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Club Alpino Accademico Italiano

Può la cultura alpinistica riportare i giovani in montagna?

Giovedì, 17 Ottobre 2019 17:59

 

Sabato 12 ottobre si è svolto a Domodossola il Convegno Nazionale del Club Alpino Accademico Italiano (CAAI).

Riportiamo il resoconto dell’incontro pubblicato su Montagna TV

Sabato 12 ottobre si è svolto a Domodossola il Convegno Nazionale del Club Alpino Accademico Italiano (CAAI). Una location particolare quella dell’Ossola che ha aperto le porte a una disquisizione alpinistica focalizzata su quest’area ancora selvaggia del Piemonte. Luogo da esploratori l’Ossola, forse per questo il convegno si è focalizzato sui temi “Alpinismo e arrampicata con i Pionieri dell’Ossola” e “La cultura alpinistica può riportare i giovani in montagna?”

Organizzato dal Presidente del Gruppo Occidentale, Mauro Penasa, e da Giovanni Pagnoncelli, padrone di casa e ossolano d’adozione, il convegno ha visto molti nomi noti avvicendarsi sul palco per dialogare attorno ai temi proposti.

20191012 185444Alpinisti locali a confronto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovani e cultura alpinistica

Sulle cime e pareti dell'Ossola è stata scritta un bel po’ della storia dell’alpinismo classico e dell’arrampicata moderna, sportiva e trad. Resta comunque un’area isolata, della quale si conosce poco e che durante il convegno è stata raccontata da alcuni dei protagonisti. Un momento di condivisione di preziose esperienze che rappresentano il nucleo della passione per la scalata e che possono motivare i giovani a vivere la montagna con una consapevolezza diversa. Con la coscienza di appartenere a una lunga storia.   

                                                                                                                                                                                                   

P1080287Giovanni Pagnoncelli, organizzatore e moderatore del Convegno

P1080340Matteo Della Bordella

P1080336Marcello Sanguineti

P1080297Interviene Pietro Crivellaro giornalista e storico dell'alpinismo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“L’Ossola va valorizzata come terreno di scoperta e riscoperta, contrapposto  all’alpinismo fatto di social e di salite preconfezionate” spiega Marcello Sanguineti, accademico e relatore al convegno. “I giovani, curiosi e sperimentatori per natura, possono certamente essere affascinati da questa possibilità. A confermarlo è anche Matteo Della Bordella, che vede nella falesia di Cadarese, famosa per l’arrampicata in fessura, “un punto di partenza verso altre grandi mete. Per molti può essere bello e soddisfacente salire in fessura e portare a casa i tiri più duri mentre per altri quel tipo di arrampicata può essere il banco di prova per poi portare l’esperienza sulle big wall di Yosemite, che rappresenta l’anello di congiunzione tra arrampicata e alpinismo”. Un luogo che offre molte opportunità ai più giovani per farsi le ossa e poi testarsi sulle più impegnative pareti della Patagonia o del Karakorum. “Un posto dove iniziare a coltivare i propri sogni”.

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Stiamo parlando di un territorio che richiama arrampicatori da ogni parte d’Europa, ma che pare non appassionare i giovani locali. Ecco allora che il tutto ritorna alla domanda più generale: può la cultura alpinistica riportare i giovani in montagna? Un dilemma che apre le porte a tanti altri interrogativi. I ragazzi conoscono la storia dell’alpinismo? Sanno cosa è stato fatto sulle pareti di casa? Conoscono il territorio in cui vivono, i boschi, i sentieri? Spesso, e accade in tutto il territorio nazionale, la risposta è no. Difficilmente oggi i più giovani si appassionano a quel che hanno dietro casa. Così ecco che anche le falesie, come i boschi e i prati in quota, si popolano di forestieri che diventeranno esperti conoscitori di quei luoghi. Si perde però un qualcosa di storico, non c’è più ricambio generazionale tra chi ha lasciato una traccia e chi avrebbe dovuto seguirla per trarne ispirazione. Ecco allora che la storia di una valle viene scritta da visitatori più o meno occasionali che arrivano da migliaia di chilometri di distanza.

P1080311Crivellaro discute con Gogna

       P1080312Interviene Bramati

La storia dell’alpinismo ossolano 

Il convegno si è tenuto presso la sala polifunzionale della Comunità Montana Valle Ossola, dove si sono susseguiti interventi da parte di personalità di spicco del mondo alpinistico e dell’arrampicata: Mario Bramati, Matteo Della Bordella, Alessandro Gogna e Marcello Sanguineti. A seguire poi una tavola rotonda tra quelli che sono stati i pionieri dell’alpinismo ossolano. Tino Micotti, verbanese che per primo scalò in Ossola il sesto grado, Alberto Paleari, Mauro Rossi, Roberto Pe, Graziano Masciaga, Fabrizio Manoni, Maurizio Pellizzon e Ivano Pollini.

Racconti, aneddoti, sensazioni e immagini, hanno aiutato a narrare diversi modi di vivere e interpretare l’alpinismo e l’arrampicata nell’Ossola. “Abbiamo cercato di evidenziare le enormi potenzialità dell’Ossola” spiega Sanguineti. “L’Ossola possiede le due falesie per l’arrampicata trad più famose d’Europa, che richiamano scalatori da ogni parte del continente: Cadarese e Yosesigo, due Yosemite in miniatura” continua Sanguineti. “Nonostante siano state l’arrampicata sportiva e, soprattutto, l’arrampicata trad ad aver reso famosa l’Ossola negli ultimi anni, bisogna ricordare che le sue valli rappresentano un meraviglioso terreno di gioco per l’alpinismo. Qui si trovano infatti alcune delle più famose pareti alpine, a partire dalla Est del Monte Rosa e poi “montagne che offrono stupendi itinerari multipitch di arrampicata sportiva e trad, scalate su ghiaccio e misto, cascate di ghiaccio e scialpinismo”. Un posto dove praticare ogni disciplina ricordando, come ha concluso il presidente generale Rampini, che “occorre recuperare il concetto e il valore originario dell’alpinismo, come esplorazione, scoperta e sfida leale con la montagna e le pareti, individuando chiaramente il limite che separa lo sport arrampicata dall’alpinismo”.

RELAZIONE DEL PRESIDENTE GENERALE

Introducendo il Convegno, il Presidente Generale Rampini, dopo aver ricordato le iniziative portate avanti dall’Accademico nell’ultimo anno (tra le quali Convegni, Meeting di arrampicata, Premio Paolo Consiglio, Pubblicazioni), illustra brevemente una problematica sulla quale ritiene che l’associazione dovrà lavorare e prendere posizione in futuro.

“Ritengo importante dedicare qualche parola ad una problematica che mi sta particolarmente a cuore e sulla quale vorrei che il CAAI concentrasse una parte dei propri sforzi in futuro.

Le cronache di questa estate, sia alpine che himalayane, hanno portato all’attenzione generale, anche ben oltre i limiti dell’ambiente alpinistico, il problema del sovraffollamento delle aree alpine, soprattutto nelle zone più rinomate.

I livelli attuali di frequentazione della montagna, esplosi negli ultimi anni sotto la spinta delle iniziative promozionali e della rete, rappresentano un rischio effettivo per la sopravvivenza dell’ambiente montano come tutti noi continuiamo ad immaginarlo, come oasi di tranquillità e di vita ancora legata ad un ambiente naturale sopravvissuto alla rivoluzione industriale. Un ambiente che dovrebbe imboccare strade di sviluppo ben diverse da quelle della pianura se si vuole evitare che ne diventi una replica alla lunga poco interessante e questo tolga gran parte del suo valore all’esperienza alpinistica. Così come occorre mettere un freno alle devastazioni ambientali ad uso turistico e ripensare I criteri di sviluppo delle aree montane, occorre recuperare il concetto e il valore originario dell’alpinismo, come esplorazione, scoperta e sfida leale con la montagna e le pareti, individuando chiaramente il limite che separa lo sport arrampicata dall’alpinismo.

Il primo, a diffusione ormai di massa, necessita di strutture artificiali omologate che meglio si collocano in contesti urbani o di prossimità mentre il secondo dovrebbe basarsi su un uso parsimonioso e del tutto soggettivo dei mezzi artificiali e quindi con impatto ambientale ridotto.

E l’impatto ambientale ridotto deriva poi soprattutto dal naturale ridimensionamento dei flussi di frequentatori.

La migliore salvaguardia per l’alpinismo e la libertà di praticarlo passa attraverso uno sviluppo sostenibile del numero dei praticanti con il ripensamento di certe forme anomale di proselitismo da parte anche delle associazioni alpinistiche.

Sembra giunto il momento di valutare con maggiore criticità l'opportunità di organizzare eventi promozionali a forte impatto e attività formative per un pubblico generalista che vuole provare un’esperienza diversa, concentrando gli sforzi sull'attività educativa e formativa di coloro che già per passione propria si avvicinano alla montagna e all'alpinismo, con gradualità e passione.

Non possiamo escludere altri modi di vedere le cose, ma ognuno di noi ha l’obbligo morale di impegnarsi e lottare con coerenza e decisione per portare avanti le idee che riteniamo migliori”.

 

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