE 1 1 PLATEAU DU TRISoci onorari

Regolamento 1908 - La possibilità di nominare come soci onorari alpinisti con meriti speciali era prevista e necessitava del voto all’unanimità dell’Assemblea. Il socio onorario doveva essere un “alpinista che ha avuto meriti speciali nell’Alpinismo senza guide”.

Regolamento 1931 – Non viene prevista la possibilità di nominare soci onorari, mentre quelli esistenti rimarranno tali a vita.

Regolamento 1984 – Non viene prevista la possibilità di nominare soci onorari.

Regolamento 2014 – Nel regolamento oggi in vigore è stata ripristinata la possibilità di nominare soci onorari, ma con una definizione più stringente: deve trattarsi di: “personalità di grande prestigio per attività alpinistiche e culturali esercitate con spirito accademico”. Questa definizione particolarmente severa spiega l’esiguo numero di soci “ad honorem” ammessi.

All’inizio era necessario il voto all’unanimità dell’Assemblea mentre oggi le proposte vengono approvate all’unanimità dal Consiglio Generale.

3 – ASPETTI ORGANIZZATIVI

 

Regolamento 1908 – Si dice semplicemente che il CAAI è formato da soci del CAI ma non si precisa la natura dell’organizzazione nell’ambito del CAI. Sicuramente non si tratta di una Sezione, ma di un semplice gruppo all’interno della Sezione di Torino del CAI.

Viene retto da un Consiglio direttivo composto da un Presidente e quattro consiglieri eletti dall’Assemblea dei soci.

Regolamento 1931 – Nel 1921 iniziano le trattative con gli altri Club Alpini Accademici esistenti in Italia (principalmente l’attivissimo G.L.A.S.G. – Gruppo Lombardo Alpinisti Senza Guida e il Club Alpino Accademico Aviglianese), giungendosi infine nel 1922 ad una effettiva fusione con la formalizzazione all’interno del CAI come Sezione. Il CAAI quindi viene costituito come sezione autonoma del CAI ed ha sede presso la Sezione di Torino del CAI. E’ retto da un consiglio direttivo formato da un presidente, nominato dal presidente generale del CAI, due vice-presidenti, un segretario-cassiere e cinque consiglieri, nominati dal presidente del CAAI e ratificati dal presidente generale del CAI. Completano la struttura tre revisori dei conti, nominati direttamente dal presidente generale del CAI. L’organizzazione è quindi fortemente centralizzata ed emanazione diretta del CAI, anzi del suo presidente generale. Questa struttura fortemente accentrata viene imposta dal regime fascista. Ricordiamo che in questo periodo vengono collocati alla presidenza del CAI esponenti di primo piano del Pnf, da Turati e Manaresi e si arriverà anche allo scioglimento del CAAI come Sezione autonoma e l’avvio di una gerarchia piramidale totalitaria che portò ad inquadrare nel Coni le federazioni di sport competitivi, alpinismo incluso, e quindi anche il CAI e il CAAI.

Dal punto di vista operativo il Consiglio direttivo è coadiuvato da delegati o comitati regionali nominati dal presidente dell’accademico e aventi sede a: Torino, Milano, Trento, Bolzano, Belluno, Venezia, Trieste e Roma.

Regolamento 1977 – Il CAAI è costituto come Sezione Nazionale del CAI e i soci sono suddivisi in tre Gruppi, i quali a loro volta possono dividersi in Sottogruppi. Viene riacquistata autonomia decisionale: ogni Gruppo è retto da un Consiglio eletto dall’Assemblea del Gruppo stesso. Il Consiglio Generale è formato dal Presidente Generale e dal presidente e un vicepresidente per ogni gruppo. Tutte le cariche sociali durano due anni. La sede sociale è presso il domicilio del Presidente Generale pro tempore.

Regolamento 1984 - – Il CAAI è costituito in Sezione Nazionale del C.A.I. e la sede sociale è fissata presso la Sede Centrale del CAI. I soci sono suddivisi in tre Gruppi: Occidentale, Centrale, Orientale. Questi possono suddividersi in sottogruppi.

Ogni Gruppo è retto da un Comitato di Presidenza composto dal Presidente e da due Vice-presidenti eletti dall’Assemblea di Gruppo. Il C.A.A.I è diretto da un Consiglio Generale composto dal Presidente Generale – eletto dal Consiglio Generale -, dal Vice-presidente Generale, dai Presidenti e Vice-presidenti di ogni Gruppo. Il presidente del CAAI interviene alle riunioni del Consiglio Centrale del CAI.

Ogni Gruppo ha propri commissari tecnici, revisori e probiviri, che, tutti assieme, formano la Commissione Tecnica Centrale, il Collegio Centrale dei Revisori e il Collegio Centrale dei Probiviri.

La Commissione Tecnica Centrale è organo consultivo incaricato di esaminare il curriculum dei candidati all’ammissione. La durata dei mandati viene portata da due a tre anni.

Regolamento 2014 – Nessuna variazione sostanziale nella struttura organizzativa rispetto al Regolamento 1984.

                               4 – RAPPORTI CON IL PROFESSIONISMO

Il tema dei rapporti con il professionismo è da sempre un punto delicato e controverso del dibattito interno, involvendo considerazioni molto ampie e di svariata natura, dal concetto etico al richiamo ai valori fondanti e della tradizione, dalla valorizzazione della libertà dai condizionamenti economici ad un malinteso spirito di corpo e altro ancora. Prima di esaminare nel dettaglio l’evoluzione di questo concetto nei regolamenti che si sono susseguiti nel tempo, vale la pena richiamare lo spirito del momento in cui nacque l’Accademico. Se è vero, come abbiamo visto sopra, che l’Accademico nacque per fare scuola e preparare gli alpinisti che volevano salire le montagne senza guida, è altrettanto vero che in origine non era prevista in modo esplicito alcuna preclusione per l’accesso ai professionisti. Anzi, nel 1908 Ettore Canzio, socio fondatore, scriveva: “il CAAI elimina dal suo uso abituale la guida, ma conscio dell’importanza grandissima che essa ha sempre avuto e ha tuttora nello sviluppo e nella diffusione dell’Alpinismo, si inchina volentieri ad essa, ogniqualvolta può crederla degna, e non vuole ostracismi né esclusioni sistematiche per chicchessia”.

Regolamento 1908 - In coerenza con quanto rilevato sopra, nel regolamento del 1908 non era prevista alcuna preclusione di accesso per le guide, anche se in pratica non si ha notizia di professionisti che abbiano aderito al sodalizio.

Regolamento 1931 - Successivamente venne introdotto il divieto di accesso per i professionisti, anche se non è dato capire con precisione a quando dati la modifica e come venne formalmente introdotta, e si verificò la situazione assurda che gli accademici diventati guida decadevano dal titolo, salvo poi essere reintegrati nell’elenco dei soci defunti. Non mancarono voci contrarie a questa scelta, unica nel panorama dei Club Alpinistici di elite del resto d’Europa, argomentando che anche certi professionisti possono avere un curriculum e uno spirito accademico e aggiungendo che questa artificiosa divisione nel mondo alpinistico non può giovare allo sviluppo dell’alpinismo in Italia. Quale che sia l’opinione in merito è indubbio che questa problematica per troppi anni occupò (e occupa tuttora) le energie dei soci, sottraendo risorse preziose ad altre attività sicuramente più proficue.

Regolamento 1977 – Per la prima volta a chiare lettere in questo Regolamento viene esclusa l’attività professionale: “Possono essere soci del CAAI i soci del CAI che abbiano svolto attività alpinistica, non professionale, di particolare rilievo per un periodo non inferiore a 5 anni”.

Regolamento 2014 - Il movimento dei contrari acquistò vigore col tempo e nel 2004 all’Assemblea Nazionale di Arco venne messa ai voti una modifica del regolamento, piccola ma significativa: si proponeva che gli accademici diventati guida potessero conservare il titolo. Trattandosi di modifica statutaria, per la quale è richiesta la maggioranza qualificata dei due terzi, la mozione per un soffio non venne approvata.

Nuovamente proposta nel 2011 all’Assemblea Nazionale di Dro, la mozione ancora una volta venne respinta e ancora una volta per poche unità di voto.

Infine, all’Assemblea di Caprino Veronese nell’ottobre 2014 una nuova proposta, nella sostanza simile alle precedenti, ottenne di misura la maggioranza prescritta e l’Art. 19 del Regolamento venne cambiato come segue:

Art. 19 del regolamento del CAAI, comma C. - PRIMA DELLA MODIFICA

c) è causa della cessazione della qualità di socio per incompatibilità il conseguimento della qualifica di Guida Alpina o Aspirante Guida Alpina e, in ogni caso, l’esercizio dell’attività alpinistica come prevalente fonte di guadagno. Le decisioni sull’incompatibilità spettano al Consiglio Generale. Contro le decisioni del Consiglio Generale in materia di radiazione e incompatibilità è ammesso il ricorso al Collegio dei Probiviri del C.A.A.I. entro 60 giorni dalla data della comunicazione all’interessato. La cessazione dell’appartenenza al C.A.A.I. comporta la cessazione della qualità di socio ordinario di diritto del C.A.I. Qualora la cessazione della qualità di socio del C.A.A.I. sia dovuta al conseguimento della qualifica di Aspirante Guida Alpina o Guida Alpina, l’interessato conserva il diritto a partecipare ai convegni e a ricevere l’Annuario, ed è pertanto iscritto in apposito elenco.

Art. 19 del regolamento del CAAI, comma C - DOPO LA MODIFICA APPROVATA DALL'ASSEMBLEA

c) è causa di cessazione della qualità di socio per incompatibilità il conseguimento della qualifica di Guida Alpina o Aspirante Guida Alpina e, in ogni caso, l’esercizio dell’attività alpinistica come prevalente fonte di guadagno. La cessazione di cui sopra non è applicabile nel caso in cui l’interessato faccia richiesta al Consiglio Generale di mantenere la qualità di socio.

Le decisioni sull’incompatibilità spettano al Consiglio Generale. Contro le decisioni del Consiglio Generale in materia di radiazione e incompatibilità è ammesso il ricorso al Collegio dei Probiviri del C.A.A.I. entro 60 giorni dalla data della comunicazione all’interessato. Qualora la cessazione della qualità di socio del C.A.A.I. sia dovuta al conseguimento della qualifica di Aspirante Guida Alpina o Guida Alpina, l’interessato che non intenda chiedere al Consiglio Generale di mantenere tale qualità, conserva comunque il diritto a partecipare ai convegni e a ricevere l’Annuario, ed è pertanto iscritto in apposito elenco.

Dal 2014, quindi, il socio che diventi guida può mantenere il titolo di Accademico. Quasi tutti gli ex Accademici che avevano perso il titolo in quanto diventati guida fecero domanda di riammissione e vennero reintegrati nell’organico, ma chiaramente la portata pratica di questa modifica non poteva che essere limitata (gli ex accademici diventati guida erano non più di una quindicina).

Il vero problema di fondo, quello dell’accesso all’Accademico dei professionisti, che oggi è precluso e che alcuni vorrebbero liberalizzare, rimane come un pesante macigno sulla strada che il mondo alpinistico italiano deve percorrere per cercare di uscire da un certo provincialismo e da una guerra di logoramento mai combattuta ma aleggiante da decenni tra le due categorie.

DSCF0098CONCLUSIONI

Alcune note fondamentali sull’evoluzione del Regolamento, e quindi della struttura e della mission del CAAI, si possono così sintetizzare:

Scopo - Lo scopo del CAAI passa da una originaria finalità didattica e di aggregazione (Regolamento 1908) ad una di promozione dell’Alpinismo (Regolamento 1931) e infine di promozione dell’alpinismo “di elevato livello di difficoltà” (Regolamento 1984 e 2014).

Requisiti di ammissione

  1. Requisiti tecnici - Nessun requisito tecnico era previsto in origine. La necessità di un curriculum di particolare difficoltà venne introdotta nel 1931, meglio dettagliata nel Regolamento del 1977, resa più stringente nel regolamento del 1984 e poi confermata, con qualche variante, nel Regolamento del 2014, attualmente in vigore.
  2. Requisiti morali – In aggiunta ai requisiti tecnici, nel 1931 si richiedevano “doti morali ineccepibili e una seria preparazione culturale”, nel 1977 si doveva valutare la figura morale dell’Uomo e i presentatori dovevano garantire che il candidato si fosse “sempre comportato lealmente nell’ambito della sua attività alpinistica”. Nel 1984 e poi nel 2014 si stabilisce più succintamente che i presentatori devono dare “ampie garanzie sulla figura morale del candidato”.

Aspetti organizzativi – L’organizzazione del CAAI, estremamente leggera nella fase costitutiva, diventa ben strutturata nel 1931 con gestione fortemente centralizzata nelle mani del gerarca Presidente Generale del CAI e riacquista in seguito piena autonomia deliberativa nell’ambito di Sezione Nazionale del CAI.

Rapporti con il professionismo – Nato non in contrapposizione al professionismo ma per soddisfare esigenze aggregative e formative di chi voleva frequentare la montagna in modo autonomo, il CAAI non pose inizialmente divieti all’ingresso delle guide.

Nel Regolamento del 1977 venne formalizzato il divieto di ingresso. Addirittura si stabilì che i soci che fossero diventati guida avrebbero perso il titolo, ma nel 2014 quest’ultima previsione venne abrogata.

Rimane ad oggi l’incompatibilità d’ingresso solo per chi sia già guida o aspirante guida o comunque eserciti “attività alpinistica come prevalente fonte di guadagno”.

Lunedì, 24 Novembre 2025 17:04

CONVEGNO AUTUNNALE DEL GRUPPO ORIENTALE

Marostica 26 ottobre 2025

Il confronto su importanti argomenti di carattere istituzionale e organizzativo e un aggiornamento tecnico sui materiali di scalata hanno caratterizzato questo consolidato appuntamento autunnale dei soci del Gruppo Orientale del CAAI. La mattinata, riservata ai soci Accademici (una cinquantina le presenze), è stata dedicata all’analisi delle attività poste in essere nel corso dell’anno e ai programmi per i prossimi mesi e, soprattutto, allo sviluppo di tematiche interne alla nostra Sezione Nazionale. In particolare, si è focalizzata l’attenzione su alcuni punti del nostro Statuto che in molti ritengono ormai meritevoli di un aggiornamento coerente con gli sviluppi della realtà attuale del mondo della montagna, sempre comunque mantenendo fede ai principi ideali che da sempre animano la nostra associazione.

LOCANDINA MATERIALI MAROSTICA 2025 page 0001Nel pomeriggio si è svolto un evento aperto al pubblico, dal titolo volutamente provocatorio: “Esisto e Resisto”. Federico Bernardin, Giuliano Bressan e Massimo Polato del CSMT (Centro Studi Materiali e Tecniche) hanno illustrato i risultati di anni di ricerche e sperimentazioni relative alla tenuta e durata nel tempo dei materiali in dotazione per l’alpinismo. La presentazione e stata seguita con grande interesse da una sala gremita di alpinisti, tra cui molti istruttori del CAI e Guide Alpine.

Si ringrazia il CSMT, la Sezione CAI di Marostica per la fattiva collaborazione, la COOP Marostica che ha fornito la sala e tutti i soci e non soci che hanno collaborato alla riuscita dell’evento.

Un’ottantina di immagini, in rapida successione, dopo aver sintetizzato la natura, gli scopi e l’organizzazione del Centro Studi Materiali e Tecniche del CAI, sono entrate nel vivo dell’argomento “sicurezza” dei materiali d’arrampicata (DPI alpinistici, categoria distinta rispetto ai DPI lavorativi), illustrandone normativa e caratteristiche principali. Per i materiali più importanti nella catena di sicurezza (corde, caschi, connettori ecc) si sono esaminate le caratteristiche, la durata utile di utilizzo, i principali fattori di deterioramento e i consigli finali per essere sicuri di avere sempre delle dotazioni sicure e performanti al meglio.

Per i dettagli si consiglia vivamente di sfogliare con attenzione il documento messo gentilmente a disposizione dal CSMT. pdfVisualizza o scarica qui

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Foto Leardi

 

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Domenica, 09 Novembre 2025 20:34

Un altro anno è passato e un altro raduno se n’è andato, in tutti questi anni ogni evento ha avuto delle sue peculiarità, questo sicuramente ha avuto quella della partecipazione.

Già altri raduni avevano visto un ottimo numero di iscritti ma questo in più ha visto un coinvolgimento senza precedenti, grazie anche alle molte attività proposte, tutte di grande successo.

Locandina Meeting Valli di Lanzo 2025Ognuno si è prodigato per la crescita e promozione della manifestazione. Come dico sempre il VGV è una sorta di contenitore che contiene i tasselli che lo riempiono rendendolo vitale. Quest’anno questi tasselli hanno combaciato tutti perfettamente, complice anche, bisogna ammetterlo, il “Re Sole” che con la sua benevolenza ci ha regalato due giornate stupende.

Senza il suo aiuto probabilmente saremmo qui a tirare le somme di un evento andato benino ma non benissimo, purtroppo la meteorologia la fa sempre da padrona. Può essere che abbia interceduto per noi l’ospite Andrea Vuolo, noto volto di Raimeteo, non lo sapremo mai però di sicuro è riuscito a riempire il salone delle feste di Cantoira oltre l’inverosimile.

Negli ultimi tempi si è parlato del Vallone di Sea più per il rischio legato alla costruzione della famigerata strada che per l’arrampicata, eppure negli ultimi anni le vie messe a posto o nuove sono ulteriormente cresciute, in numero incredibile rispetto al primo raduno del 2017. Il raduno però ha avuto l’ulteriore pregio di riportare proprio l’arrampicata al centro della scena, come detto da più partecipanti mai si erano viste così tante cordate come nelle due giornate della manifestazione.

Una bella scommessa vinta e che invoglia a proseguire in questa avventura, il prossimo anno sarà la decima edizione, la prima stella da appuntare sulla maglietta.      

Si ringraziano:

Gli sponsor tecnici: Amorini, Camp, Cousin, Delga it, EB, Edelrid, Ferrino, Grande Grimpe, Grivel, Ortovox, Singing Rock.

Le aziende e le attività commerciali: Action Directe, Birrificio Grado Plato, Fantolino, Fisiologic, La Libreria Editrice La Montagna di Torino, Mulin Barot, Supermercato Boonüm 

I negozi di alpinismo: Mountain Sicks, BShop

Le palestre di arrampicata: Boulder Bar, Bside, Cus Torino, La Mole, Escape, Sasp

Le guide alpine X3M e quelle escursionistiche di Elefante Alpino per l’adesione all’evento

Il Comune di Cantoira

L’evento è patrocinato dalla Regione Piemonte e dall’Unione Montana Valli di Lanzo, Ceronda e Casternone       

Luca Enrico

C.A.A.I. Gr. Occ. e Gruppo Valli di Lanzo in Verticale, Enti organizzatori dell'evento.

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20250906 171931Matteo Enrico, Giorgio Inaudi e Luca Enrico

 

20250906 163437Conferenza su “Storie e leggende delle Valli di Lanzo – tra Masche e Lou Couars”, a cura di Giorgio Inaudi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

20210905 111126

20250906 211400Molto seguita la serata dedicata alla metereologia tenuta da Andrea Vuolo

20250906 211417Il metereologo Andrea Vuolo

 

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vgv2025 13Folta partecipazione di ragazzi agli eventi programmati

vgv2025 16Come sempre, soddisfazioni per tutti alla lotteria finale

Martedì, 21 Ottobre 2025 20:26

Il 26 Agosto 2025 Marco Sappa e Marco Ghisio effettuano la prima ripetizione e prima libera della via l’Amitiè aperta da Cazzanelli, Ratti e Farina nel 2021.

Cervino  4478 m

Pilastro Roberto Ferraris – Via L’Amitié

8a/+ max - 7a obbl – 650 m 16 tiri

WhatsApp Image 2025 09 01 at 07.57.36 1“Il Cervino è una montagna affascinante e lo è sempre stato per tutte le generazioni di alpinisti, per quelli di Cervinia in particolare che sicuramente hanno con lui un rapporto particolare, ma non solo.

Sarà che a differenza delle altre cime importanti delle Alpi Occidentali lui è lì da solo a dominare incontrastato la vallata, il triangolo, con quella punta un po’ smussata visto da Cervinia, assomiglia alla montagna che disegnano i bambini disegnano ma anche guardandolo dagli altri lati ogni faccia risulta attraente, ancor di più se sai che vie corrono lungo le pareti e conosci la storia di queste salite , da Carrel ai fratelli Schmid a Bonatti.

Come sappiamo, la Gran Becca non è principalmente famosa per le sue vie su roccia, ma sulla Sud corre una serie di itinerari di arrampicata, alcuni più classici altri aperti negli ultimi 20 anni in chiave moderna da Gabarrou e Cazzanelli e soci, ma che conservano ancora un sapore di avventura. Poche informazioni, uso sapiente degli spit, roccia da ottima a dubbia e assenza di ressa.

Io avevo già percorso “Padre Pio prega per tutti “e avevo un ottimo ricordo; mi sarebbe piaciuto tornare e anche Marco sembra interessato non essendo mai stati li. Ci cade l’occhio su l’Amitiè aperta da Cazzanelli, Ratti e Farina nel 2021. Mai ripetuta, sulla carta ha il giusto carattere sportivo per divertirsi, anche se siamo sul Cervino e non proprio in falesia. Non è facile per me e Marco incastrare la salita e le cose si complicano quando, individuate alcune finestre utili, il giorno prima fa una bella nevicata a bassa quota a rovinare i piani, così arriviamo a fine agosto un po’ delusi e un po’ arrabbiati poiché l’estate sta finendo e ci vediamo con poche speranze. L’ultimissima speranza la riponiamo in martedì 26 un po’ perplessi visto il meteo sempre instabile dell’ultima settimana

Partiamo così alla volta del Duca degli Abruzzi lunedì sera in bici, per essere più vicini possibili l’indomani e sfruttare al massimo le ore mattutine che promettono il meteo migliore. Temiamo un po’ di finire in mezzo alle nuvole nel pomeriggio, come successo a Franz anni prima, e che questo possa compromettere l’arrampicata. Alle 7.30 siamo alla cengia di attacco con i primi raggi che colpiscono la parete. Parto io e come promesso tiro tutta la via fino alla base del tiro da liberare, il terzultimo. La prima parte segue una facile serie di placche e muretti per poi raddrizzarsi sempre più man mano che ti avvicini allo scudo e un bel diedro di 7a dà l’inizio alle danze. Tutto prosegue secondo i piani e alle 11 siamo alla base del tiro da liberare. Siamo a 3800 metri e un po’ il fiatone si fa sentire, almeno per me che sono sicuramente meno acclimatato e il muro davanti a noi si prospetta come uno dei tiri duri più alti delle alpi. 

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Il tiro, che oppone un duro boulder a metà, seguito da un fisico traverso verso sinistra che porta in un diedro ancora un po’ ostico, si lascia addomesticare con un paio di tentativi di Marco. Finalmente anche il Cervino ha il suo 8 !

Due tiri ci separano dalla cima del pilastro che raggiungiamo alle 13.30. 

Una via veramente entusiasmante, aerea, un’arrampicata fantastica e una chiodatura perfetta che permette di tirare al massimo.”

di Marco Ghisio

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“Il primo 8 del Cervino!

Quest'estate cercavo una sfida che mi portasse fuori dalla mia zona di comfort. Abituato alle fessure perfette del Monte Bianco, non avevo idea di come mi sarei mosso sulla roccia del Cervino.

Marco però c’era già stato e in più è particolarmente a suo agio su quel tipo di terreno. In questi anni abbiamo scalato molto insieme, mi fido di lui e c’è un’ottima intesa. Il compagno perfetto per un’esperienza del genere!

Il 26 agosto, dopo aver rimandato un po’ di volte, siamo andati a scoprire l'imponente parete Sud del Cervino scalando "L'Amitié", una via eccezionale e difficile del 2021 di Francois Cazzanelli, Francesco Ratti e Marco Farina.

Arrampicare in questo posto è stato davvero impressionante. Ti senti davvero molto piccolo!

uscita l13Uscita L13Dopo lo “zoccolo” la parete si raddrizza e la via si insinua in questi muri molto strapiombanti.

Il terzultimo tiro, ancora da scalare in libera, parte subito bello intenso fino ad un duro boulder, poi traversa a sinistra e  risale un lungo diedro impressionante e poco proteggibile.

Il primo giro ho provato i passi fino al traverso, più o meno i primi 20 metri del tiro… ho intuito abbastanza velocemente tutti i movimenti, ed ho risolto una volta il boulder… poi ho dato un’occhiata al lungo diedro successivo più facile (7a/b) ma poco proteggibile ed ho capito che se fossi andato fino in cima poi non avrei avuto le energie e la voglia di ritentare, allora ho trovato una posizione in spaccata in cui riuscivo a mollare una mano ed ho appeso il cordino da recupero e i friend così da poter scalare la sequenza difficile il più leggero possibile e recuperarli dopo, scommettendo che sarei riuscito a scalare a vista il diedro. Mi sono fatto calare in sosta ho recuperato la corda ed ho aspettato 10 minuti. 

In questi anni ho imparato che se si vuole portare l’alta difficoltà in alta montagna, saper gestire le energie è fondamentale.

Sapevo che a quasi 4000 avrei avuto probabilmente solo un tentativo…

Ho provato e sono caduto alla fine del boulder. “Sconfortato. Non ci riesco. Giù di nuovo. Altri 10 minuti. Continuavo a pensare a quanto tempo ancora ci avremmo messo ad arrivare in cima e soprattutto a scendere. Cominciavo anche a sentirmi un pò oppresso dall’ambiente severo.  Reset, parole di conforto di Marco, mi ricarico velocemente, è già dieci minuti che riposo, va bè, parto!

Riparto, arrivo al blocco, lancio, preso! Ora non posso sbagliare non ci voglio più tornare qui :-). Tallone, traverso, spaccata, respiro, recupero i friend, lotto. Salgo, soffio, sudo, sarà giusto di qua?, oddio l’ultimo viola quant’è lontano! Scivolo, no! Non adesso, lotto, soffio , SOSTA!!!”

Ce l’ho fatta! 

Recupero Marco, contento e determinato scalo a vista il successivo 7b, manca solo un 6a e siamo in cima.

selfie vettaSelfie di vettaCon il supporto fondamentale di Marco sono riuscito a salire in libera tutta la via!

Finalmente il Cervino ha il suo "8° GRADO" un tiro davvero duro complesso ed esigente a quasi 4000 metri.

È stata un'emozione davvero incredibile riuscire a scalare il primo 8 del Cervino e probabilmente l'8 più alto di tutte le Alpi...

Sicuramente una delle mie migliori esperienze come scalatore alpinista !”

di Marco Sappa

Entrambi ringraziamo e ci complimentiamo con Francois, Francesco e Marco per questa linea pazzesca.

Marco Sappa ringrazia Grivel, La Sportiva, Lazy Ghost per prezioso supporto

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 Foto   Archivio Sappa/Ghisio 

Ottimizzazione e grafica A. Rampini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Martedì, 07 Ottobre 2025 21:21

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CONVEGNO NAZIONALE CLUB ALPINO ACCADEMICO ITALIANO

Sabato 8 Novembre 2025

Gressan (Aosta) – Sala Polifunzionale, fraz. Taxel n. 26

Il Monte Bianco è un edificio geologico progettato dal vento, dalla pioggia e dal gelo. La cima assomiglia a un pan di zucchero, ma le colonne dell’edificio sono vertiginose candele di granito rosso, inciso da fessure e diedri, i pilastri della cattedrale. Tra i pilastri scendono i ghiacciai, ed è lì che sono saliti i primi alpinisti. Poi, con la voglia di esplorare, si è cominciato a guardare alle creste, agli speroni e alle guglie di protogino, tra le più belle delle Alpi. Alla fine, gli scalatori hanno percorso anche i pilastri, che erano sogni grandi e proibiti e ancora oggi sono un terreno d’avventura.

Dopo la fase pionieristica, l’epoca d’oro delle guide e il periodo tra le due guerre mondiali, caratterizzato dalle grandi sfide vissute come conquiste, spesso con toni epici e narrazione farcita di eroismo (negli anni 30 basta menzionare la corsa alle Nord delle Grandes Jorasses, che coinvolse fuoriclasse come Charlet, Meier, Peters, Gervasutti, Cassin e si estese ad altre guglie di granito come l’Aiguille Noire e i Drus), quindi nel secondo dopoguerra sembra che l’evoluzione sul Monte Bianco sia appannaggio di due protagonisti: Walter Bonatti e il suo alter ego francese René Desmaison.

È il grande alpinismo d’avventura, che fa sognare e segna un’intera generazione.

Quando nel 1965 Bonatti saluta l’alpinismo, a qualcuno sembra che sul Monte Bianco resti ben poco da fare. Non è così perché, mentre lo stesso Bonatti era ancora in attività, era già arrivata la new wave americana, e scalatori come Robbins, Hemming, Frost e Harlin avevano aperto vie futuristiche come la diretta al Petit Dru e la parete sud del Fou. E tante altre volte si è ripartiti, con le nuove tecniche di ghiaccio, gli spit in alta quota e l’arrampicata libera di altissima difficoltà.

La storia è un continuo intercalare di acquisizioni e rilanci: quando sembra che tutto sia compiuto, arriva uno sguardo nuovo e si riparte. Il Monte Bianco è sempre stato, e forse ancora sarà, un magnifico laboratorio in cui sperimentare le nuove forme di alpinismo, guardando le pareti con occhi diversi.

brochure Convegno Nazionale CAAI 2025 page 0001

 

brochure Convegno Nazionale CAAI 2025 page 0002

Scarica qui la brochure in formato pdf

          Il Petit Dru - Ph A. Rampini Preludio di Pietro Crivellaro

LE ORIGINI DELL’ALPINISMO SUL MONTE BIANCO: NUOVI SPUNTI PER UNA CONTROSTORIA

Alpinista, storico e scrittore italiano, tra i maggiori studiosi della storia dell’alpinismo, con particolare attenzione ai suoi risvolti culturali, sociali e letterari. A lui spetterà il compito di introdurci nel tema del convegno, accompagnandoci alla scoperta dell’universo Monte Bianco e tratteggiando le tappe della frequentazione di questo gruppo montuoso, a partire da quei primi esploratori (naturalisti, topografi, militari, chasseurs de chamois e carabiniers paysans valdostani) le cui vicende rappresentano un capitolo di storia o, meglio, di controstoria dell’alpinismo, in gran parte ancora da scrivere e indagare.

A seguire, condotti da Enrico Camanni e Alessandro Gogna, gli interventi dei relatori, tutti protagonisti che hanno vissuto o tutt’ora vivono l’alpinismo nell’area del Monte Bianco:

 

 

          Aiguille Blanche de Peuterey - Ph A. Rampini

 

Ugo Manera

IL MIO ALPINISMO DI RICERCA

Un protagonista seriale della ricerca. Nel suo curriculum non ci sono il Pilone Centrale o la Nord delle Jorasses; il suo interesse, che potremmo forse definire una “ricerca del dettaglio”, è indirizzato a quelle che potrebbero essere considerate cime “minori”, ma che offrono ancora un terreno d’esplorazione e quindi d’avventura senza ricalcare il cliché già visto negli anni precedenti. Una ricerca con una connotazione prevalentemente di tipo classico, ma più “ludico” che drammatico, con una predilezione per la scalata su roccia.

Patrick Gabarrou

LE NUOVE FRONTIERE DEL GHIACCIO

Se in roccia la ricerca si apre a linee inesplorate, sul ghiaccio la nuova ricerca è ancora più evidente. Dopo la storica salita di Cecchinel e Jager al couloir nord dei Drus nel 1973, sono i francesi a importare e applicare sul Monte Bianco la tecnica detta piolet-traction. Jean-Marc Boivin e Patrick Gabarrou si impongono come gli interpreti più brillanti e fantasiosi, frantumando i limiti della scalata su ghiaccio. Scalando il Supercouloir del Mont Blanc du Tacul nel 1975, dimostrano che si può davvero sperimentare un nuovo alpinismo. Poi l’attività di Patrick, il Gab nazionale dei nostri cugini transalpini, pare per decenni non conoscere limiti di intuito e produzione.

          Dente del Gigante e Cresta di Rochefort - Ph A. Rampini

 

Marco Bernardi

LA CERNIERA DEGLI ANNI 80

Alla fine degli anni Settanta la preparazione sportiva dei protagonisti rivoluziona le prestazioni. I giovani, respingendo i tabù della tradizione, si trovano a traghettare il passato nel futuro. Dopo gli americani degli anni Sessanta e Alessandro Gogna in solitaria sullo Sperone Walker nel 1968, negli anni Settanta salgono le difficoltà. Personaggio “di cerniera” è il giovane torinese Bernardi, che apre grandi vie sul Bianco con Gian Carlo Grassi e Gianni Comino, ripete da solo la via di Giusto Gervasutti alle Grandes Jorasses in una “sfida elevata a sistema” (per prendere a prestito un’espressione coniata proprio da Alessandro Gogna) e scala anche con i primi arrampicatori sportivi, unendo tradizione e innovazione.

 

 

 

Manlio Motto

LIMITARE IL RISCHIO MA SALVARE L’AVVENTURA

Negli anni Ottanta qualcuno scopre che si può scalare sui satelliti e altrove, per esempio all’Envers des Aiguilles o al Dalmazzi, senza preoccuparsi del ghiaccio intorno. Liberando la testa da miti e tabù, la nuova generazione porta l’arrampicata sportiva nel santuario dell’alpinismo, aggiungendo al piacere e alla difficoltà l’ambiente e lo scenario. Sul Bianco, con le realizzazioni dello svizzero Michel Piola e Pierre Allain Steiner nasce la moderna scalata d’alta quota, che oggi è sempre più praticabile perché fa sempre più caldo, ma anche più difficile perché si allargano le terminali. Tra gli italiani, negli anni a seguire, Motto è il più conosciuto esponente della nuova concezione.

Anna Torretta

MISTO MODERNO, UN NUOVO SGUARDO

Nel primo decennio degli anni 2000 Anna Torretta è stata una protagonista dell’avvento del misto moderno e ha saputo esprimersi ai massimi livelli nelle competizioni internazionali di arrampicata su ghiaccio e nel dry tooling, prendendo parte per una decina d'anni all'ice world cup e salendo nel contempo, anche in montagna, le vie di misto moderno più difficili del momento. La sua storia la rende una testimone privilegiata di quella fase di evoluzione delle attrezzature, della gestualità e dell’approccio sportivo che è divenuta il background da cui sono nate alcune delle più importanti realizzazioni degli ultimi anni sulle grandi vie di misto nel massiccio del Monte Bianco.

panoramaIl versante valdostano del Monte Bianco - Ph A. Rampini

Marco Ghisio e Jerome Perruquet LE ULTIME REALIZZAZIONI

Due attivissimi esponenti delle ultime generazioni. Porteranno la loro testimonianza sulle realizzazioni degli ultimi anni nel massiccio del Monte Bianco, ipotizzando quali possibilità essi vedono per l’alpinismo di domani.

Marco Ghisio, nato a Vercelli nel 1987, è membro del CAAI dal 2024. Gran parte della sua attività si è sviluppata sul massiccio del Bianco, con il quale ha un legame particolare. Ha ripetuto alcune delle vie più iconiche: il Pilone Centrale del Freney, la Cassin e la Colton-MacIntyre alle Grandes Jorasses o il Couloir Nord Diretto ai Drus, oltre a linee moderne su goulotte come Beyond Good and Evil. La sua passione spazia dalle grandi pareti di ghiaccio e misto all’arrampicata libera di alto livello, con vie fino all’8b trad e numerose ripetizioni estreme su roccia, dal Cervino al Gran Capucin. Non mancano esperienze extraeuropee, tra cui Yosemite e la recente spedizione in Oman con l’Eagle Team.

Jerome Perruquet, classe 1997, vive da sempre nella Valtournenche, ai piedi del Cervino. La Gran Becca è sicuramente la montagna a cui è più legato, sia come alpinista che come Guida Alpina. È lì che si è formato e ha preso confidenza con il più classico dei terreni d'alta quota: quello del ghiaccio, del misto e della roccia non sempre perfetta… Il suo talento lo ha poi portato ad esprimersi ai massimi livelli tecnici anche sulle altre importanti cime della Vallée, come quelle del Gruppo del Monte Rosa e, ovviamente, del Monte Bianco, per passare poi alle grandi montagne del mondo, dall’Himalaya alla Patagonia. Il suo è uno sguardo prezioso, che guarda alla contemporaneità e al futuro alla luce di una tradizione antica.

Ospiti del convegno saranno Roger Bovard, François Cazzanelli e Giuseppe Vidoni che ci presenteranno il film prodotto da Grivel “Bianco invisibile”, la via aperta all’Aiguille Blanche nel marzo 2025 da Cazzanelli e Vidoni.

          Il Petit Dru - Ph A. Rampini  

 Il convegno è organizzato in collaborazione con CAI Valle d'Aosta, con il patrocinio del Comune di Gressan. Sponsor dell’evento sono GRIVEL e DF SPORT SPECIALIST.

Si ringrazia inoltre BANCA SELLA

Ottimizzazione e grafica A. Rampini

 

 

Domenica, 05 Ottobre 2025 23:23

TRE TIRI DI CORDA SULLA NORD OVEST DEL CIVETTA CON SOLLEDER E LETTEMBAUER

di Francesco Leardi C.A.A.I. ORIENTALE

Ottimizzazione e grafica A. Rampini

Dedicato a Beppe Tararan

Inizierò con un estratto pubblicato Su Alpi Venete Primavera-estate 2025 e successivamente edito con una edizione speciale stampata in 100 copie numerate in occasione della ricorrenza celebrata a Caprile il 27 Settembre 2025 gentilmente fornito da Mirco Gasparetto caporedattore della prestigiosa rivista.

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LETTENBAUER - SOLLEDER 

1925 - 2025

di Mirco Gasparetto

Poco prima della mezzanotte del 7 agosto di cent’anni fa, due ragazzi bavaresi calcarono la cima della Civetta dopo essere direttamente usciti, primi a farlo, dalla favolosa parete nord-ovest.

Ci misero l’intera giornata e una manciata di chiodi per salire quei 1100 metri ancora ignoti. Bivaccarono in vetta qualche ora, poi, nel chiarore della luna che filtrava da rade nebbie notturne, scesero lungo la via normale.

1 emil solleder in Val Canali 1926 page 0001Emil Solleder in Val Canali nel 1926 Emil Solleder e Gustav Lettenbauer, i due ragazzi, sapevano di aver compiuto qualcosa d’importante, ma chissà se si sarebbero aspettati l’effettiva portata con la quale l’impresa si rivelerà alla storia.

Perfetto paradigma del VI grado nella scala delle difficoltà che battezzò Wilhelm Welzenbach un anno dopo, “la Solleder” fu celebrata come “la prima via di VI” nella storia dell’alpinismo. Eppure, marcando l’assolutismo, non mancarono in seguito osservazioni e sottolineature.

Già nell’estate precedente, l’11 e 12 agosto 1924, Roland Rossi e Fritz Simon avevano salito un’altra grande parete che esprimeva difficoltà di VI grado, la nord del Pelmo. Sulla questione è indicativo quanto sentenziò Hans Steger: «Ho fatto nove volte il Pelmo, cinque volte la Civetta, e tuttavia non sono mai riuscito a dirmi con sicurezza quale delle due ascensioni sia la più difficile (o la meno facile)»[1]. Peraltro lo stesso Solleder, qualche giorno prima della salita sulla Civetta, aveva firmato con Fritz Wiessner la prima ascensione di un’altra ambita parete nord, quella della Furchetta, anch’essa con un riconosciuto tratto di VI grado[2]. Tornando all’estate del ‘24, il 1° settembre, ovvero un paio di settimane dopo la salita registrata sul Pelmo, il ventottenne d’origine cadorina Oliviero Olivo scalò addirittura da solo lo spigolo sud-est della Cresta degli Invalidi, sulle Marmarole. Anche in questo caso difficoltà di VI dichiarate in primis dal fuoriclasse veneziano Vittorio Penzo nel 1949, quindi dalle guide alpine e “ragni” cadorini Ferruccio Svaluto Moreolo e Mauro Valmassoi nel 1987[3]. Del resto il 23 agosto 1923 altri due ragazzi di Monaco, Ludwig “Wigg” Böttcher ed Eugen Röckl, avevano salito un itinerario diretto sulla ovest del Mulàz, catena settentrionale delle Pale di San Martino, aprendo una via in odore di VI recentemente ribadito dalla guida alpina di Primiero Renzo Corona[4]. Considerato quanto si stava realizzando anche sui massicci calcarei settentrionali, in particolare nel Kaiser, sembrerebbe aggirarsi intorno alla metà degli anni Venti la cesura storica relativa alla condivisione del concetto di “sesto grado”, se non che la stessa parete nord-ovest della Civetta fu teatro di una stupefacente scalata addirittura nel 1910 da parte dei tedeschi Gabriel Haupt e Karl Lömpel, che però sbucarono in cima alla Piccola Civetta (3207 m) e non sulla vetta principale (3220 m). L’impresa, tanto eclatante quanto dimenticata, fu scoperta e rivalutata a distanza di quasi ottant’anni dall’esperta cordata accademica De Marchi-Masucci[5], che confermò inaspettate difficoltà di VI.

La necessaria premessa per affermare che l’espressione “primo sesto grado” nella storia dell’alpinismo stride a tal punto da divenire anacronistica. Non stride invece constatare come “la Solleder” debba essere considerata l’icona del sesto grado dolomitico, al di là d’essere il primo, il secondo o il terzo nella cronologia degli eventi. Cima, lunghezza della via, ambiente, divulgazione e ripetizioni prestigiose, oltre ovviamente alla difficoltà tecnica, hanno innalzato un totem che si è consolidato grazie a una tradizione divenuta, oggi, centenaria.

 

2 gustav lettenbauer page 0001Gustav Lettenbauer ALTRE RIVELAZIONI DOLOMITICHE

Quando si parla della Civetta come “Regno del Sesto Grado” e di Wand aller Wände, ovvero “Parete delle Pareti”, impossibile non confrontarsi con due nomi che fecero di questa montagna il loro oggetto di culto: Domenico Rudatis (1898-1994) e Vincenzo Dal Bianco (1928-2014).

Se a Giovanni Angelini dobbiamo la più completa ricostruzione storica del periodo pionieristico, a Domenico Rudatis si deve la difficile operazione di storicizzazione degli eventi nella loro contemporaneità, ovvero negli anni Venti e Trenta del Novecento. Coerente allo Zeitgeist che aleggiava sulle giovani generazioni tedesche, Rudatis fu perfetto aedo per un modello alpinistico che sulle Dolomiti, e in particolare sulla Civetta, aveva trovato il proprio terreno ideale. In quegli anni la “Parete delle Pareti” diviene una grande arena nella quale spingersi oltre le “Colonne d’Ercole” della verticale. Rudatis, vero e proprio ideologo, iniziò a predicare nuovi concetti alpinistici, sportivi, filosofici, pubblicando una serie di fondamentali scritti sulla Rivista del CAI e sul mensile Lo Sport Fascista. Pur in antitesi all’alpinismo esplorativo di Antonio Berti, che velatamente ne osteggiava i principi parteggiando per i vertici “occidentalisti” del CAI ai quali Rudatis era inviso, la prima relazione in italiano della “Solleder” si trova nella guida Le Dolomiti Orientali, il capolavoro di Berti edito nel 1928, grazie alla trascrizione dello stesso Rudatis[6].

L’altro nome al quale si deve una moderna enciclopedizzazione della storia della Civetta, in continuità con ciò che produsse Angelini, è quello di Vincenzo Dal Bianco.

Per oltre cinquant’anni Dal Bianco raccolse dati, indagò, ricostruì quanto successe sul maestoso gruppo dolomitico, producendo una messe d’importanti contributi tra i quali un minuzioso approfondimento sulla via di Solleder e Lettenbauer. Proprio questo studio, pubblicato ormai venticinque anni fa[7], chiarisce alcuni luoghi comuni relativi alla vicenda. Anzitutto chi fossero, prima della Grande Guerra, coloro che probabilmente misero nel mirino una via diretta sulla parete nord-ovest, ovvero Angelo Dibona e Paul Preuss. Il dato che consente d’affermarlo si ritrova nelle firme che entrambi lasciarono, nel 1910, tra le pagine del primo Libro del Rifugio Coldai.

Altro interessante dato circa la ricostruzione storica intorno alla salita, risiede in una lettera inviata da Gunther Langes allo stesso Dal Bianco, non datata ma collocabile tra il 1956 e il ‘57. Nella missiva l’alpinista sudtirolese scrive: «Sulla storia della Solleder le potrei dare una notizia di completamento dal momento che io e Merlet credo eravamo i primi a fare nel 1921 la traversata e la susseguente fessura, dovendo poi rinunciare per una lesione (menisco) di Merlet. Solleder ha trovato i miei chiodi. Ma ciò non è importante e ne parleremo, se le interessa, in occasione di un nostro incontro». Incontro, purtroppo, mai più avvenuto. Ulteriore elemento intrigante lo fornisce lo Jahresbericht Akademischen Alpenverein München del 1958. Nell’annuario dell’Associazione alpina universitaria di Monaco, infatti, Karl Hermüller ricorda Ludwig Böttcher (quello della diretta alla ovest del Mulàz nel 1923) che scomparve proprio in quell’anno: «Nell’agosto del 1925 alcuni giovani alpinisti si ritrovarono al Rifugio Coldai. Il loro sogno era conquistare l’allora vergine parete nord-ovest della Civetta. Tra questi candidati alla Civetta c’era anche il nostro amico Ludwig Böttcher»[8]. L’incipit trasmette l’effettivo clima alpinistico del momento e, dunque, come una via diretta su quella parete fosse l’obiettivo dei migliori, che in quel frangente erano tedeschi. Tra loro anche Solleder e Lettenbauer, epigoni della cosiddetta “Scuola di Monaco”.

Infine, c’è una sorta di consuetudine “lessicale” che sembra impossibile sradicare. Nel 1971 Toni Hiebeler si recò a Erlangen per intervistare il settantenne Gustav Lettenbauer, uscito da lungo tempo dai radar delle cronache. A differenza della guida alpina Emil Solleder, che nel 1926 vinse pure la parete est del Sass Maòr prima di precipitare dalla Meije ed entrare nell’aura del mito, Gustav Lettenbauer chiuse con l’alpinismo per dedicarsi al lavoro di tecnico ortopedico e alla famiglia. Nell’intervista che Hiebeler pubblicò in Alpinismus, il mensile che egli stesso dirigeva, l’anziano arrampicatore continuava a sostenere come il racconto di Solleder, che allora ebbe larga divulgazione[9], non fosse corretto: «Egli scrisse che per quasi tutta l’ascensione fu primo di cordata. Questo non è esatto, perché fino al camino con la cascata ci siamo sempre dati il cambio. Poi, sul camino, Solleder si ferì alla spalla destra e da qui continuai sempre io da primo»[10].

Ancora una volta, dopo le proposte di Lucien Devies, quindi di Domenico Rudatis insieme a Dal Bianco e infine di Toni Hiebeler, ecco rinnovarsi la richiesta - ancora di Dal Bianco - di ricordare la diretta del 1925 come “via Lettenbauer-Solleder”. Anche questo, però, sembra essere un’altra impresa estrema.

[1] Vittorio Varale-Reinhold Messner-Domenico Rudatis, Sesto grado, Longanesi, 1971, p. 37.

[2] Cfr. Lorenzo e Pietro Meciani, Odle – Pùez. Dolomiti tra Gardena e Badia, CAI-TCI, 2000, p. 206.

[3] Marcello Mason, Oliviero Olivo, una vita speciale, in LAV 1/2015, p. 4. Svaluto Moreolo e Valmassoi la salirono in prima invernale a fine dicembre 1987 (cfr. relazione della salita a cura di Svaluto Moreolo, p. 13).

[4] Renzo Corona-Igor Simoni, Pale di San Martino. Arrampicate scelte classiche e moderne, Versante Sud, 2018, p. 30.

[5] Alessandro Masucci, 1910: sesto grado? in Rivista Mensile del CAI, 2/1988, p. 18.

[6] Cfr. Antonio Berti, Le Dolomiti Orientali, Treves, 1928, p. 101.

[7] Vincenzo Dal Bianco, Civetta. La soglia dell’impossibile: Solleder e Lettenbauer, Nuovi Sentieri, 2000.

[8] Cfr. Jahresbericht des Akademischen Alpenverein München, Jahrgang 64/65, 1955-1958, p. 4.

[9] Emil Solleder, Die letzten Groβen Probleme der Dolomitenwände [Gli ultimi grandi problemi delle pareti dolomitiche], in Zeitschrift des DOeAV, 1927, Vol. 58, p. 234.

[10] Toni Hiebeler, Der Vergessenheit entrissen: Gustav Lettenbauer Bezwinger der Civetta Nordwestwand [Strappato dall’oblio: Gustav Lettenbauer, conquistatore della parete nord-ovest della Civetta], in Alpinismus, n. 5/1971, p. 16. 

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7 Agosto 1925 Solleder e Lettenbauer aprono una pagina fondamentale della storia dell’alpinismo mondiale e creano una leggenda.

27 Settembre 2025 Alleghe e Caprile ci accolgono per iniziare tutti insieme una cordata ideale per festeggiare i 100 anni dall’apertura di questo splendido e impegnativo itinerario.

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Martini Tessari Bonafede Frizzera BaùTestimoni della storia della Nord-Ovest: Martini, Tessari, Bonafede, Frizzera, Baù

Mariano Frizzera intervistato da Soratroi racconta il soccorso ricevutoMariano Frizzera, intervistato da Soratroi, racconta il soccorso ricevuto sulla Nord-Ovest

L’amministrazione comunale di Alleghe con il capocordata sindaco Danilo De Toni e un eccellente comitato organizzatore hanno degnamente affidato la rilevanza necessaria all’evento proponendo un intenso programma che ci ha accompagnato tutta la giornata.

Prendo spunto per la sommaria relazione dell’evento da una immagine retorica proposta dal brillante moderatore dell’evento, Giampaolo Soratroi che ha paragonato i tre momenti celebrativi a tre lunghezze di corda. 

“Il Soccorso Alpino fra i protagonisti della via Solleder-Lettenbauer”

con la partecipazione delle Stazioni di Agordo, Rocca Pietore e Alleghe

I testimoni della Nord-Ovest del Civetta.

Storie e aneddoti a confronto sullo sfondo della Guida

“Civetta Nord Ovest” di Alessandro Baù e Luca Vallata

Proiezione del documentario “100 Solleder-Lettenbauer“

con il commento del regista Emanuele Confortin 2025

Dalla base della parete inizierò scalando anche io il primo tiro come nella realtà affrontato alla mattina.

Il soccorso lungo la parete NW così grandiosa è sempre stato difficoltoso per la lunghezza, per la difficoltà nel trovare il giusto accesso per le calate e non ultimo l’esposizione geografica certamente non tra le migliori.

Questo solo per elencare alcune problematiche che sono state evidenziate da un folto gruppo di membri del soccorso alpino delle stazioni di Agordo, Rocca Pietore, Alleghe e Belluno.

Siamo sulla cima il parterre dei collaboratori al film

Sul palco si sono avvicendati i protagonisti del passato e del presente e vorrei nominarli in ordine sparso: Alessandro Rudatis (“Mela”), Dimitri De Gol, Giorgio Farenzena, Eugenio Bien, Alberto Lagunaz, Valter Bellenzier, Diego Favero, Lucio De Toni.

Svariati aneddoti si sono alternati sui soccorsi a partire dal racconto del primo intervento che risale al 1930, e che fu ultimato dopo 3 giorni, fino ad arrivare ai giorni nostri.

Di grande interesse le immagini proiettate che mostravano l’argano utilizzato per calate e recuperi studiato da Mariner che era un'ideatore di attrezzature e apparecchiature che aveva avuto modo di sperimentare nel corso della guerra. Il più importante di questi attrezzi era senza dubbio lo Stahlseilgeraet: una corda di acciaio, azionata da un verricello, che permetteva di calare e recuperare un soccorritore in poco tempo specialmente sulle pareti a picco. A questo si aggiungevano altri due attrezzi di particolare importanza: la mitica barella Rometsch-Mariner (usata da tutti i vecchi soccorritori) e il sacco portaferiti Gramminger, semplice attrezzo in cuoio con il quale il soccorritore era in grado di trasportare il ferito a spalle (n.d.r.).

Un interessante ed educativo filmato sviluppato da Lucio De Toni ha poi illustrato una simulazione di soccorso sulla parete della Torre Trieste con tecniche e pregevoli manovre di corda.

Come sottolineato da tutti membri del soccorso presenti sul palco l’utilizzo degli elicotteri ha facilitato e velocizzato le operazioni di soccorso ma è oltremodo fondamentale l’addestramento e l’aggiornamento continuo del personale che deve essere preparato alle condizioni peggiori poiché come tutti sappiamo, in caso di condizioni meteo avverse, non sempre è possibile utilizzare questo mezzo.

Soratri Casagrande Baù VallataAlcuni dei protagonisti della manifestazione: Soratroi, Casagrande, Baù, VallataAlberto Lagunaz ha raccontato di un intervento effettuato nel 1969 sulla Su Alto per un alpinista russo definendolo simpaticamente con un “niente di particolare”!

Il primo intervento sul Monte Civetta con l’aiuto dell’elicottero è del 1974.

Il soccorso più difficile pare sia stato nel 1970 sul Philipp-Flamm per il recupero di 4 alpinisti bloccati.

Un ruolo fondamentale è quello dei custodi dei rifugi in particolare il Valter Bellenzier gestore del Tissi che molto spesso è ed è stato “lo sguardo” dei soccorritori dando preziose indicazioni sul posizionamento degli alpinisti bloccati e/o feriti.

Il moderatore Gianpaolo Soratroi ha poi chiesto ai convenuti in sala se qualcuno fosse stato soccorso sul versante NW.

Ha fatto un intervento il sempre presente Mariano Frizzera narrando che in seguito ad un infortunio sulla Su Alto è riuscito autonomamente ad arrivare alla base della parete per poi arrivare al rifugio Tissi ed usufruire solo in quel momento dell’intervento finale dei soccorritori.

Anche Alessandro Baù con grande umiltà e onestà ha narrato del tentativo di una sfortunata solitaria su Capitan skyook: bloccato in parete da condizioni meteo avverse e a rischio di ipotermia, ha dovuto richiedere e attendere i soccorsi.

Soratroi Casagrande e MartiniSoratroi, Casagrande e MartiniCosì siamo giunti in sosta in attesa di partire, nel pomeriggio per il secondo tiro questa volta con due capicordata con funzioni da moderatore e cioè il giornalista Giuseppe Casagrande e il sempre brillante Giampaolo Soratroi.

Alla loro corda Alessandro Baù e Luca Vallata autori della recente guida “Civetta nord-ovest” edita da Idea montagna.

Le dita e gli avambracci in sala hanno cominciato a scaldarsi al cospetto del momento storico letterario che ha fatto da preludio al tanto atteso docu-film del regista Emanuele Confortin di recente investito del titolo di accademico del C.A.I..

Ma ritorniamo a Baù e Vallata che nel lavoro di stesura della guida si sono per così dire “spartiti” il lavoro, è un eufemismo ovviamente, in quanto Luca si è interessato maggiormente alla parte storica da grande appassionato di storia dell’alpinismo, mentre Alessandro si è dedicato maggiormente alla parte tecnica.

Non me ne vogliano gli autori per questa distinzione così spicciola ma credo efficace per onorare un lavoro di editoria tra i più belli degli ultimi anni.

La storia delle vie della Nord-Ovest del Civetta e maggiormente nello specifico della Lettembauer-Solleder e delle sue ripetizioni solitarie, invernali e di velocità è entrata di prepotenza tra i presenti in sala.

Vari invitati sono intervenuti narrando le loro esperienze sulla nord-ovest da Bonafede e Menegus a Giovanni Rusconi, Tessari, Fabbrica e Crimella passando con un suo omaggio a Marco Anghileri.

Martini, Frizzera, Dell’Agnola e Alcide Prati hanno poi calcato la sommità del palco narrando aneddoti molto vivaci.

Poi tutti a scuola di arrampicata con la “via degli studenti” con la presenza di tre dei suoi apritori Prinoth, De Jori e Travaglia.

Poi di nuovo tra la neve e il ghiaccio con i giovani Dellai, Bertoldo e Toldo che con in tre giorni hanno concluso un'altra invernale alla Solleder-Lettembauer.

E che dire di Renato Panciera e della salita del Philipp-Flamm in giornata il 27 Dicembre 1988?

Così siamo arrivati alla seconda sosta con lo zaino carico di emozioni e con un poco di tempo a disposizione per scambiare due chiacchiere in una sala gremita di uomini e parole di montagna.

Ormai dobbiamo partire per il terzo tiro di corda in vista della vetta.

Gianpaolo Soratroi si lega questa volta con Emanuele Confortin regista del film che racconta i primi cento anni della Solleder-Lettembauer, film molto atteso e prodotto con Alessandro Baù ed Alessandro Beber con la sponsorizzazione del Club Alpino Italiano.

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Per un saluto scala il palco anche il presidente del C.A.I. Antonio Montani.

Scopo del progetto era ripercorrere la celebre ascensione inserendola nel contesto della parete Nord-ovest del Civetta, su cui sono state scritte alcune delle pagine più entusiasmanti dell’alpinismo dolomitico.

Si tratta di un exploit senza precedenti che si sviluppa su una parete di oltre 1100 metri che comportò il superamento di difficoltà tecniche elevate in un ambiente che oserei dire repulsivo ma ricco di fascino.

Il tutto fu risolto in giornata, con una "corsa" dall’attacco alla cima senza ricorrere al bivacco, soluzione inevitabile per molti ripetitori del tracciato.

Un film bello e intenso realizzato con approfondite ricerche storiche e contributi di molti protagonisti della storia della via, compreso un anziano Sorgato con il quale Confortin è stato una intera giornata per realizzare l’intervista..

Il tutto assemblato con la salita filmata della via effettuata, come ha detto Alessandro Beber "cercando di essere il più lenti possibile", per riuscire a documentare al meglio la via e ad assaporarne i tratti salienti.

Un film e documentario da non perdere.

Ecco ora siamo di fronte al primo difficile passaggio fatto di tanti sassolini messi insieme da non so quale misterioso miracolo, prima di entrare verso un ignoto che poi diventerà la vetta anche del nostro percorso di festeggiamento dei suoi cento anni; di quei cento anni della Solleder-Lettembauer, e per non fare torti Lettembauer-Solleder, Alleghe e Caprile hanno consolidato e validato la leggenda.

Nota personale: era il 5 Agosto 1994 e in una giornata perfetta con te, caro Beppe, salimmo la Solleder-Lettembauer.

Sabato alle celebrazioni c’era una parte di te: tuo figlio. Penso però ci fossi anche tu perché quando ho visto nel filmato quel muro di sassolini del primo tiro….come dimenticare! Ciao Beppe.

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Con il sindaco De ToniF. Leardi con il sindaco De Toni

 

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Venerdì, 03 Ottobre 2025 20:44

Un progetto nato con l’intento di preservare il carattere autentico e avventuroso dell’alpinismo dolomitico, proteggendo un patrimonio fatto non solo di roccia e chiodi, ma anche di memoria, etica e cultura.

DOLOMIA - 28 SETTEMBRE 2025 A SAN MARTINO DI CASTROZZA

di Francesco Leardi C.A.A.I. Gruppo Orientale

Immagine WhatsApp 2025 09 28 ore 22.45.44 59983a53In occasione di una visita al rifugio Rosetta il gestore Mariano Lott mi espresse l’invito di partecipare all’appuntamento di “Dolomia” quest’anno organizzato dalle Guide Alpine Aquile di San Martino.

Ovviamente non potevo rifiutare ma soprattutto non dovevo per il tema assai interessante e potrei dire un poco provocatorio nei confronti del mondo alpinistico attuale e cioè proporre delle linee guida per la tutela, la manutenzione e lo sviluppo responsabile delle vie alpinistiche dolomitiche. Un progetto nato con l’intento di preservare il carattere autentico e avventuroso dell’alpinismo dolomitico, proteggendo un patrimonio fatto non solo di roccia e chiodi, ma anche di memoria, etica e cultura.

“Questo documento – spiega il presidente delle Guide Alpine Aquile di San Martino Mariano Lott, organizzatore dell’edizione di quest’anno - scritto e condiviso da alpinisti dolomitici, anche di fama internazionale, vuole lasciare un’impronta significativa a tutti coloro che frequentano le nostre pareti. Si tratta infatti di un argomento che interessa l’intero ambiente alpinistico e che, per la prima volta, viene affrontato pubblicamente in modo così diretto. Con questo lavoro intendiamo fare un primo passo verso una linea guida condivisa, che possa diventare patrimonio comune e riferimento per il futuro”.

Coordinatore del progetto la guida alpina Renzo Corona coadiuvato dalla segretaria di Dolomia Stefania Nicolich: assieme hanno raccolto le opinioni dei vari gruppi aderenti al progetto e stilato il comunicato gentilmente fornitomi e che allego.

 

Immagine WhatsApp 2025 09 28 ore 22.45.44 ceb81f9dI GRUPPI

Gruppo Scoiattoli di Cortina d’Ampezzo, i Caprioli di San Vito di Cadore, i Ragni di Pieve di Cadore, i Rondi del Comelico, le Tupaie da Laste, i Catores della Val Gardena, le Aquile di San Martino di Castrozza, i Ciamorces della Val di Fassa, i Croderes della Val Badia e gli Sfulmen di Molveno. Tutte queste realtà, pur con storie e sensibilità diverse, condividono una visione comune: l’alpinismo come forma di conoscenza profonda dell’ambiente montano, dove la sicurezza non è mai assoluta, ma si costruisce con la preparazione, la consapevolezza e il rispetto.

 

 

 

 

 

 

 

Immagine WhatsApp 2025 09 28 ore 22.45.44 eaa1b25dLe Vie Alpinistiche:

le linee guida dei gruppi alpinistici delle Dolomiti

Dal 2006, Dolomia rappresenta l’unione dei gruppi alpinistici delle Dolomiti. Ogni anno

riunisce in unico luogo gli alpinisti che non solo scalano, ma vivono quotidianamente queste

montagne, con l’obbiettivo di creare un momento di incontro per condividere idee e creare

insieme il futuro della montagna. Dolomia è uno spazio, in cui si trasmettono i valori

dell’alpinismo e si promuove una cultura della montagna, conciliando i legami tra chi la

frequenta ogni giorno e chi vi si avvicina con rispetto e curiosità.

Le Dolomiti custodiscono un enorme patrimonio alpinistico di grande valore, che i gruppi

alpinistici si impegnano a proteggere, preservare, far conoscere e tramandare. Con questo

spirito sono state sviluppate le presenti linee guida, volte a condividere tali valori e a

salvaguardare al meglio le vie alpinistiche delle Dolomiti, sopratutto quelle più frequentate.

I punti che seguono costituiscono indicazioni operative, non siamo in un ambiente

standardizzato, né possiamo o dobbiamo trasformare le Dolomiti in un parco giochi. Gli unici

riferimenti fermi sono il rispetto dell’etica di chi ha aperto la via e il mantenimento del

carattere tipicamente avventuroso delle Dolomiti.

Si auspica che tutte le persone che praticano l’alpinismo sulle Dolomiti siano consapevoli

della propria responsabilità e adottino le necessarie precauzioni per muoversi in sicurezza.

La sicurezza assoluta in natura non esiste, perciò l’alpinista deve possedere una profonda

conoscenza dell’ambiente e delle proprie abilità, esercitando una costante responsabilità

personale.

I punti fondamentali delle linee guida 

  1. Le vie alpinistiche
    Le vie alpinistiche, che eventualmente hanno bisogno di manutenzione, per priorità sono le vie più ripetute e più rinomate, includendo quelle aperte cento anni fa, fino a quelle più recenti e di tutti gradi di difficoltà. Non viene esclusa la volontà di eseguire manutenzione sulle vie, che abitualmente, non vedono molte ripetizioni.

    2. Competenza dei gruppi alpinistici
    Ogni gruppo alpinistico e le guide alpine locali sono il punto di riferimento per la manutenzione e le eventuali modifiche delle vie nel proprio territorio, comprese quelle aperte da altri gruppi, senza alterare l'essenza dell'itinerario originale. Ogni gruppo si riserva la volontà di contattare la persona o il gruppo di appartenenza di chi ha aperto la via.
     
    3. Rispetto della tradizione e dell’etica della via
    È fondamentale rispettare l’idea originale dell’apertura e la modalità di chiodatura usata per tutte le vie che vengono individuate necessarie di interventi.
     
    4. Modalità di intervento
    È fondamentale preservare il carattere delle vie classiche continuando a usare chiodi e protezioni tradizionali laddove possibile. La tradizione del chiodo è importante per preservare la storia e lo spirito alpinistico. È consigliabile sostituire vecchi chiodi arrugginiti con nuovi, cambiare i cordini marci, evitando la creazione di clessidre o prese artificiali. Per le soste che eventualmente hanno necessità di essere integrate, si tiene conto delle caratteristiche naturali della via. Dove esistono protezioni naturali, si cerca di integrarle evitando l'uso di fix o spit, a meno che la confermazione della roccia lo renda necessario.
     
    5. Adattamento all’etica del luogo nelle nuove vie
    È auspicabile che le nuove vie seguano una logica coerente sulla parete, rispettando tutte le vie aperte sulla stessa. È responsabilità degli alpinisti attenersi all’etica locale e nel rispettare le tradizioni di arrampicata del luogo. Prima di aprire una nuova via, si raccomanda di informarsi accuratamente sulla parete, poiché molte vie nelle Dolomiti non sono inserite nelle guide, sono poco conosciute, e spesso, poco attrezzate. L’obiettivo è evitare sovrapposizioni indesiderate.
     
    6. Coinvolgimento dei gruppi alpinistici
    Qualsiasi modifica o intervento su una via, è auspicabile che venga preventivamente discusso con le guide e/o i gruppi alpinistici locali, per concordare la soluzione più adeguata e condivisa. Dopo numerose discussioni e confronti gli alpinisti hanno ritenuto fondamentale elaborare delle linee guida che indichino come intervenire nel rispetto della montagna e della sua storia.

 

 Soppelsa Corona e Stefania Nicolich

Immagine WhatsApp 2025 09 03 ore 13.34.52 2a764a86Sul palco gestito da Teddy Soppelsa si sono succeduti nella fase iniziale con vari interventi oltre a Mariano Lott, organizzatore dell’evento, l’assessore allo sport Iuri Gadenz e il direttore dell’azienda di promozione turistica Manuel Corso.

Quindi dopo una introduzione di Renzo Corona sono stati chiamati ad esprimere le loro opinioni i delegati dei vari gruppi con interventi assai interessanti.

Nicolini ha espresso il parere che gli apritori devono darsi delle regolate sull’utilizzo degli spit in apertura, mentre dai Catores è emersa la presa di coscienza, peraltro già espressa il giorno prima alle celebrazioni dei 100 anni della Solleder-Lettembauer, di non intersecare vie già esistenti aprendo nuovi itinerari,

Walter Levis ha segnalato la mancanza di cultura sulla chiodatura da parte delle nuove generazioni.

Quindi, evidenziato da Dell’Antone, la sicurezza passa anche e soprattutto dalla formazione e dalla capacità di utilizzo del martello e dei chiodi tradizionali, oltre ovviamente a friends e nuts.

Un convegno molto interessante nel quale mi era stato richiesto di fare a braccio un intervento che ho declinato in quanto come Accademico non ritenevo giusto dare un’opinione in rappresentanza del mio gruppo mancando una relazione.

Avrei potuto dare un’opinione personale sulle linee guida che comunque ritengo siano un ottimo spunto di riflessione personale con alcune mie perplessità riguardanti la tendenza, per così dire anarcoide, degli alpinisti avvezzi a regole e l’altra, e spesso mi sono posto il problema come apritore, sul mantenimento delle vie e le volontà dei primi salitori di concederne la manutenzione.

E se, come nella maggioranza dei casi i primi salitori non sono più in vita?

Un punto da approfondire secondo la mia opinione sarebbe anche la sistemazione delle calate in doppia e se sia lecito e auspicabile a questo punto renderle più sicure.

 

Ringrazio per la stesura di questo scritto vari interventi che ho raccolto in rete e che mi hanno permesso di non ripetere cose già scritte ma solamente di consolidare i vari comunicati.

Grazie a Stefania Nicolich per avermi passato il comunicato stampa.

Ringrazio ovviamente Mariano Lott e Renzo Corona e tutti i partecipanti al convegno per avermi dato la possibilità di partecipare a questo evento.

Ho realmente respirato aria di montagna.

 

 

 

Lunedì, 29 Settembre 2025 21:12

 

“In alta quota, i bivacchi sono la quintessenza dell’abitare estremo in condizioni minime”.

Luca Gibello, giornalista, storico e critico di architettura contemporanea, analizza la genesi e l’evoluzione del fenomeno “Bivacchi” nel centesimo anniversario della posa del primo ricovero d’alta quota pensato espressamente a servizio degli alpinisti, in un volume dal titolo “I bivacchi delle Alpi”, CAI Edizioni, disponibile in libreria dal 1 ottobre 2025.

Presentazione ufficiale il giorno 4 novembre 2025 presso il Museo Nazionale della Montagna di Torino.

Segnaliamo volentieri questa iniziativa che ci coinvolge come Accademico in quanto i bivacchi fanno parte della nostra storia.

                               Bivacco Hess - Il manufatto originario collocato dal CAAI nell'agosto 1925 Bivacchi: buon compleanno centenario!

per gentile concessione del sito: https://www.cantieridaltaquota.eu 

Nell’estate del 1925 venivano collocati in Valle d’Aosta i primi tre esemplari di tutta la catena alpina. Che ne è, oggi, di quell’invenzione assoluta?

di Luca Gibello – ottimizzazione e grafica A. Rampini

I BIVACCHI IERI

Nell’estate di 100 anni fa, sul versante italiano del Monte Bianco, il 27 e 30 agosto 1925 s’inauguravano i primi due bivacchi fissi di tutta la catena alpina: presso il Col d’Estellette (2958 m), in Val Veny (Bivacco Adolfo Hess, ndr), e, dalla parte opposta rispetto a Courmayeur, presso il Fréboudze (2500 m) (Bivacco del Fréboudze, ndr), in Val Ferret. Poche settimane dopo, il terzo esemplare è installato in Valpelline, presso la Tête de Roèse alle Grandes Murailles (3216 m) (Bivacco Tete de Roese, ndr).

Si trattò di un’invenzione assoluta, oseremmo dire rivoluzionaria, scaturita da un manipolo di accademici torinesi del CAI. Fin’allora, nulla d’analogo si era visto sulle Alpi. Infatti, non esistevano modelli a cui Lorenzo e Mario Borelli, Francesco Ravelli, Adolfo Hess (cui sarà poi dedicato quello dell’Estellette) e Umberto Novarese potessero ispirarsi, se non certi baraccamenti prefabbricati, utilizzati in quota durante la Prima guerra mondiale.

 

Bivacco HESSIl bivacco Hess dopo i lavori di manutenzione straordinaria del 2018 Museo Alpino Duca degli Abruzzi Courmayeur Ph Elena TartaglioneLa struttura originaria del bivacco del Fréboudze, collocata dal CAAI nel 1925 a 2500 m di quota in Val Ferret. Con la costruzione del bivacco Gervasutti, poco più alto di quota, il vecchio bivacco venne smantellato ed è ora esposto al Museo Alpino Duca degli Abruzzi a Courmayeur- Ph Elena Tartaglione

 

Bivacco Tete de RoesesBivacco Tete de Roeses

BIVACC3Bivacco CRAVERI alla Breche Nord des Dames Anglaises. Venne posizionato dal CAAI nel 1933 e restaurato nel 2020

 

I rifugi, che all’epoca già vantavano un pedigree ultracinquantenario, provengono da tutt’altra storia. Nulla a che vedere, dunque, con queste minuscole semibotti in legno e lamiera, prodotte in serie nell’officina torinese dei fratelli Ravelli [nell’immagine di copertina, lo schema originario], trasportate a pezzi per someggio o a spalla e montate in loco da 2/3 persone in un paio di giorni. Oggi, anche grazie a scrupolosi restauri condotti dal CAAI tra 2016 e 2020, ben quattro dei primi otto bivacchi piazzati sono ancora in uso (Hess, Balestreri, Brenva, Craveri), mentre quello del Fréboudze si può ammirare al Museo Duca degli Abruzzi di Courmayeur.

L’evoluzione del «tipo Ravelli» (che vedrà, fino agli anni Cinquanta, la realizzazione di quasi trenta esemplari) si deve all’ingegnere cortinese Giulio Apollonio (1896-1981), che a cavallo della Seconda guerra mondiale brevetta una versione più grande e confortevole: il celebre parallelepipedo rettangolare sormontato da una curvatura schiacciata, capace di ospitare fino a 9 posti. Un capolavoro di ottimizzazione spaziale, poi perfezionato a livello costruttivo dal pluridecennale impegno della Fondazione Antonio Berti, costituita nel 1959 dalle Sezioni Trivenete del CAI. Ad essa si deve la diffusione a macchia d’olio della nota scatoletta rossa su tutto il settore alpino: oltre un centinaio di esemplari piazzati fino agli anni Novanta.

Ben poche realizzazioni se ne scostano, eccezione fatta per alcune strutture tra anni Sessanta e Settanta che interessano finalmente anche il versante settentrionale delle Alpi (Svizzera e Austria; la Francia si è invece sempre defilata). Complice la fascinazione per la coeva corsa allo spazio, le forme e i materiali paiono provenire direttamente da una missione stellare: capsule tecnologiche con oblò, scocche metalliche o in fibre di sintesi, poggiate su zampette, con scalette pronte per l’allunaggio. D’altronde, a che cosa rimanda simbolicamente il bivacco, se non a una cellula minima di sopravvivenza, una sorta di navicella spaziale, chiamata a «colonizzare» i territori remoti dell’alta quota, che sul nostro globo terracqueo sono tra quelli che più direttamente nutrono l’immaginario di mondi alieni?

 

 

 

          Il bivacco Hess al Col d’Estellette (2958 m), in Val Veny - Il manufatto originario collocato dal CAAI nell'agosto 1925

ILBIVA2Il bivacco Hess dopo i lavori di manutenzione straordinaria del 2018 - Ph Marco Albino Ferrari

ILBIVA3Il Bivacco Balestreri, posizionato dal CAAI nel 1927 alle Grandes Murailles - Ph Alexis Martinet

I BIVACCHI OGGI

Da fine Novecento, a partire dal Nord-Est, l’approccio muta. Accanto alla fruizione alpinistica si delineano utilizzi più «dolci» che vedono nel bivacco anche un minuscolo presidio di controllo territoriale diffuso, magari soprattutto a servizio di escursionisti impegnati su itinerari secondari, laddove non si giustifica la presenza d’un rifugio. A tal scopo vengono talvolta recuperati e adibiti a ricovero incustodito capanni rurali, casere, ex strutture militari di modeste dimensioni. Solitamente, i fabbricati costruiti ex novo in muratura o legname non presentano rilevanza architettonica.

Sono invece le strutture prefabbricate quelle che continuano a suscitare un’immagine di contemporaneità, incarnando lo spirito di ricerca e innovazione. Si pensi alle opere slovene firmate dall’architetto Miha Kajzelj, o dallo studio Ofis Architettura. Per non dire, nel 2011, del dirompente caso del Bivacco Gervasutti alle Grandes Jorasses (2835 m), che «buca lo schermo» ben oltre la cerchia degli addetti ai lavori e degli appassionati, scatenando un’infinita diatriba tra progressisti e reazionari. Ma, a fronte di chi lo accusa di essere un «pugno nell’occhio», occorre ricordare che la trilogia Ravelli – Apollonio – Berti rispondeva alla medesima logica di totale astrazione rispetto ai dati del contesto naturale.

                               Il Bivacco della Brenva posizionato dal CAAI nel 1929 e restaurato nel 2016

Da allora, è scoppiata la bivaccomania. Impossibile dar conto della galassia di realizzazioni recenti spuntate, spesso a sproposito, in ogni angolo delle Alpi. Quasi tutte puntano all’originalità della soluzione, secondo una discutibile interpretazione del concetto di site specific (il contesto specifico dev’essere l’alta quota e i suoi vincoli, non tanto il singolo sito di posa). Il tema del bivacco è diventato cool, trendy, smart. I media generalisti ne parlano (spesso, ancora una volta, a sproposito). I bivacchi spopolano sui social per la loro fotogenicità, soprattutto tra i giovani. Se ne occupano, entusiasti, anche studenti e tesisti di architettura che prima manco ne conoscevano l’esistenza. Alcuni interventi ex novo (bivacchi don Corini, fratelli Fanton e Fiamme Gialle) sono stati l’esito di concorsi di progettazione internazionale che hanno richiamato centinaia di partecipanti. Molti continuano ad essere eretti per ricordare i caduti. Eppure, se è sacrosanto il culto della memoria, non si può pensare di punteggiare l’alta quota di costruzioni ex novo dalla dubbia utilità, tanto più oggi che l’alpinismo di punta viaggia in velocità e leggerezza, spesso snobbando i bivacchi fissi.

Così, questi ultimi vedono sempre più mutare l’utenza, con un vertiginoso aumento di coloro che li eleggono a location alternative per lo svago a poco (o nullo) prezzo: comitive festaiole, inconsapevoli del contesto in cui si trovano e delle regole d’uso cui attenersi. Risultato: incuria, disordine e cumuli di rifiuti, fino ai vandalismi veri e propri (che, beninteso, sono sempre esistiti anche in quota, ahinoi). Qui, giusto un paio di rimandi ai casi più recenti:

https://primabergamo.it/attualita/bivacco-sulla-presolana-usato-per-feste-e-accampamenti-atteggiamento-incivile-e-pericoloso/

https://www.montagna.tv/260243/vandalizzato-il-bivacco-davide-salvadori/.

Urge, in sinergia tra enti territoriali e CAI, un’attenta pianificazione, a valle di una sistematica mappatura, in modo da prevenire ulteriori collocazioni sconsiderate e casuali, frutto di circostanze estemporanee e non di reali necessità.

Rispetto a questo quadro, tra qualche luce e molte ombre, vale la pena sottolineare lo sforzo della Struttura Operativa Rifugi e Opere Alpine (SOROA) del CAI Centrale nel mettere a punto, proprio in vista del centenario dell’installazione del primo esemplare, un «bivacco tipo», quale evoluzione di quelli gloriosi quanto datati, da fornire come referenza alle Sezioni impegnate in operazioni di sostituzione. Se l’iniziativa intende porre un freno virtuoso alla «diaspora» delle varie progettualità sopra accennate, lavorando in direzione di una soluzione replicabile (come ultimamente hanno tentato di fare solo il Gervasutti e, in misura minore, i bivacchi Fiamme Gialle e quelli delle Aree Protette dell’Ossola), dall’altro si lamenta che la sua portata si sia limitata alla presentazione di un prototipo in occasione del 101° Congresso nazionale CAI del novembre 2023 a Roma, senza dar seguito ad azioni concrete. Inoltre, se di tale prototipo è apprezzabile la rilettura dei modelli storici, gli esiti formali non paiono dei più felici. Un confronto allargato, coinvolgendo proprio alcune delle migliori progettualità e competenze accumulate in questi anni, avrebbe forse giovato.

 

 

 

 

Mercoledì, 24 Settembre 2025 00:36

Gli Accademici lombardi a Nembro, per raccontare il loro angolo di osservazione speciale all’interno dell’alpinismo italiano

Il Club Alpino Accademico Italiano è una miniera di storie, aneddoti, racconti che provengono da quel grande patrimonio costituito dai suoi soci, scalatori che hanno contribuito e stanno ancora contribuendo a scrivere pagine fondamentali dell’alpinismo italiano e non solo.

Il 1° ottobre a Nembro, alcuni di loro, tutti membri del Gruppo Centrale, saranno sul palco del Teatro Modernissimo di Via della Libertà, a Nembro (BG), a partire dalle 20,45, per raccontare di sé e del periodo che meglio ha caratterizzato la loro attività. L’appuntamento, organizzato dal CAAI Gruppo Centrale e dalla Commissione Cultura del CAI Bergamo, con ingresso libero e aperto a tutti, vuole essere un incontro leggero e informale, un po’ come se, stando seduti in platea, si potessero veder scorrere le immagini di amici di vecchia data che si raccontano e che, nel frattempo, delineano la storia dell’alpinismo italiano, sia pure da un angolatura soggettiva.

A4ILCL1Sarà anche un’occasione, per chi non conosce il CAAI, di capire quale sia la sua storia, la sua spinta e le sue motivazioni, sia passate che presenti.

Spesso si sente chiedere: “Ma cos’è il Club Alpino Accademico Italiano?”. Le risposte spesso sono variegate, colorate, divertenti, a volte anche critiche.

Per sapere cosa sia il CAAI basta guardare la pagina web istituzionale (www.clubalpinoaccademico.it) ed è presto chiaro. Tuttavia, più difficile, ma più interessante, è capire chi siano i membri del CAAI, quali le storie che stanno alle loro spalle, quali le emozioni che li hanno accompagnati nelle loro salite, quali i tanti successi alpinistici, quali le tante sconfitte, quale l’impegno che ognuno di loro ha messo nella scalata propriamente detta, ma anche nella trasmissione di una passione che non porta notorietà, che trascende il guadagno e richiede impegno, sforzo, sacrifici.

E in nome di cosa? Di una passione che ritiene le montagne un luogo di avventura reale e di sperimentazione di sé, un luogo di ricerca anche interiore, un luogo in cui misurarsi il più possibile con onestà di intenti.

Scalatori non professionisti, innanzitutto, ma spesso anche istruttori, trascinatori, promotori, alpinisti determinati, talvolta introversi certo, che hanno scelto di aderire a un gruppo dove i valori della scalata sono ancora forti, dove la difficoltà va di pari passo con l’ingaggio legato all’ambiente, dove la conservazione del contesto naturale è un elemento imprescindibile.

La serata del 1° ottobre vuole essere un piccolo viaggio nel tempo, dai racconti di Tino Albani, testimone del grande alpinismo negli anni del Primo Dopoguerra, alla straordinaria vita di Luigino Airoldi, ( 42 spedizioni tutte coronate da una prima salita!), passando per Giacomo Stefani, con le sue salite di forte impegno compiute già da giovanissimo, quindi Ennio Spiranelli, bergamasco doc, molto stimato e conosciuto, per arrivare alla storia più recente con Matteo “Giga” De Zaiacomo, meravigliosa espressione dell’alpinismo moderno e dell’impegno nei Ragni, fino a giungere al giovane talento Dario Eynard.

 

L’incontro avrà inizio con un intervento di Alessandro Gogna e sarà moderato da Claudio Inselvini, presidente del CAAI Gruppo Centrale, che proverà a dare visione anche di come si stia evolvendo il CAAI e quali obiettivi possa porsi ai giorni nostri.

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