Cenni storici del CAAI

Il Club Alpino Accademico Italiano venne costituito a Torino nel 1904 con il concorso dei gruppi torinese, ligure e valsesiano. Il distintivo del C.A.A.I. venne disegnato da Adolfo Hess, il primo Presidente fu Ettore Canzio, il primo Annuario fu pubblicato nel 1908.

Il Club Alpino Accademico Italiano venne costituito a Torino nel 1904 con il concorso dei gruppi torinese, ligure e valsesiano. Soci fondatori: Allegra, Bozano, Canzio, Ceradini, Dietz, Ellensohn, Gugliermina G.B., Gugliermina G.F., Hess, Kind, Martiny, Mondini, Questa, Radio Radiis, Valbusa, Weber.

Il distintivo del C.A.A.I. venne disegnato da Adolfo Hess, il primo Presidente fu Ettore Canzio, il primo Annuario fu pubblicato nel 1908. Mentre si formavano altri club di alpinisti senza guida (il Club Alpino Accademico Aviglianese e il Gruppo Lombardo Alpinisti Senza Guide), nel C.A.A.I. entrarono alpinisti veneti (Berti, Carugati, Fanton, Rossi) e lombardi (Aldo e Alberto Bonacossa, Malvezzi). Soci onorari: Cesare Fiorio, Carlo Ratti, Vittorio Sella. Il 22 gennaio 1922 a Novara un’assemblea dei tre club sopra menzionati approvò la fusione in un unico sodalizio, con il nome ed il distintivo di quello originario e un nuovo Statuto: 90 soci, primo presidente fu Lorenzo Borelli.

Nel 1923 si inaugurò il primo rifugio dell’Accademico al Fauteuil des Allemands (Aiguille Noire de Peutérey), cui seguirono dal 1925 i primi bivacchi fissi (ne furono installati otto entro il 1930). A Lorenzo Borrelli succedettero nella carica di Presidente Generale Adolfo Hess (1926) e Umberto Balestreri (1929). I soci erano suddivisi in gruppi sezionali o sezioni. Nel 1930 il C.A.A.I. venne sciolto per disposizione governativa nell’ambito di una riorganizzazione delle associazioni sportive, e i soci furono aggregati alle sezioni del C.A.I. di appartenenza. Ma già nel 1931 il nuovo Presidente del C.A.I. (Angelo Manaresi) ricostituì il C.A.A.I. come “Sezione autonoma” del C.A.I con un nuovo proprio Statuto. Venne riconfermato presidente Umberto Balestreri, che aveva discusso con Manaresi le linee generali dell’operazione per salvaguardare l’indipendenza del C.A.A.I.: nel 1931 ne facevano parte 205 membri suddivisi in 8 gruppi (Torino, Milano, Trento, Bolzano, Belluno, Venezia, Trieste, Roma).

Ebbe inizio una fase di intensa attività, con la pubblicazione dell’Annuario 1927-31, le settimane alpinistiche e i convegni nazionali annuali, nei quali venivano discussi problemi vitali come il professionismo e la promozione dell’alpinismo extra-europeo. Alla scomparsa di Balestreri, perito durante un’ascensione sci-alpinistica nell’aprile 1933, venne eletto Presidente Aldo Bonacossa. Era l’epoca d’oro del sesto grado, in cui alpinisti accademici aprivano grandi itinerari, ed erano anche autori di guide alpinistiche e di magistrali testi di alpinismo. Nel 1934 si ebbe la prima spedizione extra-europea dell’Accademico nelle Ande argentine. Alla fine della seconda Guerra Mondiale parve indispensabile sottolineare la rottura con il passato ridando al C.A.A.I. completa autonomia rispetto al C.A.I. e modificando in tal senso lo Statuto del 1931. Nello Statuto 1947 si istituirono i tre Gruppi attuali e la Commissione Tecnica. Venne eletto Presidente GeneraleCarlo Chersi.

L’esperienza di una gestione totalmente autonoma si rivelò ben presto irta di difficoltà (in particolare per la mancanza dei fondi necessari per rimettere e mantenere in efficienza i bivacchi, il cui numero era cresciuto a 17), cosicchè l’Assemblea Generale riunita a Trento il 13 settembre 1953 approvò il reinserimento nel C.A.I. come “Sezione nazionale”. Nello Statuto venne riformulato l’art.4, quello in cui sono definiti i requisiti per l’ammissione, affermando la validità dei titoli di carattere esplorativo, culturale e organizzativo oltre a quelli alpinistici. Nel 1954, in occasione del 50° anniversario della fondazione e a più di vent’anni dal precedente, riapparve l’Annuario. Nella carica di Presidente Generale si succedettero Carlo Negri (1956) e Ugo di Vallepiana (1960). La presidenza Vallepiana si trovò di fronte al problema dell’ammissione delle donne al C.A.A.I., non prevista esplicitamente dallo Statuto, contro la quale si pronunciò a larga maggioranza l’assemblea generale dei soci tenutasi a Verona nel 1966. Vennero ripresi i convegni nazionali, organizzati a turno da uno dei Gruppi, il primo a Cortina nel 1968. Il Consiglio Centrale del C.A.I. aveva accolto nel frattempo la proposta di Vallepiana che uno dei numeri della Rivista del C.A.I. venisse ogni anno redatto a cura del C.A.A.I.: il primo di questi (giugno 1968, ne seguirono altri tre) fu un numero di 128 pagine di eccezionale interesse. Nel frattempo erano usciti altri due numeri dell’Annuario (1963 e 1970), mentre nel 70° anniversario della fondazione venne pubblicato come Annuario 1974 un volume di 180 pagine, il primo dopo quello 1927-31 che non avesse solo contenuto anagrafico.

La prima tessera del CAAI

Dimissionario per ragioni di salute nel 1975, Vallepiana lasciò la Presidenza a Renato Chabod. Questi, che come Presidente Generale del C.A.I. aveva dato vita alla Commissione Centrale Spedizioni Extra-europee affidandola alla gestione del C.A.A.I., ripropose alla discussione il regolamento della stessa, allo scopo di renderne più incisiva l’influenza sull’attività extra-europea nazionale. Ma le innovazioni proposte trovarono solo una parziale approvazione da parte del Consiglio Centrale del C.A.I. Intanto i soci accademici partecipavano attivamente alle spedizioni organizzate nell’ambito delle sezioni del C.A.I., e si ebbero anche vere e proprie spedizioni di Gruppi C.A.A.I. (per es. l’Orientale al Churen Himal nel 1969, l’Occidentale al Changabang nel 1981). Nel 1977 l’Assemblea Generale convocata a Milano si espresse a larga maggioranza a favore dell’ammissibilità delle donne al C.A.A.I., con gli stessi criteri in vigore per gli uomini. Seguì nel 1978 l’ammissione delle prime due donne, Silvia Metzeltin e Adriana Valdo, proposte dal Gruppo Orientale. Nel 1978 a Chabod subentrò Roberto Osio. L’inserimento nel C.A.I. come “Sezione nazionale”, in parallelo a quella delle guide (l’A.G.A.I.), venne formalizzato con l’approvazione da parte dell’Assemblea dei Delegati del C.A.I. dell’art. 29 dello Statuto e dell’art. 66 del Regolamento (Brescia, 1981). Ne conseguì la concessione di un supporto finanziario annuale della Sede Centrale alle attività dell’Accademico e dell’A.G.A.I., considerate attività istituzionali. Su proposta di Osio, appoggiata dal Presidente Generale Giacomo Priotto, il Consiglio Centrale affidò al C.A.A.I. la pubblicazione del Bollettino del C.A.I. (Parte alpinistica) in uno con il suo Annuario. Dal 1981 i numeri dell’Annuario/Bollettino si sono succeduti annualmente.

Nel 1984 (Finale Ligure) e nel 1988 (Bagni del Masino) si ebbero due assemblee generali per modificare il Regolamento al fine di adeguarlo per quanto possibile ai regolamenti sezionali. Durante tali assemblee venne riaperta la discussione sul professionismo, ma alla fine fu confermato l’orientamento tradizionale. Il Convegno Nazionale del 1987, tenutosi a Biella, fu organizzato come convegno internazionale di alpinisti per la protezione dell’ambiente di montagna. Vi parteciparono numerose figure di primo piano del mondo alpinistico e si concluse con la costituzione dell’associazione internazionale “Mountain Wilderness”: gli atti del convegno furono pubblicati sull’Annuario C.A.A.I. 1988. Nel 1991 Giovanni Rossi succedette a Roberto Osio. Il Club, che dopo lo scioglimento della Commissione Centrale Spedizioni Extra-europee aveva voluto dare continuità alla sua azione di orientamento dell’alpinismo italiano extra-europeo con la proposta di organizzare stages di alpinismo himalayano (1990), proposta che dovette essere accantonata per ragioni economiche, suggerì l’istituzione di un riconoscimento del C.A.I. alle spedizioni che meglio interpretano i criteri moderni di rispetto dell’ambiente: il riconoscimento venne intitolato all’accademico Paolo Consiglio ed ebbe la sua prima edizione nel 1995. Nel quadro del suo impegno per la difesa dell’ambiente alpinistico, il Club dette un contributo essenziale alla preparazione e allo svolgimento del Convegno di Courmayeur su “L’alta montagna e il conflitto di interessi”, che si concluse con l’approvazione delle “Tavole della Montagna” (1995), e successivamente alla loro ratifica e divulgazione (Congresso C.A.I. di Pesaro, 1997). Nel 1998 l’assemblea generale (al Passo della Presolana) nominò Ninì Pietrasanta socio ad honorem del C.A.A.I. e approvò a larga maggioranza un documento per la limitazione dell’uso delle protezioni fisse in montagna. Nel 2000 a Giovanni Rossi succedette Corradino Rabbi, attuale Presidente Generale.

 Il Club Alpino Accademico Italiano: una storia intessuta di problemi culturali

Fonti specifiche per una storia dell’Accademico sono gli scritti di E. Canzio in Annuario CAAI 1922-23, ripubblicato in R.M. CAI 1952, 345-8; di C. Chersi in R.M. CAI 1953, 19-22; di B. Figari nel volume “I Cento Anni del CAI” (506-21), riportato in Annuario CAAI 1974 con l’integrazione di R. Chabod (38-67). Da questi testi, dagli editoriali dei Presidenti generali sull’Annuario e dai resoconti dei Convegni Nazionali, ci si può fare un’idea dei problemi che si sono via via presentati nella vita del Club ai consigli direttivi a partire dal 1922, quando esso assunse dimensioni nazionali, fondendosi con il Gruppo Lombardo Alpinisti senza Guide e con il Club Alpino Accademico Aviglianese, problemi che risultano essere strettamente legati alle sue caratteristiche originarie, e quindi problemi di natura culturale. Uscito dall’ambito regionale in cui si svolgeva prevalentemente l’attività dei club che l’avevano costituito, l’Accademico fu naturalmente portato a confrontarsi con più impegnativi programmi di azione collettiva. Contemporaneamente, essendo un fatto compiuto la diffusione dell’alpinismo senza guide, che aveva motivato il nascere di quei club, esso ebbe una sua prima crisi di identità. La chiave per la soluzione di questa crisi si trova già nell’editoriale dell’Annuario 1924-26, in cui il presidente Hess cercava di individuare una possibile permanente ragion d’essere dell’Accademico: “…oggi che il C.A.I. è diventato una società numerosissima e complessa, sparsa in tutta Italia, con problemi nazionali e politici, con indirizzo di popolarizzazione, con scopi editoriali e commerciali …, oggi più che mai ha ragion d’essere una istituzione che si ispiri ai puri ideali del grande alpinismo e si preoccupi esclusivamente dei problemi della tecnica alpina e dello studio delle montagne”. In effetti non vi era niente di più appropriato a un club alpinistico di questa funzione di salvaguardia dei valori originali dell’alpinismo, di cui a buon diritto si riteneva di essere i depositari, valori che le conseguenze dell’azione di propaganda nelle masse esponevano al rischio di essere dimenticati e perfino contraddetti.

Fu grande merito di Umberto Balestreri aver indicato concretamente come esercitare questa funzione, intuendo l’importanza di un inserimento del Club nella struttura del C.A.I. e invitando i soci a non limitarsi a esplicare un’attività alpinistica ragguardevole, ma a diventare “presso le varie sezioni del C.A.I. guide e centri di alpinismo specialmente tra i giovani” (R.M. CAI 1931, 701). Doveva corrispondere puntualmente a questo invito l’impegno di accademici per la creazione di scuole di alpinismo e in un secondo tempo per l’istituzione di un organo tecnico di controllo e di coordinamento (Carlo Negri e la Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo). Il legame “strutturale” con il C.A.I. venne rimesso in discussione negli anni successivi al secondo conflitto mondiale, ma assai presto dovette essere ripreso in considerazione e ripristinato (Assemblea di Trento, 1953). Secondo Balestreri l’Accademico doveva inoltre intervenire in prima persona con prese di posizione ufficiali sulle questioni di fondo riguardanti l’alpinismo (classificazione delle difficoltà, uso dei mezzi artificiali, ecc.) e questo non solo con articoli sulle pubblicazioni del C.A.I., ma disponendo anche di una propria prestigiosa pubblicazione periodica, un annuario a carattere non solo anagrafico. Fu così che venne pubblicato quello relativo agli anni 1927-31 (dal 1981 il Club lo pubblica regolarmente in uno con la parte alpinistica del Bollettino del C.A.I.) Anche l’impegno del Club Alpino Accademico per l’alpinismo extra-europeo risale al periodo della presidenza Balestreri, a quella “proposta De Pollitzer Pollenghi”, socio del sottogruppo triestino che nel 1929 era stato sulle montagne del Caucaso, per la costituzione di un comitato con il compito di “creare una mentalità ed un interessamento per l’alpinismo extra-europeo, recensire le pubblicazioni e dare notizia delle spedizioni effettuate, stringere rapporti con i principali istituti italiani ed esteri che si occupano dell’alpinismo esplorativo extra-europeo…” (R.M. 1933, 52). È facile riconoscere in questa proposta, che fu trasmessa alla Presidenza del C.A.I. ma non ebbe seguito immediato, il germe della futura Commissione Centrale Spedizioni Extra-europee, e del futuro Centro di studio e documentazione C.I.S.D.A.E., creati alla fine degli anni 1960, per iniziativa rispettivamente degli accademici Renato Chabod e Mario Fantin. Dopo la soppressione della Commissione (1988), l’Accademico si è adoperato per l’organizzazione di stages di alpinismo himalayano, strada purtroppo rivelatasi impercorribile, e successivamente per l’istituzione di un riconoscimento del C.A.I. alle spedizioni che meglio interpretano i criteri moderni di rispetto dell’ambiente,riconoscimento intitolato all’accademico Paolo Consiglio.

Paolo Consiglio (a destra) – Spedizione Saraghrar Peak 1959

È comprensibile che sia di data molto più recente (fine anni 1980) l’impegno del Club nel campo della conservazione e della protezione dell’ambiente di alta montagna, impegno diventato oggi prioritario sia per l’alpinismo sulle Alpi sia per quello extra-europeo. Che esso gli sia connaturato lo dimostra l’iniziativa che risale agli anni 1920 di collocare in luoghi remoti bivacchi fissi con funzioni strettamente alpinistiche. Il suo ruolo, sostenuto con innegabile vigore nelle sedi appropriate, è stato e rimane quello di affermare che l’essenza stessa dell’alpinismo esige la conservazione dell’ambiente originario, ossia la severa limitazione delle facilitazioni artificiali. Per far fronte a impegni che hanno spesso implicazioni culturali, l’Accademico ha dovuto assai presto affrontare il problema dei criteri di ammissione dei nuovi soci. Se un tempo l’esigenza principale era quella di avere garanzie sulle capacità tecniche del candidato e sulla continuazione di un’attività alpinistica ad alto livello dopo l’ammissione, con gli anni 1950 si è aperto il dibattito su criteri di valutazione delle candidature che assicurassero la continuità anche in termini di dirigenza e di attività sociale: un dibattito che si può ben dire permanente. L’impostazione data al problema da O. Soravito (Annuario CAAI 1963, 15-6) rimane tuttavia la più soddisfacente: il “vero” alpinista accademico, che forma l’ossatura del Club e potenzialmente i suoi quadri dirigenti, non è l’alpinista “estremo”, specialista della roccia o del ghiaccio che vi è ammesso “per forza di cose”, ma l’alpinista completo, che ha al suo attivo numerose salite di grande difficoltà su ogni tipo di terreno, ha una solida preparazione culturale ed è consapevole degli impegni che assume verso il Club a cui chiede di appartenere. Spetta ai soci presentatori il compito di individuare questi candidati tra gli alpinisti delle loro Sezioni.

Una rassegna dei problemi che hanno caratterizzato la vita dell’Accademico non può non far cenno alla questione del professionismo. Statuti e regolamenti hanno affermato solo indirettamente il principio del dilettantismo, ma esso è profondamente insito nelle tradizioni del Club, al punto che non è sembrato e non sembra possibile contraddirlo senza proporne lo scioglimento. Anche qui ha fatto testo la linea enunciata da Balestreri: “Il C.A.A.I. valorizzando la bravura alpinistica non deve dimenticare di difendere al tempo stesso la purezza dell’idea e il disinteresse della passione…” (Relazione al Congresso del C.A.I. 1931). Contro la moderna generale tendenza alla commercializzazione delle attività sportive, l’Accademico non ha inteso modificare la sua impostazione originaria, nella convinzione che i valori propri dell’alpinismo praticato senza condizionamenti economici valgano la rinuncia ad avere nelle proprie file qualche alpinista di punta del momento.

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