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Club Alpino Accademico Italiano

LA CRESTA INTEGRALE DI PEUTEREY

Mercoledì, 06 Gennaio 2021 18:30

UNA SALITA INTEGRALE

Racconto per rivivere ricordi indimenticabili o per sognare un'avventura straordinaria per la prossima estate

Luca Enrico (C.A.A.I. Gruppo Occidentale) ci racconta la salita della Cresta integrale di Peuterey alla vetta del Monte Bianco. 

Salita effettuata nell'agosto 2013 in cordata con Matteo Enrico e Luca Brunati

"L'ASCENSIONE AL MONTE BIANCO PER LA CRESTA DEL PEUTEREY È UNO DEGLI ITINERARI PIÙ GRANDIOSI DELLE ALPI, IL SOGNO DI MOLTI ALPINISTI."
(ANDRÉ ROCH,  GRANDI IMPRESE SUL MONTE BIANCO)

Piove, una pioggia fine e insistente, quasi già autunnale. La nebbia si sfilaccia sulle punte dei pini e su quelle delle montagne. Con la testa appoggiata al finestrino dell’autobus vedo correre vie i paesi, l’asfalto è lucido, quasi mi assopisco e vedo allora scorrere nella mia testa questi giorni incredibili appena vissuti, trascorsi. Mi sembra un po’ strano essere qui, seduto su questo sedile, lo zaino accanto a me emana l’odore della montagna. L’autobus ci scarica a Chamonix, dobbiamo attendere la coincidenza per l’Italia, ci infiliamo nel primo locale che ci sembra dare qualche possibilità di ristoro. Siamo in cinque. Oltre a me e mio fratello Matteo c’è l’amico di sempre Luca Brunati e poi i due ragazzi con cui abbiamo condiviso per caso tutta la lunga salita e la discesa. La cucina è già chiusa, chiediamo delle patatine con formaggio e ci portano, invece di uno sperato e bel pezzo di toma, un misero piatto di patatine fritte con sopra del formaggio fuso.

Chissà i due simpatici e gentili rumeni, che non hanno esitato a farci passare, dove saranno. Ci auguriamo che abbiano desistito come molti altri, trovarsi lassù ora non glielo auguriamo proprio, il tempo è terribile, una fredda bufera ha preso il posto dei giorni assolati precedenti. Già quando siamo usciti noi, oltre la cornice sommitale, un vento teso e polare ci ha investiti, foriero della perturbazione.

                               Una grande scala verso la vetta del Monte Bianco Foto Silvia Mazzani

 

Foto integrale per topo 2L'Integrale di Peuterey Foto Alberto Rampini

Quattro giorni prima. Siamo in Val Veny. E’ sempre bella questa valle e poi è l’atmosfera che si respira arrivando qui, quella che precede le salite, il rito dello zaino, l’ultima verifica all’attrezzatura. A sto giro dobbiamo proprio stare attenti a non aver dimenticato nulla. Ricontrolliamo anche le scorte di cibo, non sono molte eppure come sempre ci sembrano esagerate perché occupano prezioso spazio nello zaino. E’ tutto a posto. Chiudo l’auto e l’avventura inizia. La salita al Bivacco Borelli 2.325 m non è molto lunga ed è pure divertente grazie alla ferrata, ma bisogna stare attenti. Come un deja vu ritorno indietro di 12 anni. Eravamo qui per la Sud della Noire, solo quella ma all’epoca fu il degno coronamento di una grande stagione. Il nostro amico Marco risaliva slegato e senza casco quelle ripide scalette, un sasso lo colpì e cadde sulla terrazza sottostante, per fortuna senza gravi conseguenze. Oggi invece va tutto bene. Usciti dalla ferrata superiamo altri alpinisti, allora inizia il gioco di indovinarne la destinazione. A differenza di 12 anni fa il piccolo rifugio è pieno, è facile intuire che tutti andranno sulla Sud della Noire. Ma quanti proseguiranno per l’Integrale di Peuterey fino in vetta al Bianco? Ci sono i due ragazzi italiani che superiamo proprio all’uscita della ferrata. Poi c’è la guida svizzera con il cliente, trasuda nervosismo e guarda di sottecchi i “concorrenti” e poi ci sono i due tedeschi, uno dei due è un teutonico marcantonio con i capelli lunghi e l’abbigliamento un po’ demodè, però ispira simpatia, sembra calmo e rilassato. Poco alla volta si delineano le cordate dirette all’Integrale, sono in tutto sei, compresa la nostra.

La serata scorre via piacevolmente e presto arriva la sveglia. Io vorrei sempre partire alle ore più antelucane ma questa volta mi lascio convincere a posticipare. Siamo rimasti solo più noi tre a fare colazione. Sorseggiamo il tè con ostentata calma sbirciando dalla finestra la lunga fila di frontali già alte sulla morena. Il sottile dubbio di essercela presa con troppa calma mi sorge ma mi ricredo appena vedo accalcarsi tutti quei lumicini alla base del primo tiro della Sud. Sembrano lucciole impazzite, aggrovigliatesi in maniera inestricabile. Quando sbuchiamo dall’ultima morena gli ultimi sono ancora lì affaccendati a salire il primo tiro. Comincia a far chiaro. Attacchiamo anche noi, sono passati tanti anni ma ricordiamo vagamente i passaggi.

          Verso il Pilier d'Angle Foto Luca Enrico Adottiamo fin da subito la nostra tecnica di progressione “veloce”, assolutamente deprecabile dal punto di vista della sicurezza ma molto efficace. Richiede solo una cieca fiducia nei soci, per il resto permette di accorciare i tempi di permanenza alle soste: tiri lunghi da 80m, avanti fin che il materiale c’è. E nei pezzi più facili i secondi partono con le corde in mano. Non sembra vero eppure piano piano cominciamo a risalire il serpentone umano. Come sempre c’è chi ti lascia passare, come i due già citati rumeni, altri borbottano un po’, ma fa poi lo stesso, a sto giro decidiamo di derogare un po’ dal fair play, stasera dobbiamo essere dall’altra parte della Noire. Superiamo anche i due italiani e il crucco capelluto che sale costante ma con estrema decisione. Sono in testa io e sbuco su una delle tante torri della Sud. Alla mia sinistra lo svizzerotto sta recuperando il cliente. Si gira verso di me indispettito fulminandomi con uno sguardo degno di “Mezzogiorno di fuoco”. Il duello è ormai inevitabile. Lui riparte e sosta in mezzo al muro seguente, io recupero gli altri due e parto per il mio tiro da 80. Passo dietro al cliente che impreca in un misto tedesco-francese contro les italiens. Poi arrivo dalla guida che questa volta sbotta di brutto. Non me lo faccio ripetere due volte e gli passo sopra mandandolo a quel paese in uno stentato francese. Il successivo fare conciliante non fa sbollire le ire del povero elvetico che ancora ci impreca dietro, ma ormai siamo oltre e poco per volta lo distanziamo.

          La vetta della Noire Foto Luca Enrico

 

In questi viaggi può anche capitare di fare piacevoli incontri. A un certo punto qualcuno chiama mio fratello. Non si capisce nemmeno da dove arrivi quella voce, eppure chiamano proprio “Teo, Teo”. Tralasciando ipotesi fantasiose del tipo che sia la montagna stessa a chiamarci cerchiamo di capire chi sia il proprietario di quella voce. Lo scopriamo presto, troviamo Diego, un simpatico ragazzo di Val della Torre comodamente seduto su una cengia mentre assicura il socio. Sta facendo la Sud, stanotte ha bivaccato e per quello non lo abbiamo visto al Borelli. Se ne sta lì placido e sorridente con una penna di rapace infilata sul casco. Ha perso la relazione della discesa. Noi ne abbiamo una. Se tutto andrà come deve andare non ci servirà e gli promettiamo di lasciargliela sulla Madonnina di vetta. Lo salutiamo e proseguiamo, ormai le difficoltà stanno scemando e la vetta è sempre più vicina.

La discesa in doppia dalla Noire è forse uno dei tratti più temuti di questa lunga cavalcata. Ne saremo diretti testimoni il giorno seguente quando, udite le grida di aiuto di una cordata di francesi con le corde incastrate, chiameremo per loro il Soccorso. Comunque fatta ben attenzione a prendere le soste giuste senza fare calate troppo lunghe arriviamo verso il fondo dove la nostra contentezza per essere i primi viene presto tarpata da qualche bella pietra che ci piove addosso, anche se in verità non per negligenza, dagli amici tedeschi e italiani, le uniche due cordate superstiti. Di altri non c’è traccia. Attendiamo le due cordate alla fine della discesa e poi noi decidiamo di risalire al buio fin sotto la Punta Casati, dove una bella piazzola sembra attenderci per il bivacco. In verità non è proprio il più comodo dei giacigli con tutte quelle pietre aguzze anche perché non abbiamo né materassino, né sacco a pelo ma solo il sacco da bivacco. Scelta ovviamente dettata dalla leggerezza e poi…”mica abbiamo mai bivaccato con il sacco a pelo e il materassino!”. Se il letto non è dei più comodi la cena lascia pure alquanto a desiderare: qualche fetta di pallido tacchino sottovuoto accompagnata da cubetti di grana, energetici quanto si vuole ma pure alquanto stopposi. Comunque c’è la Luna, le creste e le torri che ci stanno alle spalle sembrano un castello fatato, è tutto molto bello e domani ci attende il secondo giorno di viaggio.

Il freddo che precede il sorgere del sole ci fa rimpiangere il sacco a pelo ma più che altro con l’avvento della luce la magia della sera prima si spezza un po’. In realtà constatiamo solo ciò che non volevamo vedere, e non certo a causa del buio. Queste dame inglesi sono davvero un orrido ammasso di sfasciumi. Forse quando Diemberger girò il famoso film c’era molta più neve, i cambiamenti climatici erano ancora a venire e per raggiungere il piccolo bivacco Craveri si poteva scegliere tre opzioni. Con le dita intirizzite rigiriamo tra le mani la relazione e poi scegliamo la terza. Perché è quella più elegante ed estetica e ci fa scalare i vari pinnacoli, altrimenti che integrale è! In verità dietro alla nostra etica e al nostro gusto estetico si cela la repulsione anche solo a immaginarci impegnati su quegli orrendi sfasciumi in bilico sull’abisso.

          Il Bivacco Craveri visto dalle Dames Anglaises Foto Luca Enrico

 

          Matteo Enrico al Bivacco Craveri Foto Luca Enrico

                               Nel circoletto Il Bivacco Craveri Foto Archivio Carlo Barbolini

 

18 il Bivacco Craveri come si presenta oggiIl Bivacco Craveri dopo i lavori dell'estate 2020 Foto Beppe Villa

          L'interno del minuscolo bivacco Foto Luca Enrico

Poco prima del bivacco un provvidenziale nevaio ci permette di fare acqua. Nel frattempo arrivano le altre due cordate, i tedeschi proseguono spediti, i due italiani li troveremo a banchettare al Craveri. Da qui saliremo insieme. C’è da dire che l’accogliente ricovero esercita il potere di una sirena ammaliatrice. Sembra dirci: “fermatevi, fermatevi qui a riposare”. Per poco non ci caschiamo ma sprecare più di mezza giornata di bel tempo sarebbe assai imprudente. Anche se a malincuore riprendiamo tutti e cinque la salita.

L’estetica dell’arrampicata è certamente un’altra cosa però l’ambiente è grandioso. Noi conosciamo questi luoghi e ci dirigiamo verso il retro del Pic Gugliermina. Oggi è presto ma più su inizia la neve e quindi decidiamo di fermarci. Su una buona terrazza ci stiamo tutti e cinque. Luca andando a cercare acqua trova tra quelle pietre una vecchia e consunta coperta, di quelle in lana grigia, e prontamente la porta, come gli uccellini fanno con i ramoscelli, nel nostro piccolo nido. Per tenere al caldo il sedere niente di meglio. Che poi proprio di caldo non si può tanto parlare…Gli altri due si stupiscono nel constatare che non abbiamo né sacco a pelo né materassino. Ah ma noi ne possiamo fare a meno…anche se non lo diciamo però li invidiamo un po’.

Terzo giorno di ascensione. Adesso comincia l’ultima parte. Certo che il Bianco è ancora ben lontano, eppure molto meno di quanto lo vedessimo dalla Sud della Noire. Alla Noire si sostituisce la Blanche con la sua affilata e vertiginosa cresta. Ci sporgiamo sulla Nord pensando a chi l’ha scesa in sci, l’ambiente è grandioso, forse nulla è paragonabile su tutte le nostre Alpi. Poi su al Pilier d’Angle dove la nebbia rende l’ambiente ovattato. Dobbiamo cercare di sbrigarci. Finalmente l’ultima cresta di neve, che poi è un tratto ancora eterno, che ci porterà dritti al Monte Bianco di Courmayeur. Adesso una pesta dopo l’altra e il gioco è fatto. Peccato che le condizioni non siano così buone, due dita di neve coprono quel ghiaccio poroso, che distrugge oltre ai polpacci il cervello. Già non è il massimo per proteggersi, se poi si aggiunge che abbiamo in tutto tre viti e un solo attrezzo a testa è tutto detto. Sto di nuovo salendo io, tutto bello per carità ma non è che mi stia proprio divertendo un mondo. A un certo punto nel canale a destra si stacca un monolite di granito grande come un camion e si mette a rimbalzare sul pendio di neve. E’ impressionante. Luca riesce pure a perdere il piumino, una distrazione che quassù potrebbe costare cara. Il tempo non è più così bello, dobbiamo fare in fretta.

          Creste vertiginose sulla Blanche Foto Luca Enrico

 

          Salendo verso il Pic Gugliermina Foto Luca Enrico

          Il secondo bivacco Foto Luca Enrico

 

          Le creste finali Foto Luca Enrico

          Il lungo viaggio sta per terminare Foto Matteo Enrico

 

 

 

 

Questa cresta non finisce mai! A un certo punto però ecco la cornice sommitale. E’ rosa, illuminata ancora dall’ultimo Sole che dietro di lei sta tramontando. La supero ed esco. Alzo la piccozza al cielo. Il viaggio è concluso. Fa freddissimo, un vento gelido ci sferza portandoci via il calore accumulato nella salita. Saliamo in vetta al Bianco e poi giù alla Vallot. Ci fermiamo un attimo ma è sempre il solito immondezzaio e allora divalliamo al Gouter.

Qualcuno sta già salendo per anticipare il maltempo, ci sono i soliti giapponesi trainati da guide che non fanno nemmeno lo sforzo di fingere di divertirsi. Siamo sulla traccia e ci sleghiamo. Ognun per sé. A un certo punto mi siedo nella neve, mi sento svuotato di energie, ma ormai basta scendere.  

 

           L. Enrico nel tratto finale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 "La cresta integrale di Peutérey rimarrà sempre una salita che difficilmente verrà ripetuta, infatti le probabilità di compiere l'intera scalata sono molto minori rispetto alla parete Nord dell'Eiger o allo sperone della Punta Walker, perchè le dimensioni della cresta superano quelle di entrambe le pareti, sia in altezza che in estensione: 8Km di arrampicata, discese a corda doppia, salite lungo roccia, ghiaccio e misto, contro i 2Km circa delle grandi pareti nord. Già la prima tappa, la cresta sud dell'Aguille Noire è di 2Km di scalata; poi la seconda frazione, 500mt di discesa a corda doppia lungo il verticale spigolo Nord dell'Aguille Noire, una grande incognita, soprattutto con il maltempo! L'ultimo tratto, infine, la traversata dell'Aguille Blanche, la discesa alla sella del Col de Peutérey e la salita di 900mt per raggiungere la vetta del Monte Bianco risulta tecnicamente più facile, ma certo non meno grandiosa ed impressionante".
Kurt Diemberger, rivista della montagna, n.°12, aprile 1973

Monte Bianco

Cresta Integrale di Peuterey

Ascensione effettuata nei giorni 20-24/08/2013 da Luca Brunati, Luca e Matteo Enrico

Relazione tecnica:

Dislivello: 4500m

Quota partenza: 1600m

Quota vetta/quota: 4810m

Esposizione: tutte

Grado: TD+

Località di partenza: Casolari di Peuterey 

Punti d'appoggio: Rifugio Borelli - Bivacco Craveri

1440px Peuterey ridge with labels 1024x768Da CAMP TO CAMP che si ringrazia

Note tecniche

Ascensione lunga e impegnativa, anche se mai tecnicamente difficile, rappresenta un vero viaggio alpinistico, con alcuni reali pericoli oggettivi. Questi sono rappresentati dalla discesa in doppia sul versante nord (se si incastrano, molto difficile se non impossibile risalire in molti tratti), pericolo di caduta sassi sulle doppie (soprattutto con altre cordate presenti), nell’attraversamento delle Dames Anglaises e sul Grand Pilier d’Angle, attraversamento di affilate creste nevose, possibile presenza di ghiaccio nel tratto finale.
Arrivare in giornata al Craveri è difficile, prevedere dunque un paio di bivacchi (partendo dal Borelli).
L’acqua si trova molto difficilmente e dipende molto dalla stagione e quindi dalla presenza di neve. In genere si trova alla Breche Centrale, difficilmente al Craveri (senza coperte e materassi), e poi verso la calotta della Blanche. Tenere in considerazione l’aspetto acqua.
Fondamentale il tempo ultra stabile per tutti i giorni dell’ascensione.
Le scappatoie, scesi dalla Noire, sono poche, difficili, e pericolose.

Nostre note:

Primo giorno: salita al Borelli.

Secondo giorno: cresta Sud della Noire, doppie sul versante nord e quindi risalita fino sotto la Punta Casati. Terzo giorno: attraversamento delle Dames Anglaises, risalita fin sotto il Gugliermina.

Quarto giorno: uscita sul Bianco.

Nostro materiale: 5 friends, 8 rinvii, 3 viti da ghiaccio (ma era meglio averne qualcuna in più), 1 piccozza a testa, ramponi, cordini, fornelletto e bombola nuova, frontale, scarpette, acqua (2 litri). Per coprirsi: pile leggero e pesante, giacca in goretex, piumino, sacco da bivacco, pantaloni pesanti e calza a maglia. Non avevamo il sacco a pelo e il materassino, ma devo dire l’abbiamo un po’ invidiato alle altre cordate che ce l’avevano…

          Panorama dalla Zerotta Foto Alberto RampiniDescrizione

La cresta integrale di Peuterey rappresenta un’ascensione unica nelle Alpi: un totale di 4500 metri di dislivello, di scalata su roccia come su ghiaccio, di difficoltà, di discese in doppia. Questa combinazione stupenda è senza dubbio il modo più bello di percorrere la cresta di Peuterey: ad una magnifica arrampicata su roccia, seguono un’audace discesa in doppia e il percorso estremamente vario di una cresta senza rivali nelle Alpi (guida Vallot).
L’ascensione comprende la scalata della cresta sud dell’Aiguille Noire du Peuterey, la discesa in doppia dal versante nord, l’attraversamento delle Dames Anglaises, la risalita verso le Aiguille Blanche du Peuterey passando sotto il Pic Gugliermina, la risalita al Grand Pilier d’Angle e la risalita fino in vetta al Monte Bianco di Courmayeur e quindi alla vetta principale.
Percorrere tutta la cresta sud dell’Aiguille Noire du Peuterey (vedi itinerario altrove descritto in questo sito).
Appena sotto la madonnina di vetta (circa 5-10 m), reperire il primo ancoraggio delle doppie del versante nord (chiodi). Attenzione a non prendere le doppie della forcelletta prima della vetta (quelle sono le calate della Ovest). Effettuare sempre doppie corte, reperendo (attualmente) quelle dotate di moschettone. Scendere, dopo circa tre doppie, un po’ a sx (faccia a monte), per reperire il profondo camino che porta alle cenge sottostanti la Breche delle Dames Anglaises. Circa 12 doppie.
Risalire il canalone (non andare alla Breche Sud), spostandosi progressivamente a sx, fino a giungere sotto il profondo camino della Punta Casati. Noi siamo saliti per circa 100/150 metri, poi, dove è presente una fettuccia, ci siamo spostati per una cengetta che taglia la parete da dx vs sx (non continuare nel camino!), effettuato un paio di tiri e quindi reperito la prima delle due doppie che portano alla Breche Centrale (si può anche giungere più facilmente, probabilmente, dallo speroncino di sx senza fare camino più cengetta).
Dalla Breche Centrale risalire con 2-3 tiri di corda l’Isolee, quindi con 2-3 doppie giungere al bivacco Craveri.                                Tempesta sulla Peuterey Foto Silvia Mazzani

 


Spostarsi a sx per delle cenge, quindi andare verso le cenge Schneider e risalire il terreno fino sotto il Pic Gugliermina (stare a dx, non percorrere il canalone sotto la breche della punta).
Risalire in cresta, fare una breve doppia e quindi risalire vs dx per circa 100 m (versante Brenva) e quindi piegare a sx per andare in cresta (versante Freney), fino a raggiungere la neve dell’Aiguille Blanche di Peuterey.
Raggiungere la Punta Centrale, e, per una cresta molto aerea, raggiungere la punta NW. Calarsi con 4 doppie, saltando la terminale, e raggiungere il Col du Peuterey.
Da qui, superare la terminale del Grand Pilier d’Angle, a volte molto difficile, per risalire tutto il versante di questo (più o meno al centro), puntando al Grand Gendarme.
Si può evitare il Grand Pilier d’Angle per il couloir Eccles (se in condizioni), ma così facendo si svicolerà parte dell’integrale. Aggirare il Grand Gendarme sulla dx (passando dietro), e quindi raggiungere la cresta nevosa. Percorrerla tutta, non stare mai nel canale-pendìo in alto (pericolo reale di caduta sassi, visti di persona), ma stare sempre sulla cresta.
A 4500 m circa, in prossimità di rocce affioranti, andare a sx, breve passaggio su roccia, e quindi ancora cresta nevosa fino a bucare la cornice terminale (che può opporre ancora problemi) del Monte Bianco di Courmayeur.
Quindi in vetta al Bianco.

 

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